Il lavoro povero e il patto sociale che si è rotto

Partiamo dal fondo. Il lavoro povero in Italia è diventato una costante caratteristica di un sistema economico e produttivo orientato per decenni all’export. Oggi una parte sempre maggiore delle povertà economiche non deriva dalla mancanza di occupazione, ma dal lavoro stesso. Un paradosso ed una contraddizione per chi viene dall’analogico e dal 900, che svuota ulteriormente il ruolo del lavoro nella società del XXI secolo.
Il “working poor” non è più una categoria statistica marginale ma realtà strutturale che coinvolge oltre tre milioni di cittadini, a cui si sommano altri lavoratori a “forte rischio” povertà per vari motivi che vanno dall’età alla mancanza di competenze necessarie alla gestione dei nuovi sistemi produttivi digitali.
Se il lavoro, nel Novecento, era il principale dispositivo di sicurezza sociale e di accesso alla cittadinanza, oggi si configura spesso come una forma di precarietà più o meno assistita.
Nell’ambito del mercato del lavoro si è verificata una proliferazione di contratti atipici, dal part-time involontario, che in Italia riguarda l’11% dei lavoratori con punte drammatiche tra le donne, al contratto di somministrazione, alle varie forme di stage e tirocinio. Dal punto di vista del sistema economico nel suo complesso, il salario non solo non è cresciuto negli ultimi trent’anni, caso unico in Europa, ma è diminuito nel suo potere d’acquisto per la ripresa dell’inflazione.
Inoltre il nostro paese resta di fatto uno dei pochissimi nell’occidente ha non avere una misura di contrasto al lavoro povero.
Il reddito di cittadinanza
In Italia il tema l’assegno di cittadinanza, il reddito di integrazione o il salario minimo sono sempre all’ordine del giorno della politica ma non diventano mai strumenti strutturali. Si preferisce intervenire direttamente sulle povertà nella sua dimensione multidimensionale, con un approccio spesso ancora assistenziale. Nonostante le buone intenzioni si lavora ancora molto poco sugli strumenti per l’autonomia.
Uno dei motivi per cui il primo tentativo di reddito di cittadinanza in Italia ha scatenato polemiche feroci e spesso ingiuste è che ha messo insieme misure di contrasto alla povertà e politiche per l’empowerment, nell’idea di un patto tra stato e cittadino che nella realtà si è rivelato impossibile.
In questo scenario, il salario minimo oggi non è più solo uno strumento per l’equità, ma potrebbe diventare un’esigenza per il sistema economico e sociale, che senza consumi non esiste. Negli Usa furono proprio i 5 Tycoon delle Big Tech a chiedere in un documento ufficiale l’introduzione del reddito di base: quando la retribuzione non copre i “costi” della vita quotidiana che sono l’abitazione, l’energia, la mobilità, e quando beni di primissima necessità aumentano in tempi cosi rapidi, il lavoratore entra in un limbo di insolvenza permanente. Si pensi alla diffusione del fenomeno del credito al consumo, o al fenomeno della terza settimana ( non più la quarta), o ancora alla fuga dalle città per il caro affitti. Nella sostanza questo meccanismo polarizza ancora di più la ricchezza nel paese e rende ancora più fragile il mercato interno. Fino a quando regge l’export, basato più sul contenimento dei salari che su innovazione e produttività, il sistema regge, quando però cambia il quadro globale il problema si manifesta in tutta la sua urgenza.
Un piano inclinato ed un gioco al ribasso
L’impatto di questa dinamica di impoverimento del lavoro è enorme anche sulla tenuta democratica della nostra società. Il lavoro povero genera un disinvestimento nel futuro non solo materiale: chi vive sotto la soglia di povertà pur lavorando non può pianificare, non può accedere al credito, non può investire nella propria formazione. Si crea così un circolo vizioso in cui la bassa produttività delle imprese, basata su un basso costo del lavoro, alimenta una forza lavoro demotivata e “tecnicamente” stagnante, dal punto di vista delle competenze, delle motivazioni e della partecipazione. Il “lavoro povero” per una singolare eterogenesi dei fini diventa un costo che i lavoratori e di conseguenza lo Stato attraverso il welfare pagano a un sistema produttivo incapace di innovare. Senza una soglia di dignità salariale sotto la quale non si dovrebbe poter andare il mercato del lavoro si trasforma in un meccanismo di redistribuzione della povertà anziché della ricchezza.
Si consideri infine che quando si sostiene la necessita di un salario minimo bisogna ragionare su risorse/mese, non su costi orari, che nel caso del partire involontari o dei lavori spezzatini o on demnad hanno poco senso. E sul fatto che i lavoratori devono poter godere dei diritti garantiti. Si tende spesso a sottovalutare che il diritto che conta e che è efficace è quello che si può “agire”. UN lavoratore freelance ad esempio che lavorar per la PA o nel mondo dell’editoria difficilmente avrà la forza di far rispettare il costo orario minimo garantito per legge, perché non ha la forza di rischiare di uscire da un network che si basa solo su canali informali. E purtroppo quello che conta non è quanto si guadagna l’ora, ma quello che si porta a casa a fine mese.
Il “Quiet Quitting”: il ritiro della mente dal processo produttivo
“Quiet quitting” e “great resignation”, (le Grandi dimissioni) sono entrati nel lessico degli operatori del mercato del lavoro che da dopo il covid hanno cominciato a fare fatica a trovare le risorse per le aziende che hanno visto aumentare il turn over come mai in precedenza. All’inizio questo fenomeno, fu percepito, nell’ordine, come una provocazione, l’inizio di una nuova forma di protesta, la fine del neoliberismo che sfrutta e sottopaga, l’ultima forma 5.0 dello sciopero sulla base di un mondo sempre più di individui “singoli” alienati ed in bornout. Grandi dimissioni e Quiet quittying sono ancora oggi due Hype da social media popolarissimi nella Gen Z e tra i millenials. Eppure sono l’espressione dell’unica cosa che gli operatori non hanno mai voluto dire né ammettere, cioè che derivano da una insoddisfazione profonda verso il loro lavoro e la loro azienda e trovano che lo stipendio sia sempre più basso, o almeno che non basti ad arrivare alla fine del mese.
Tra le varie sul covid poi si disse solennemente che la pandemia era un acceleratore di ogni cambiamento, e che l’innovazione ci avrebbe fatto diventare tutti digitali e smart, o ci avrebbe liberato dal lavoro e resi migliori, più consapevoli, meno oppressi dalle aspettative, dal consumismo e dall’ansia da prestazione. Come si è visto non è andata affatto così. Il potere d’acquisto del salario è crollato per vari motivi la cui trattazione ci porterebbe troppo lontano dal tema, e il lavoro, uno dei campi in cui queste trasformazioni sono avvenute in maniera più profonda, è sempre più una promessa tradita, di emancipazione, di successo, di gratificazione, di relazione.
Le grandi dimissioni sono state un fenomeno senza precedenti, almeno nei numeri, ma riguardavano solo quei lavoratori che se lo potevano permettere. Oggi di grandi dimissioni non si parla più, si lavora insoddisfatti e basta. Il fenomeno del “Quit quitting” invece ha avuto ed ha un impatto molto più significativo e pericoloso, sia per le aziende che per l’individuo e la comunità. Non solo l’insoddisfazione viene interiorizzata e accettata come una parte del “contratto” tra lavoratore e azienda, con buona pace dell’ingaggio e del clima aziendale, diventatando una risposta “razionale” a un sistema che ha smesso di scambiare lavoro con senso e risorse economiche.
Le grandi dimissioni.
Il lavoratore decide, in modo più o meno consapevole, di limitare la propria prestazione al mansionario minimo contrattuale, eliminando ogni slancio proattivo, ogni ora di straordinario non pagato e ogni coinvolgimento emotivo, tradotto alle 17,00 cade la penna, non un minuto prima né uno dopo. Questo disimpegno in un sistema produttivo che punta sulla orizzontalità, sulla risorsa umana e sulla sua competenza è effettivamente un problema, che non si risolve più con la promessa dello scambio tra salario e ruolo, cioè guadagni poco ma sui social scrivi che fai un lavoro che da status. E quando genera turn-over elevato crea problemi alle organizzazioni che investono sulla formazione delle risorse. A cambiare poi è il valore attribuito al lavoro. Tradotto “Lavorare fa schifo (#lavorarefaschifo su Instagram e tiktok oggi è gettonassimo, più di #quitquitting) e non esiste un lavoro “figo”, esiste un lavoro e una retribuzione, che ormai nessuno si aspetta più che sia alta. Una delle parole più usate sui social dai ragazzi della Gen Z è non a caso “sottopagato”.
Questo fenomeno è uno dei tanti sintomi di una moderna alienazione 5.0, profonda e esistenziale, molto diversa rispetto a come si intendeva nel secolo scorso, perché si abbina alla rassegnazione e all’accettazione tipica dell’interiorizzazione dei successi e degli insuccessi.
Il Rapporto Gallup, la storica indagine sul livello di soddisfazione detersone sul loro posto di lavoro condotta nei paesi OCSE di tutto il mondo, evidenzia come il coinvolgimento dei lavoratori sia ai minimi storici, in particolare nelle economie “avanzate” e ricche. Noi siamo neanche a dirlo siamo tra i più insoddisfatti, peggio di noi solo Cipro.
Uscendo dai confini di casa nostra, una delle ragioni sta proprio nello svuotamento di senso: se il lavoro è percepito come un’attività “leggera”, priva di proiezione futura e di riconoscimento sociale, l’individuo opera una separazione netta tra il proprio Sé e la propria funzione professionale. Il lavoro diventa una semplice transazione economica, senza alcun altro tipo di senso: tempo contro denaro, senza alcuna appartenenza.
Le aziende che invece puntano all’ingaggio rispondono con contromisure legate al “wellness” o al “branding” aziendale, ma di fatto non affrontano il problema alla radice. Il “quiet quitting” non si risolve con la palestra in ufficio o il calcio balilla nell’area caffè, ma restituendo al lavoro la capacità di essere un luogo di crescita e di autodeterminazione, con uno stipendio almeno sufficiente a vivere serenamente. Quando la flessibilità è a senso unico, cioè viene richiesta costantemente al lavoratore ma mai concessa dall’impresa il ritiro dell’impegno diventa l’unica forma di difesa o di tutela della salute mentale rimasta all’individuo. In questo senso è una protesta silenziosa che segnala il crollo del mito della performance a ogni costo, ma individuale e non socializzata, quindi fortemente depotenziata e ancora più corrosiva.
IL tempo e lo spazio: la fabbrica, l’ufficio, il posto di lavoro…
Il lavoro nel ’800 e nel ‘900 è sempre stato associato all’idea dello spazio, l’ufficio, il negozio o la fabbrica, e del tempo, il turno, il badge, le pause. E dopo il lavoro c’era il tempo e la spazio del dopolavoro, il circolo, la bocciofila, il bar. La fabbrica, o l’ufficio, non erano solo un luogo fisico, ma uno spazio dove si generava aggregazione e condivisione. Lo stesso capitava nei circoli del “dopolavoro”. Il coworking, lo smartworking o il telelavoro sono da uqestoi punto di vista una vera e propria rivoluzione, che non riguarda solo la gestione delle risorse umane ma l’intero immaginario associato al lavoro.
Se cambiano i tempi e i luoghi cambia per forza il modo con cui le persone si mettono in relazione fra loro, e cambia l’idea di appartenenza a una determinata azienda o a un determinato lavoro.
WORK 5.0
Per chi ha buona memoria, il caso di GKN di Campi Bisenzio ebbe inizio nel momento in cui la proprietà, il fondo Melrose, licenziò via mail i dipendenti dal giorno alla notte, non perché l’azienda andasse male , ma perché una delocalizzazione avrebbe fatto guadagnare molto di più in termini finanziari alla proprietà che non la produzione per il mercato in Italia. Nonostante manifestazioni, vertenze, tavoli in regione e al ministero, e un attenzione mediatica straordinaria la situazione alla fine dopo una prima fase di grande ottimismo non si è risolta: GKN lavorava solo per FIAT che ne frattempo è diventata Atlantis, è andata via dal’Italia e attualmente se la passa abbastanza male.
IL WORK 5.0
La quinta rivoluzione industriale secondo i futurologi consiste in parole semplici nella collaborazione simbiotica tra l’uomo e la macchina. In questo quadro il lavoro 5.0 è un capitolo tutto da pensare e da scrivere, a partire dalla direzione che prenderà questo cambiamento per ora solo annunciato. L’0innovazioe e i progressi della scienza non per forza hanno per fine il benessere delle persone e dell’ecosistema, anzi, la tecnologia viene vista oggi sempre meno come uno strumento, e sempre più come un fine che si giustifica da sé. Quando si sostiene che la macchina sostituirà il lavoro dell’uomo, e che nessuno possa prevedere quando e a che condizioni questa sostituzione accadrà, si accetta l’idea che a prevalere debba essere il solo punto di vista della tecnologia e della scienza destinata ad un progressione incrementale infinita, senza alcun limite o vincolo. Questo equivale alla difficoltà di assumersi la repsonsabiita di scrivere le regole o di decidere fino a che punto spingere sulla applicazione dei nuovi strumenti.
In attesa di questi scenari possibili la tecnologia oggi non sta liberando le persone dal lavoro, al contrario intensifica gli sforzi e le competenze necessarie. E nel frattempo sta ridisegnando la mappa dei valori con le quali le persone danno senso alla vita sociale e individuale. L’utilizzo della tecnologia nell’ambito del lavoro è finalizzata oggi solo all’ottimizzazione dei processi e del valore aggiunto, al business non al wellnes dei lavoratori. Nonostante stia emergendo una nuova funzione sociale delle imprese e delle organizzazioni all’interno della comunità, ad oggi le aziende cosi come sono concepite oggi devono fare profitti. E comunque personalmente siamo del parere che non tocchi a loro scrivere le regole del gioco.
IL DIGITALE CHE AVANZA
L’intelligenza artificiale e l’automazione, se inserite in una cornice di deregolamentazione, rischiano di agire come strumenti di un nuovo taylorismo digitale, un nuovo modello in cui l’algoritmo non si limita a supportare il lavoratore, ma ne definisce i ritmi, ne monitora la micro-performance e ne riduce l’autonomia decisionale. Diminuisce il carico fisico del lavoro novecentesco ed aumenta quello cognitivo e psichico. Si allentano le distinzioni tra i tempi di lavoro e non lavoro e cambiano le dimensioni spaziali dei luoghi di produzione. Lo smart working ad esempio non solo mette in discussione tempo e spazio, i due paradigmi del reale ma trasferisce parte della prossimità e della relazione tra gli individui nel virtuale.
Il digitale però oggi non sostituisce il reale, lo duplice e lo raddoppia, e il lavoratore lavora due volte, nel reale e nel virtuale, con due linguaggi, due standard e due sistemi di organizzazione diversi.
Se poi a gestire le rosse sono i dispositivi digitali e si introduce un meccanismo di valutazione degli obiettivi e di sorveglianza algoritmica gli ambienti di lavoro producono una pressione sempre più alta. Le persone diventano una parte di un sistema informativo senza esserne consapevoli, e spesso senza aver le competenze necessarie a stare dentro questo sistema ibrido.
La vera sfida è culturale.
La vera sfida del Work 5.0 è politica e culturale prima che tecnologica. Si tratta di decidere che cosa ci serve la tecnologia e chi ne deve beneficiare, in tutti gli ambiti di applicazione. Nello specifico del lavoro ad esempio dobbiamo stabilire di chi è la ricchezza e l’aumento della produttività generato dall’automazione, cioè il valore economico che diserva e il tempo sottratto al lavoro. Spesso il lavoratore non conosce i criteri con cui l’algoritmo valuta la sua prestazione e quindi non può contestarli, contrastando la precarizzaione e lo svuotamento di potere contrattuale. In questo senso la settimana cortissima, o comunque la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario è una ipotesi che oggi sembra meno insostenibile che in passato. Lo stesso vale per i diritti che cambiano quando cambiano i contesti, si pensi al diritto alla disconnessione effettiva. Nella fase di transizione che viviamo oggi la tecnologia non sta migliorando le condizioni di lavoro e resta una forma di dipendenza verticale, forse più sofisticata della precedente ma uguale nella sostanza e nella finalità.
La società delle aspettative: il collasso del desiderio
Il disagio che attraversa il mondo del lavoro è anche l’esito dello scontro tra la “società delle aspettative” e la realtà di un mercato del lavoro impoverito. Viviamo in un sistema culturale che spinge costantemente verso standard elevatissimi di consumo, successo e autorealizzazione. Questi desideri sono alimentati da una comunicazione pervasiva che promette l’accesso a stili di vita elitari come condizione desiderabile, di status e di normalità.
Questa spinta “culturale” impatta però contro la realtà di contratti precari o di stipendi da 1.200 euro. IL disagio che ne deriva resta interiorizzato e individuale, e fatica a diventare “poltico” e collettivo. Il lavoro non è più lo strumento per vivere un presente soddisfacente e costruire un futuro desiderabile, ma diventa un ostacolo: consuma tempo ed energie senza offrire le risorse economiche per partecipare alla società dei consumi del presente e trsforma il futuro iun rischio e precarietà. Uno scollamento che assomiglia ad un “agito” svuotato di ogni senso: molte persone cercano lavoro, o lavorano per inerzia, con una odiosa e costante sensazione di inutilità latente.
Il disinvestimento resta dunque una scelta individuale ma dipende dal contesto. Se il lavoro non permette di acquistare una casa, di formare una famiglia o di partecipare alla vita culturale, cessa di essere un valore. Il “lavoro leggero”, privato di peso sociale, non alimenta grandi aspettative nel futuro. Il lavoro “pesante” in termini di diritti, di status e di potere d’acquisto potrebbe non tornare mai.
Tra gli effetti collaterali del digitale, c’è questa crisi di senso e di sostenibilità, che rende urgente un lavoro di ricostruzione di un nuovo patto sociale credibile.
Gianni Zais











