“IL MODELLO MILANO SI È ROTTO”

“Il modello Milano si è rotto bisogna costruire tenendo conto di cittadini e ambiente.”questa la dichiarazione a caldo della Professoressa Elena Granata, urbanista del Politecnico milanese, a proposito non tanto delle indagini della procura, ma dell’idea più ampia della città per come era concepita e per il suo modello di crescita “La città non deve essere un privilegio, un premio o una conquista sociale. La città è per sua costituzione il luogo dove una persona appartiene a una comunità, in quanto suo diritto inalienabile. La dimensione della gratuità è costitutiva delle città, in particolare di quelle europee: lo spazio pubblico, il parco, la salute, il welfare, sono tutte conquiste associate all’idea di una città di tutti. Oggi lo stiamo dimenticando ed è pacificata ormai l’idea che la città sia un club per altospendenti: chi ha quel budget può starci, chi non ce l’ha si accomodi altrove…”.
Milano attrae i grandi ricchi da tutto il mondo e paradossalmente respinge i lavoratori che ne garantiscono il funzionamento quotidiano. La cresi del ceto medio è storia nota ed ampiamente certificata, così come la crisi del lavoro con posto fisso e salario garantito ma insufficiente per potersi permettere di stare a Milano. Il ceto medio scappa da Milano verso l’hinterland e lo stesso capita ai lavoratori dello stato o delle municipalizzate a salario fisso.
Il punto di rottura più evidente di questo sistema si registra nella macchina dei servizi pubblici, sia statali sia locali. L’appeal del “posto fisso” a Milano, un totem per la maggioranza dei lavoratori italiani, sta diminuendo perché di fatto genera un salario insufficiente a compensare il costo della vita nel capoluogo lombardo,


I dati consolidati dall’Inps e dai dossier di FP Cgil e UilPA restituiscono una prima fotografia della difficoltà che devono affrontare le persone chi si trasferiscono a Milano. Complessivamente tra il 2022 e 2024 il comparto del pubblico impiego a Milano ha registrato una contrazione netta del 15% delle posizioni attive, circa 32.000 dipendenti in meno in pianta organica. Lo svuotamento riguarda settori essenziali: la sanità ad esempio ha perso il 15% del personale, la scuola ha registrato un calo del 20,4%, con migliaia di cattedre scoperte a ogni avvio di anno scolastico. Questo fenomeno è alimentato anche da due dinamiche: le rinunce preventive e le dimissioni volontarie. Storicamente, circa l’80% dei vincitori dei concorsi ministeriali centralizzati proviene dalle regioni del Mezzogiorno. Di fronte alla prospettiva di un saldo mensile nullo tra stipendio, affitto e costo della vita, la quota di chi rifiuta l’assegnazione a Milano o si dimette entro i primi tre mesi oscilla stabilmente tra il 30% e il 40%, con punte del 56% in uffici strategici come l’Ispettorato del Lavoro. Nello spazio di soli 18 mesi, sono state censite 6.000 dimissioni volontarie da contratti a tempo indeterminato, sintomo di un passaggio di massa verso il settore privato locale.

Questa difficoltà a trovare lavoratori disposti a venire a Milano e soprattutto a fermarsi non riguarda solo lo Stato, ma emerge in manieri netta anche nel privato e nelle aziende municipalizzate, ad esempio il settore dei trasporti cittadini, gestito da ATM, società interamente partecipata dal Comune di Milano. Qui il fattore logistico si scontra con una la barriera economica all’ingresso. Un neo-assunto al volante di un autobus (CCNL parametro retributivo 140 dell’AutoFerroTranvieri) entra con una busta paga di circa 1.300-1.400 euro netti al mese, busta che arriva a 1.600 euro solo attraverso il ricorso sistematico a straordinari, turni notturni e festivi. A fronte di questa retribuzione, l’investimento privato iniziale per l’ottenimento della patente D e della Carta di Qualificazione del Conducente (CQC) richiede una spesa compresa tra i 3.000 e i 4.000 euro. E il saldo con il costo della vita milanese è scoraggiante.
Il risultato, denunciato dalle sigle sindacali di categoria (Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti), è una carenza cronica e strutturale che oscilla tra i 300 e i 400 conducenti necessari a coprire i turni ordinari. Per evitare la paralisi del servizio di superficie, l’azienda è stata costretta a rimodulare al ribasso le frequenze di diverse linee di autobus e filobus, con tagli alle corse compresi tra il 3% e il 7% in determinate fasce orarie. Lo sforzo per attrarre candidati e trattenerli è imponente eppure sembra non bastare. I bandi di selezione a flusso continuo di ATM registrano un tasso di abbandono o dimissione entro l’anno di prova superiore al 25%: i candidati scelgono di passare alle aziende private di logistica o di trasporto merci dell’hinterland, dove i salari medi risultano superiori del 20% e i turni di lavoro più regolari.
La conferma comunque che al centro di questo problema cui sia il nodo immobiliare sta tutto nelle contromisure davvero straordinarie che l’ATM ha dovuto implementare per tentare di arginare la fuga: L’azienda finanzia integralmente la patente per i nuovi candidati, eroga contributi per l’affitto una tantum, ha accordi per offrire posti letto in alloggi convenzionati destinati ai lavoratori fuorisede. Chiaramente sono soluzioni temporanee che non risolvono la tendenza di fondo. In assenza di indennità territoriali o di un piano straordinario e strutturale di edilizia residenziale pubblica, la prima economia d’Italia rischia di andare in crisi proprio nei suoi servizi di base, nevralgici e vitali per far funzionare la comunità. Paradosso e effetto collaterale della crescita della città spinta dalla finanza e dalla migrazione dei ricchi.

PS. Per essere chiari: nessuno ha niente contro i ricchi. Anzi. Milano senza la filantropia storica dei milanesi sarebbe molto diversa e forse molto più triste. Diciamo che sono cambiati i ricchi e che le città per pochi nel breve e medio periodo è insostenibile
Nessuno qui ce l’ha con il mercato ma come dice Elena Granata, ci si lamenta della politica perchè non c’è. C’è solo l’amministrazione che in questa fase di cambiamenti non basta: serve visone, oggi più che mai.
Si è rotto qualcosa a Milano. La città delle grandi ambizioni, dei sogni possibili per tutti, è una città a due velocità, con una crescita economica sempre meno inclusiva e le disuguaglianze sempre più marcate. «La condizione di Milano è insoddisfacente” dice Granata, “impariamo la lezione dai Paesi che amano l’economia: l’economia da sola non basta mai.”