di Beppe Attene
È, ovviamente, banale ricordare quanto la consapevolezza del rapporto con il Male accompagni da sempre il cammino almeno di quella parte di specie umana cui apparteniamo. Da sempre, e certamente dall’inizio.
“Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” (Genesi 2 – 17).
Il Male è dunque, sia pure in contrapposizione al Bene, l’elemento che storicizza l’inizio del percorso nel mondo attraverso l’abbandono del Paradiso Terrestre e il successivo e drammatico ingresso nello Spazio e nel Tempo.
Non vi è del resto dubbio che il Male in particolare ci caratterizzi rispetto alle altre specie animali viventi.
Un cane, un cavallo o un gatto potranno certamente compiere atti pieni di Bene e di amore, ma possiamo certamente escludere che possano agire mossi da una volontà malvagia o da uno scopo essenzialmente cattivo.
Occorre però ferreamente distinguere il Male, nella sua necessaria essenzialità, dai comportamenti pratici che sembrano rientrare in questa categorizzazione.
Tali comportamenti sono generalmente vietati e giustamente sottoposti a sanzione o deterrenza.
Rapinare un distributore di benzina (o una banca) è contro la Legge. Di conseguenza, se non si riesce ad impedirlo o prevenirlo, l’autore di quell’atto deve essere sottoposto a giudizio e punito. Ciò anche allo scopo di rieducazione e di prevenzione verso possibili future iterazioni.
Non per caso la società umana valuta anche sulla base di questo il proprio stato di progresso.
La abolizione (a metà degli anni ’70) del riconoscimento del “delitto d’onore” come attenuante per l’uccisione della moglie adultera (o tale ritenuta) è un corretto passo di civilizzazione e di crescita della società italiana.
Esso praticamente si esprime attraverso un netto aggravamento della pena irrogata e dovrebbe comunque costituire un elemento di dissuasione e deterrenza nei confronti di comportamenti comunque inaccettabili.
La storicizzazione del rapporto con il Male indica dunque un percorso in cui si auspica che alla fine possa costruirsi una società in cui le azioni malvagie siano rese impossibili o perlomeno talmente sconsigliabili da ridurne veramente al minimo la pratica.
E, purtroppo, tale auspicio pare ben lontano dalla sua efficace realizzazione.
Ciò ci porta a una successiva riflessione.
Posto che la pena sia severa ed adeguata, posto che il colpevole sappia che certamente non gli sarà possibile sfuggirle, posto che egli non possa non essere consapevole di stare arrecando un danno insuperabile alla sua stessa esistenza futura, posto, insomma, tutto questo: come si spiega il ripetersi e l’implementarsi di atti di terribile violenza senza nemmeno una qualche giustificazione economica o genericamente funzionale?
Siamo di fronte all’essenza stessa della questione.
Siamo di fronte al Male auto – fondante, privo di giustificazioni funzionali e capace di esistere solo per sé stesso.
Per dirla meglio: capace di motivare sino all’estremo chi lo compie costituendo, evidentemente, una fonte di soddisfazione e di auto riconoscimento superiore rispetto a qualunque rischio.
Nel 1963 la Arendt sintetizzò nel concetto di “banalità del Male” quel che emerse dal processo ad Eichmann che esprimeva nel suo contenuto e freddo atteggiamento la perversa idea di avere fatto soltanto il suo dovere organizzando la soluzione finale alla questione ebraica.
In fondo, pensava quel riservato SS, se la Spagna avesse accettato di accogliere gli ebrei tedeschi o fosse stato possibile il trasferimento di massa in Mozambico, non sarebbe stato costretto a fuggire in Sud America e non si sarebbe poi trovato ad essere giudicato dalle sue vittime.
In realtà il Male assoluto, quella auto–fondante, stava effettivamente alle sue spalle, nel cuore del progetto hitleriano e lui si era limitato ad aderirvi pienamente.
Così come stava nei gulag staliniani che Herling ci racconta in “Un mondo a parte” come dediti soltanto alla distruzione dei polacchi (o dei dissidenti vari) senza nessuna utilizzazione finalistica.
Come, del resto, avvenne con i milioni di morti ucraini condannati a morire di fame anche a costo di non fare arrivare più il grano a Mosca.
Certo che, a guardare il Male assoluto nel tempo, si capiscono tante cose anche dell’oggi.
Oggi, però e purtroppo, vi è una novità che non avremmo voluto certamente considerare.
Quel Male auto – fondante e privo di obiettivi se non la sua stessa esistenza è stato negli ultimi anni sdoganato e offerto a tutti come fattore di auto – identificazione ed esistenza nel mondo del WEB, al di fuori dalle dimensioni di Tempo e Spazio.
Il passaggio iniziale di questo drammatico percorso sta nella diffusa convinzione che la registrazione di atti e la loro condivisione in Rete comporti inevitabilmente la “non punibilità” degli atti stessi.
Al sentimento di vergogna e occultamento che normalmente accompagnerebbe molti comportamenti si è sostituita una consuetudine che assegna un valore identitario alla loro diffusione.
L’esempio meno grave (ma più chiaro) è quello dei giovani teppisti che spingono fuori strada due contadini sikh che tornano in bicicletta dal lavoro e poi postano orgogliosamente la scena inquadrando per bene la targa dell’automobile con cui hanno fatto il bel gesto.
Ben più orrore trasmette, naturalmente, la vicenda di quei due sinistri figuri che uccidono una bambina di due anni.
La tormentano e la spingono a respirare marijuana, ma soprattutto riprendono e conservano tutta la scena con i loro divertiti commenti sullo sfondo sonoro.
Quei due mostri (mia nonna avrebbe detto due diavoli) stanno gridando al mondo “Noi siamo questo!” e lo stanno, perversamente quanto orgogliosamente, certificando.
Il Male, nella sua forma più pura ed assoluta, è la loro identità, registrata e conclamata.
Tra questi due esempi scorrono migliaia di altri episodi in cui la caratteristica costante è la documentazione (generalmente via cellulare) e la sua riproduzione in chat o social.
Inevitabilmente l’orizzonte è segnalato in particolare dalla diffusione di comportamenti violenti fra i giovani maschi, dove l’esibizione del coltello sembra essere diventata una forma di qualificazione personale senza la quale non si ha diritto a vivere ed essere accettati.
Non siamo tuttavia di fronte a rituali di accettazione para mafiosi che inevitabilmente prevedevano la riservatezza presente e futura.
E non siamo nemmeno nel mondo della canzone “Porta Romana” in cui la giacca ed il coltello vengono implorati perché occorre andare a vendicare il proprio fratello.
Qui l’esibizione dell’arma e l’atto di violenza sono proposti (oltre alla illusione della impunità) come fattori di auto identificazione in un contesto di completo e totale rifiuto della Autorità.
Questo rifiuto è storicamente fondato sulla pietosa pretesa che la Rete possa fornire a chiunque le risposte a qualunque domanda.
Si rivolge, indistintamente, verso tutte le forme di autorevolezza: famigliare, culturale, professionale, etica.
Un coltello e un telefonino sembrano costruire una società egualitaria in cui occorre inserirsi personalmente e direttamente.
Si tratta di un passaggio epocale.
Per secoli il comportamento “scorretto” è stato occultato e comunque rimosso dalla percezione anche per motivazioni strumentali.
Oggi viene esibito (e non solo da giovani maschi in branco) come fattore di proclamazione della propria esistenza.
Certo, dovremmo chiederci cosa è successo al Bene nel frattempo.
Ma anche questa è un’altra storia.













Commenti
2 risposte a “IL MALE, DA VICINO”
Carissimo Beppe,
Le tue riflessioni sono sempre profonde e importanti. Condivido la tua lettura del Male nel Web, molto preoccupante perché i protagonisti sono giovani, giovanissimi . Il Bene però esiste. Sta a noi renderlo più evidente, “esibirlo”. Gli esempi non mancano ma la stampa troppo spesso li ignora
il nostro migliore filosofo