di Luigi Troiani
Per una serie di ragioni il Mediterraneo non ha potuto esprimere sviluppo unitario e comune. Si deve da un lato alla fine disastrosa che via via hanno sofferto gli imperi e potentati che nel Mediterraneo si sono succeduti. Dall’altro al declino che il Mediterraneo ha subìto da quando, nel Cinquecento, ha iniziato a funzionare la via atlantica agli scambi, che ha ridotto al lumicino il ruolo “universale” del mare. Sono prima la scoperta di Colombo, poi soprattutto il periplo del Capo di Buona Speranza (estrema punta sotto il sud Africa), doppiato nel 1488 da Bartolomeo Diaz e quindi da Vasco da Gama che lo chiamò col nome attuale.
Il Mediterraneo si ritrova declassato a mare interno, grazie all’accesso alle rotte atlantiche immediato e diretto. Decentrate rispetto ai traffici rilevanti (che avvenivano verso i nuovi mondi di America e Indie, non più verso il “mondo antico” che incrociava il Mediterraneo), le nazioni rivierasche iniziano l’inarrestabile declino e l’avvio del processo è concomitante al sorgere della modernità in occidente.
Non sorprenderà vedere secoli dopo l’intero Mediterraneo collocato in posizioni di retroguardia culturale e scientifica. Il mezzogiorno d’Europa e il nord Africa risulteranno arretrati in fatto di sviluppo scientifico, democrazia politica, libertà sociali e civiche, forme di organizzazione sociale, assetti economici. Non si può dire lo stesso rispetto a scienze umane, giuridiche, filosofiche, dove quelle regioni manifestano punte di eccellenza anche nei confronti dell’Europa centrale e settentrionale.
Il fattore religioso vi viene interpretato in modo tradizionale e non profetico. Il familismo/clientelismo che inficia la concorrenza e l’emergere “del migliore”, ha ricadute negative anche sugli aspetti politici, spesso tendenti all’autoritarismo e all’imposizione non democratica di ceti favoriti e corporazioni. La dipendenza e la diseguaglianza che colpiscono le donne, in misura maggiore o minore a seconda delle varie situazioni nazionali e religiose, vanno anch’esse ascritte ai fattori richiamati. Nel caso cristiano vi è il paradosso che il libro di riferimento, il Vangelo, può essere considerato a ragione molto aperto e innovativo sulla questione femminile, soprattutto se si pensa in quale tipo di società tradizionale e patriarcale sia storicamente nato.
Se consideriamo il cristianesimo romano funzionale alla conservazione e al rinnovamento dell’eredità antico romana, il permanere del giudaismo e il nascere dell’islam diventano elementi di “disturbo” di una curva storica che avrebbe potuto trovare, in forma rinnovata, la prosecuzione di Roma: in occidente nell’impero carolingio e oggi nell’Ue, ad oriente in Costantinopoli e nell’ortodossia.
Se nelle Americhe e in molte parti d’Asia il processo storico è andato verso grandi aggregazioni che hanno segnato la forza delle nuove nazioni, nel Mediterraneo la frammentazione in mille e rissose entità di potere locale è stata elemento di debolezza. Alla radice appaiono anche dichiarate motivazioni religiose: in realtà la lotta politica ed economica ha cercato giustificazione e motivazione nella società religiosa che troppo spesso si è prestata al gioco pensando di ricavarne vantaggi in termini di agibilità. Nonostante gli sforzi che vengono oggi da molti leader religiosi, giustamente preoccupati di fenomeni come il terrorismo islamista, agli apporti dei monoteismi mediterranei continua a mancare la capacità di unire, in senso politico pacifico, quanto riescono a formare in termini morali e culturali.
Probabilmente troppo profondo è il solco scavato dalla storia, rispetto alla capacità di riconoscersi nel ceppo comune. Ma così la ricerca dell’affermazione delle diversità finisce per mettere le religioni in condizione di contribuire anch’esse a guerra e violenza. Quando ciò accade, le religioni finiscono per trovarsi nella situazione di “guerra civile” tra religioni, talvolta all’interno della stessa fede. Sono note lotte intestine come quelle tra protestanti e cattolici, tra sciiti e sunniti, tra le tante facce dell’ebraismo.
Un’altra riflessione si chiede come mai Umanesimo e Rinascimento, che accelerano l’apertura e l’avanzata dell’occidente, non trovino occasione per manifestarsi anche nelle regioni dell’islam, con un’assenza che penalizzerà per interi secoli lo sviluppo culturale e scientifico di grandi popolazioni e vasti territori. Dopo Poitiers, l’islam risulterà sconfitto militarmente e culturalmente, esprimerà bassissima capacità di scienza e organizzazione sociale, abbandonando a sé paesi e reami conquistati, e di fatto cristallizzando le società nelle quali è professato come religione dominante.
In tempo di terrorismi islamici globali, e di conseguente attribuzione generalizzata di disumanità a quella religione, va sottolineata la capacità di ferocia e repressione di certe società cristiane, almeno sino all’illuminismo. Dogmatismo e integralismo cristiani portarono sino ai tribunali della santa inquisizione. Termini come integralismo (origine cattolica) e fondamentalismo (origine protestante) appartengono alla tradizione cristiana prima di emigrare in quella islamica.
Definire cos’è l’Europa diventa, in quest’ambito, questione chiave. Per un lungo periodo essa è stata Grecia e Roma. Durante l’evo medio, è stata il frutto dell’impasto con le civiltà discese dal nord e dal centro, poi con quella islamica in arrivo dal sud Mediterraneo, trasportata dagli eserciti arabi e berberi in molti angoli del continente. Non si dimentichi che, nel periodo di massimo splendore islamico (a cavallo dell’anno 1000 dell’era cristiana), le corti dei sovrani arabi erano luccicanti, i loro monumenti, le loro scienza, cultura, filosofia brillavano senza pari tra Europa e Mediterraneo. Nel lungo e rovinoso declino che in occidente aveva fatto seguito alla caduta di Roma, erano stati spesso i sapienti arabi, con monaci cristiani, a salvare testi greci dell’antichità, sui quali successivamente sarebbero tornati i sapienti occidentali cristiani: Averroè e altri esponenti dell’aristotelismo arabo diffusero, ad esempio, la filosofia classica.
L’Europa era diventata quindi cristiana, perché era stato il cristianesimo a mettere insieme (in antitesi prima col paganesimo, poi con l’islam), popoli del sud e del nord, slavi scandinavi e celtici, latini e post-etruschi, greci e (in parte) turco-siriani. Il paganesimo, che era stato pane religioso ovvio per millenni ad Atene e Roma, era stato soppiantato, anche se aveva provato a resistere in alcune sacche e tuttora influenza la visione modernista, edonistica, consumistica, come si usa dire “pagana” della vita.
Prima lo Scisma ortodosso, poi la Riforma protestante, frantumeranno l’unità dell’orbe cristiano. Il sorgere di illuminismo e laicismo, sommato all’intrinseca debolezza della cristianità divisa, portano l’Europa alla tappa della scissione tra stato e i suoi valori acquisiti (certamente democrazia, rispetto dell’individuo, libertà di pensiero, welfare, imparzialità religiosa dello stato, rifiuto della pena di morte, umanità nel trattamento dei detenuti) da progresso e lotte da una parte, e le religioni e la loro etica fondata sul “libro” dall’altra. Paradossalmente, nella contemporaneità del secondo dopoguerra, ambedue i ceppi valoriali contribuiranno a rendere l’Europa faro dei diritti individuali e sociali di fronte agli eccessi dei poteri statale e politico, luogo di libertà non solo per gli europei ma anche per altri popoli che all’Europa di oggi guardano come riferimento, rifugio, luogo d’elezione. Al tempo stesso è ribadita la fine dell’identificazione storica tra “cristianità” ed Europa iniziata al tempo di Costantino imperatore, affermata con forza nell’età media, quindi aperta all’evoluzione dei tempi.
Apparentemente né nel mondo ebraico né in quello islamico si può documentare un’evoluzione in qualche modo simile a quella vissuta nella cristianità. Nelle nazioni e negli ambiti sociali nei quali prevalgono gli altri due monoteismi, l’autonomia dello stato dalla religione ha meno margini e arriva sino al punto di non esistere. E però, come nel mito del ratto d’Europa, il continente rimane permeato d’oriente, anzi per lunghi tratti della storia, Eurasia non mostra soluzione di continuità, grazie anche alla conformazione delle grandi pianure centro-europee che consentono scorribande e invasioni da oriente.
Come scrive Euripide in Ecuba: “Or debbo muovere,/ in una terra estranea/ servire, or le contrade/ lascio dell’Asia, e in cambio/ muovo all’Europa, al talamo dell’Ade” (Ecuba, 479-480).
Piuttosto l’Europa deve guardarsi dal rischio di considerare la propria esperienza storica superiore a quella di altri popoli. Il colonialismo venne anche da quella errata assunzione di ruolo, così come i 1.500 anni di guerre con i vicini dell’est e del sud. Alla lotta per l’egemonia continentale tra principi cristiani, si aggiunse la lotta per lo spazio vitale fuori dal continente, sollecitata dal progresso tecnologico e dalle esigenze del nascente capitalismo mercantilista. Le due grandi guerre del novecento suggellarono il danno che l’esaltazione di quel concetto ebbe sulle élite europee e, almeno sinora, sono servite ad evitare nuove tragedie europee dopo quella di restare per quasi mezzo secolo spartita tra influenze sovietica e statunitense, occupata e sottomessa.
È l’Unione Europea che ha ora il compito storico di tracciare la strada per la rinascita del vecchio continente. Il che non deve certo avvenire in chiave antislamica. È impossibile sostenere con raziocinio politico la tesi della lotta all’islam da parte dell’occidente, in più di un teatro e in più di un’occasione alleato con regimi e popoli di cultura islamica (si pensi alle posizioni assunte sulla Bosnia (la guerra serba contro la Bosnia inizia nell’aprile 1992 e termina nell’agosto 1995: a bilancio almeno 200.000 vittime), sulle guerre sovietiche e russa contro Afghanistan e Cecenia (l’Urss invade l’Afghanistan e conduce la sua campagna di guerra dal 1979 al 1989. Realizza la sua prima guerra di Cecenia dal 1994 al 1996: termina con la dichiarazione di indipendenza della Cecenia. La seconda guerra, conosciuta come guerra del Caucaso settentrionale, inizia con l’attacco russo dell’agosto 1999 e si conclude nell’aprile 2009), sulla repressione degli uiguri in Cina.
In detto contesto, occorre però esprimersi senza remore sul terrorismo di matrice islamica, perché se è vero che non tutto l’islam è a favore del terrorismo internazionale, è altrettanto vero che nel nuovo secolo questo si è espresso quasi esclusivamente come terrorismo di radice islamica.
Nella conferenza dell’11 gennaio 2002, convocata a Makka subito dopo l’eccidio delle Torri Gemelle, studiosi islamici provenienti da tutto il mondo furono appositamente richiesti dalla monarchia wahhabita di discutere e definire i contenuti del terrorismo. Dissero del terrorismo (Bureau Report, Islamic Scholars define Terrorism, ZeeNews, 14 gennaio 2002):
«… copre ogni atto di aggressione ingiustamente commesso da individui, gruppi o stati contro esseri umani, inclusi attacchi contro la loro religione, vita, intelletto, proprietà o onore.»
E a completamento della definizione:
«Ogni atto di violenza o minaccia destinato a terrorizzare la gente o mettere a rischio vite o sicurezza.»
Aggiungendo:
«Allah ha promulgato punizioni severe e deterrenti per i terroristi, le aggressioni, la furfanteria, che includono la crocifissione, il taglio delle mani e dei piedi e l’esilio dalla propria terra.»
Rivolgendosi alle minoranze islamiche stanziate in stati non islamici il documento dispone il comportamento rispettoso delle leggi locali:
«Rispettate le regole del luogo di residenza e di cittadinanza e sostenete l’ordine pubblico in quei paesi.»
L’invito esplicitamente non veniva esteso ai palestinesi dei territori occupati da Israele.
Benché risulti di forte interesse il richiamo all’osservanza delle leggi dello stato di residenza, nell’insieme il documento appare poco utile al dibattito sul terrorismo islamico, per almeno due ragioni. La prima è che nell’islam non è data gerarchia religiosa, e quindi il risultato della conferenza non trova il veicolo organizzativo e sanzionatorio per essere portato a regime. La seconda è che la definizione di terrorismo appare troppo vasta e troppo vaga, evitando di rispondere agli interrogativi generati dal protagonismo di islamici nei fatti di terrorismo.
Ancora più rilevante, il risalto che assume nel testo il termine “ingiustamente”. Qualunque gruppo terroristico, nell’attuare gli atti aggressivi e distruttivi che il testo citato intenderebbe negare, potrà dichiarare di aver agito nel segno della giustizia, colpendo obbiettivi “giusti”.
(da La diplomazia dell’arroganza, L’Ornitorinco ed.)












