IL PERSONALISMO SIMBOLICO COME VIA DI SINTESI TRA FILOSOFIA E SCIENZA

di Flavio Illuzzi

Una delle questioni cruciali della cultura occidentale contemporanea è la possibilità di un autentico dialogo tra filosofia e scienza ai fini di una conoscenza che possa definirsi così più completa. Questo è stato il tema dibattuto nell’ambito del corso di Filosofia Generale organizzato dal Prof. Maffettone presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma nel secondo semestre dell’anno accademico 2024/2025, a cui hanno partecipato illustri scienziati e filosofi metafisici, con l’intento di trovare un punto di incontro, per poi tracciare una strada da percorrere insieme.

Il nodo centrale della filosofia contemporanea in Occidente resta ancora oggi, in fondo, quello di conciliare due punti di vista: da un lato quello della filosofia analitica, che privilegia la chiarezza logica e il confronto con la scienza; dall’altro la filosofia continentale, che si volge all’esperienza concreta della vita. La prima affonda le radici nella riflessione moderna sul primato dell’oggetto conosciuto, passando da Cartesio a Kant, e spostando poi progressivamente l’attenzione sull’oggettività del linguaggio e della scienza. La seconda, invece, si sviluppa nello storicismo e nella fenomenologia, fino a trovare in Heidegger un’espressione esemplare della centralità dell’esistenza e del soggetto vivente.

Ciò che si vuole presentare in questo articolo è una proposta interpretativa di mediazione tra le due tradizioni, ispirata al pensiero di Vladimir Soloviev e qui denominata Personalismo simbolico. Questa originale proposta nasce da una lettura comparativa di due correnti di pensiero ben distinte: da una parte la filosofia del pensatore russo Vladimir Soloviev e dei filosofi russi successivi che a lui si sono ispirati, dall’altra il personalismo e l’ermeneutica di pensatori europei tra cui Paul Ricœur. Tale indagine è finalizzata a far emergere una nozione di persona intesa come simbolo vivente e centro unificatore del sapere e dell’esperienza del reale.

La scelta di partire da Soloviev non è casuale: nella seconda metà del 1800 il pensatore russo ha formulato l’originale idea di una conoscenza integrale orientata all’unità dei saperi e, al contempo, ha posto in dialogo il polo del sistema con il mondo della vita, anticipando una tensione che attraversa la filosofia europea contemporanea. Egli rappresenta una figura unica nella storia del pensiero moderno: radicato nella tradizione ortodossa russa e nella filosofia occidentale, aperto al cattolicesimo e studioso del pensiero orientale e della scienza del suo tempo, Soloviev viene riscoperto in questo articolo come punto di incontro e conciliazione tra modelli di vita e pensiero che sono stati sempre visti come contrapposti. La sua opera può dunque essere letta come un autentico tentativo di mediazione tra Oriente e Occidente, sia sul piano filosofico che su quello politico e spirituale, in grado di offrire strumenti preziosi per affrontare la questione del rapporto tra filosofia e scienza.

Questo articolo si propone di mostrare come la difficoltà a raggiungere un vero dialogo tra filosofia e scienza – e, più in generale, tra tutti i saperi -, derivi da un riduzionismo che ignora la natura simbolica (nel senso di pluristratificata) sia del conosciuto che del conoscente, ossia delle due parti della relazione conoscitiva, di cui si colgono solo alcuni aspetti. Per simbolo si intende qui non un semplice segno convenzionale, ma una realtà che porta in sé e rende presente un’altra realtà, attraverso molteplici stratificazioni, permettendo così di approdare a una conoscenza organica.

Partendo dal conoscente, è bene ribadire come questo coincida con l’essere umano, che elabora e sintetizza gli input che riceve, trasformandoli in conoscenza. Sono stati molti i tentativi di approdare ad una conoscenza “oggettiva”, che potesse prescindere dalla dimensione umana. Il padre di questo che potremmo definire oggettivismo razionalista, è stato senza dubbio Cartesio, il quale mirava a raggiungere una conoscenza indefettibile, su basi razionali e indipendenti dall’esperienza immediata (René Descartes, Discorso sul metodo, 1637). A quella di Cartesio e agli sviluppi dell’oggettivismo razionalista si sono contrapposte tendenze di scetticismo radicale che si sono spinte agli antipodi, sostenendo l’impossibilità di arrivare ad una vera conoscenza oggettiva. Si tratta chiaramente di due estremismi che hanno perso di vista la natura della conoscenza stessa. La conoscenza infatti non può prescindere dall’umano, in quanto soggetto conoscente, ma questo non significa che non possa andare oltre al soggettivismo individualistico.

Il conoscente è, appunto, l’uomo che, risalendo alla tricotomia plotiniana, deve essere considerato come l’insieme inscindibile di tre componenti: soma (o corpo), psyché (o psiche o anima o mente), e nous (o spirito). Mettendo da parte la gerarchia che il filosofo Plotino, uno dei più importanti filosofi greci dell’antichità vissuto nel III secolo d.C., stabiliva tra queste tre parti, appare evidente come una conoscenza vera debba necessariamente coinvolgere sia il corpo, che l’anima, che lo spirito. Il corpo possiamo intenderlo qui come la dimensione percettiva, sensoriale e bio-psicologica, a cui corrispondono sia la conoscenza empirica che quella scientifica sperimentale. È la sfera in cui l’uomo osserva i fenomeni, raccoglie dati e utilizza strumenti, ed è stata definita scienza positiva (nauka) dal filosofo russo Vladimir Soloviev: essenziale per descrivere il come delle cose, ma incapace da sola di rispondere al perché ultimo o di indicare il fine più alto dell’esistenza. La scienza permette di dominare e trasformare il mondo, ma non può stabilire i valori o i significati che guidano l’agire umano.

L’anima possiamo intenderla invece come la dimensione razionale, interpretativa e riflessiva, a cui corrispondono la conoscenza scientifica teorica, la progettazione tecnica, l’etica e la psicologia. A questo livello, cui Soloviev fa corrispondere la filosofia razionale, l’uomo non si limita a osservare, ma elabora teorie, modelli e norme, interpreta i dati e decide come agire. Infine, lo spirito è intesa come la dimensione intuitiva e contemplativa, a cui corrisponde la conoscenza filosofica sapienziale e l’estetica. È qui che Soloviev colloca il sapere integrale e la Sofia, o Sapienza divina, che unisce verità, bellezza e bontà.

In queste tre facoltà, corpo, anima espirito, possiamo far rientrare anche tutti gli altri saperi.

Perché però vi sia un’integrazione e un dialogo tra queste diverse forme della conoscenza bisogna riconoscere il centro unificatore: la persona. Essa è l’unità vivente che abbraccia tutte queste forme di conoscenza: radicata nel mondo sensibile, dotata di ragione e responsabilità morale, ma anche capace di aprirsi alla contemplazione del senso ultimo dell’esistenza. Il punto d’unione tra i saperi non passa per la lotta per la supremazia tra sapere empirico, razionale e spirituale, ma per il riconoscimento di questi gradi come parte di un’unica esperienza, quella della persona. Ma ciò che caratterizza nel profondo l’esperienza della persona e la differenzia da quella che i pensatori russi del ‘900 hanno definito individuo, è la consapevolezza del proprio cuore. E’ proprio l’aver dimenticato di avere un cuore che non ci permette come esseri umani di vivere la conoscenza in modo organico e la trasforma, così, in un’esperienza frammentata. Il prototipo dell’individuo è riconosciuto dai filosofi russi nel protagonista del romanzo Memorie dal sottosuolo (1864) di Fëdor Dostoevskij, che è da loro definito l’“uomo senza cuore”: è l’individuo frammentato, privo del centro che integra dimensioni dell’essere e della conoscenza. Solo riscoprendo il cuore come centro unificante e come questo è ciò che ci rende persone, possiamo aspirare ad un sapere davvero integrale.

L’altra dimensione che entra in gioco è quella del conosciuto, che è “l’altro” con cui il soggetto conoscente, ossia la persona, entra in relazione ma che rimane appunto altro da essa. In questo senso, quest’ultimo non si può “possedere” nella sua interezza, altrimenti significherebbe essere rimasti nell’io e nelle sue proiezioni. Possiamo concludere, quindi, che perché la conoscenza sia vera, il conosciuto (soggetto o oggetto) è caratterizzato da un elemento che è nella disponibilità immediata del soggetto conoscente ed una realtà altra che gli sfugge. In questo senso possiamo affermare che la realtà è simbolica, ossia che tiene insieme una parte immediatamente visibile ed una invisibile a cui si accede non direttamente (Ricoeur, La simbologia del male, 1960; Florenskij, La colonna e il fondamento della verità, 1914; Bulgakov, Il Paraclito, 1936). Una conoscenza simbolica è, in generale, una conoscenza che tiene insieme varie componenti integrate tra loro. Il soggetto che compie questa integrazione è, come abbiamo già mostrato, la persona, perciò la conoscenza simbolica è sempre conoscenza personale. Come esseri umani, possiamo definire quindi la conoscenza come un’esperienza personale, integrale e simbolica dell’alterità.

In questa esperienza il rischio principale è quello di ridurre l’altro, vista la sua complessità, ad una sola dimensione, perdendo così di vista le altre. Questo avviene quando si riduce il simbolo ad una sua sola dimensione, ad esempio a quella immediatamente visibile.
Ad esempio, ci siamo illusi di poter conoscere qualcosa o qualcuno solo “pensandolo” o “immaginandolo”, cadendo così in un razionalismo puro, oppure, che possa bastare raccogliere dati empirici sull’altro e analizzarli per poterlo conoscere. Queste due modalità parziali della conoscenza riassumono perfettamente i due tentativi opposti di una filosofia astratta, che assolutizza la mente (o psyché) nel primo caso e uno scientismo radicale, fondato solo sul corpo, nel secondo. L’esperienza dell’altro, essendo simbolica, presenta molte più dimensioni di quelle analizzare da questi due approcci. Non si può e non si deve negare a queste due modalità della conoscenza la loro legittima autorità e utilità. Ciò che va riconosciuto è la loro parzialità e quindi la necessità di ampliare lo sguardo. Queste due modalità cercano naturalmente di autoaffermarsi, contrapponendosi l’un l’altra e perciò rendendo difficile ogni forma di dialogo. Non si può pretendere che in se stesse trovino una modalità di integrazione che necessita invece di un principio unificante.

Il Professor Maffettone ha sostenuto, durante il corso di Filosofia Generale, che ci troviamo di fronte al crollo dell’illusione scientista che vedeva solo la scienza come produttrice di verità e il resto dei modi della conoscenza come fantasticherie. Ha affermato che i grandi fenomeni del nostro tempo non sono analizzabili solo in termini strettamente newtoniani e einsteiniani e che il vero sapere deriva dal rapporto tra scienze ed umano. Questa, secondo la sua autorevole opinione, è ciò di cui Aristotele e Kant si occupavano, mentre oggi siamo bloccati in una contrapposizione ideologica tra scientismo e antiscientismo.

In questo articolo si è voluto mostrare una possibile via per uscire da questo impasse: l’approdo ad una conoscenza integrale come relazione personale che implica il riconoscimento del soggetto conoscente come persona dotata di un “cuore” e del conosciuto come una persona o un oggetto, intesi come simbolo, ovvero una realtà multistrato irriducibile ad una singola dimensione. E’ necessario riscoprire la conoscenza come esperienza, incontro, relazione con l’altro: la vera conoscenza implica un coinvolgimento di tutte le dimensioni sia del conoscente che del conosciuto. Questa è ciò che Soloviev ha denominato “conoscenza integrale”, affermando che il suo oggetto sia “il veramente essente, considerato sia in sé sia nei suoi rapporti con la realtà empirica del mondo soggettivo ed oggettivo, di cui esso è il principio primo assoluto” (Vladimir Soloviev, La conoscenza integrale, 1877). Essendo quindi la conoscenza una partecipazione profonda, relazionale e sponsale all’alterità, ciò che integra tutte le sue dimensioni non è altro che la persona. Solo una filosofia della persona e del simbolo possono rompere il dualismo tra antiscientismo e scientismo e portare al sapere integrale, facendosi trait d’union tra tutti i saperi umani.


Bibliografia

  • Aristotele. L’anima. Testo greco a fronte, (a cura di Giancarlo Movia). Milano: Bompiani, 2001.
  • Aristotele. Metafisica. A cura di Enrico Berti. Roma–Bari: Laterza, 2017.
  • Bulgakov, Sergej N. Il Paraclito. Traduzione di Fausta Marchese; introduzione di Pier Cesare Bori. Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 2012.
  • Descartes, René. Discorso sul metodo, (a cura e traduzione) di Riccardo Campi. Milano: Feltrinelli, 2018.
  • Dostoevskij, Fëdor. Memorie dal sottosuolo. Traduzione di Emanuela Guercetti; introduzione di Fausto Malcovati. Milano: Garzanti, 2014.
  • Florenskij, Pavel A. La colonna e il fondamento della verità. Saggio di teodicea ortodossa in dodici lettere, (a cura di Natalino Valentini);  traduzione di Pietro Modesto, rivista da Rossella Zugan e Natalino Valentini. Cinisello Balsamo: San Paolo, 2010.
  • Plotino. Enneadi. Testo greco a fronte. Traduzione, introduzione e note di Giuseppe Faggin; presentazione di Giovanni Reale. Milano: Bompiani, 2000.
  • Ricœur, Paul. Finitudine e colpa, (a cura di) Bertoletti I. Brescia: Morcelliana, 2021.
  • Solov’ëv, Vladimir. La conoscenza integrale, (a cura di) Adriano Dell’Asta. Seriate (BG): La Casa di Matriona, 1998.
  • Špidlík, Tomáš, and Marko I. Rupnik. Una conoscenza integrale. La via del simbolo. Roma: Lipa, 2010.
  • Špidlík, Tomáš. L’idea russa. Un’altra visione dell’uomo. Traduzione di Stella Morra. Roma: Lipa (Pubblicazioni del Centro Aletti), 1995.

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