
Rimini.
Il lavoro per come lo intendiamo oggi, per capirci con le ferie pagate, la malattia, un contratto che regola un patto tra le parti e un ipotesi di senso e di coerenza tra quello che facciamo e quello che pensiamo di essere, è una invenzione recente nella storia dell’umanità.
Ed è una caratteristica del lavoro del mondo ricco, quello che da quando c’è la globalizzazione dei mercati e delle catene del valore si avvantaggia di più della disuguaglianza e della asimmetria tra i diversi mercati del lavoro su scala mondiale.
Inoltre è una novità relativamente recente nella nostra storia e nella nostra cultura il fatto che al lavoro si possa pensare, democraticamente, di associare oltre ad un salario, possibilmente dignitoso, una sorta di ricerca della felicità, nel senso che a questo termine attribuivano gli antichi per i quali la felicità, la eu-demonia, derivava dalla possibilità e dalla capacità di realizzare se stessi lasciando che i demoni positivi della propria personalità prendessero forma…
Ma non solo in occidente il lavoro è quello retribuito, che può gratificare, cioè implicare il fare cose che piacciano, o che può pagare, cioè dare una sicurezza economica. È anche un sistema con cui si redistribuiscono le risorse, in maniera più o meno efficiente, e si dà senso alle persone, senso sociale e individuale. La ridistribuzione della ricchezza ad esempio è un meccanismo che il lavoro ha garantito con discreta efficacia fino agli anni 80 (la ormai “classica” teoria del disaccoppiamento degli economisti del MIT di Boston McAfee e Bryonfjolsson), lo stesso vale per le questioni di ruolo e status sociale, almeno fino a quando l’idea di collettivo e di comunità hanno contato quanto quella di individuo.
Con l’avvento del mondo globale questo binomio, redistribuzione e ruolo sociale, e questi nessi causali, istruzione, lavoro, ruolo sociale e sicurezza economica, sono venuti meno. Emergono dagli anni 90 fenomeni non inediti ma nuovi, la precarietà o il lavoro povero. Si scopre che cresce la ricchezza e con la ricchezza le disuguaglianze che corrodono la partecipazione democratica. Prende forma un contesto in cui la tendenza alla singolarizzazione dei destini umani modifica ulteriormente l’idea dell’esistenza e del fare delle persone, o dello stare in relazione con gli altri. E da nuovo valore al tempo e alla felicità personale, in senso “assoluto”.
Cos’ è oggi il lavoro? E perché guardando a come cambia il lavoro si possono scoprire modi e aspetti di come cambia la nostra società e il nostro modo di associare valore alle cose che facciamo?
Il tema è affascinante e complesso, multidimensionale come si usa dire oggi, e necessita di un approccio interdisciplinare, che va dall’economia ai processi culturali e all’idea che l’innovazione è una questione tecnologica ed economia ma fino ad un certo punto, e non solo.
Il lavoro oggi cambia per svariati motivi, tutti ugualmente determinanti. Di questi forse il primo motore del cambiamento è proprio l’idea per cui l’individuo, con le sue libertà e la sua ricerca di felicità prevale sulla comunità. Ed in questa ottica ha costruito alcuni strumenti che potrebbero effettivamente fare la differenza, si pensi alle medicina e alla ricerca scientifica o alle varie Intelligenze artificiali generative. L’Homo sapiens sapiens diventato quasi Deus, (cit. Y.N. Harari, uno dei più lucidi scienziati sociali di questo millennio) ha visto gli effetti di quello che ha inventato e scoperto in questi anni, e ha incominciato a porsi il problema del senso della direzione dell’innovazione e del limite di quello che poteva fare con la sua tecnologia quando già le ” cose erano fatte”, cioè quando il cambiamento da lui stesso determinato ha cominciato a cambiare il contesto in cui viveva e vive. Banalmente la possibilità di far lavorare macchine al posto degli umani o di vivere fino a 100 anni sono, questi si, due assoluti inediti per qualità e per quantità nella storia dell’uomo. Questa ricerca di senso si riflette nella scelta del tipo di vita che si vuole avere, nel lavoro che si vuole fare e nella ricerca di valore da attribuire alle cose che si fanno. E il pensiero liberale è stata la cornice in cui queste nuove sensibilità hanno preso forma, una delle tante contraddizioni che questo sistema economico e sociale ha determinato.
Non ha senso dunque scandalizzarsi delle grandi dimissioni o del quiet-quitting, cioè del fare meno possibile sul lavoro e trasferire ogni tipo di gratificazione nel tempo libero, ribellandosi di fatto ad una logica della performance e del successo a tutti i costi che in effetti ha avuto dimensioni e conseguenze paradossali nel nostro modo di vivere. E non ha senso stupirsi di questa nuova tendenza che da più valore al tempo che al successo, ormai accettata delle giovani generazioni, che fanno esattamente quello che i giovani hanno sempre fatto nella storia, cioè immaginano e propongono modelli diversi o alternativi a quelli dei loro genitori. Il disagio dei ragazzi che non capiscono perché a scuola si vieti il telefonino e l’uso di Chat GPT, o perché alle aziende non piace lo smart working è uno dei tanti sintomi della distanza tra le generazioni. E suona ancora più paradossale quando si comincia a percepire che questo schiacciamento sulla performance non piacere nemmeno più alla generazione che lo ha inventato.
Che si fa dunque?
Secondo quelli del Meeting e di Compagnia delle Opere, occorre prendere atto pragmaticamente di come è cambiato il modo di pensare al lavoro, ripensando a che cosa è il lavoro e come si può definire un lavoro BUONO.
Il manifesto del Buon lavoro frutto del lavoro di CdO è un tentativo di ricostruire senso, parte dal come si può ragionare su un nuovo patto tra lavoratore e datore di lavoro, (il contratto viene di conseguenza, dopo non prima!) considerando che oggi il capo può essere un algoritmo o un fondo di investimento senza volto. Si prova a ripartire dalle contraddizioni, i licenziamenti fatti con un SMS, e la difficoltà di trovare lavoratori, ben sapendo che entro il 2028 serviranno 3 milioni di lavoratori per rimpiazzare quelli che andranno in pensione che ad oggi non ci sono.
La merca rara oggi non sono più i posti di lavoro ma i lavoratori, in particolare quelli più giovani. Come dice Daniele Marini (sociologo del lavoro dell’Universita di Padova) i ragazzi questo lo hanno capito, e hanno capito anche che nel mondo di oggi non sono più i lavoratori a fare la coda per portare il cv ad una agenzia interinale, ma sono le aziende a doversi mettere in fila o ad ingegnarsi per attrarre e trattenere le risorse.
Il problema semmai per ora è che questo mercato del lavoro che invecchia lascia ai giovani le opportunità peggiori, perché se l’economia non cresce le aziende faticano creare posizioni apicali coerenti con l’aumento della scolarizzazione che pure è necessaria sia ai lavoratori che alle aziende.
Tuttavia potrebbe essere solo una questione di tempo, visto che effettivamente la macchina potrebbe sostituire gran parte dei lavoratori e delle mansioni che oggi conosciamo, comprese quelle più creative. A quel punto servirà davvero un nuovo paradigma, un nuovo sistema di redistribuzione e un nuovo modo di associare senso, valore e progetto di vita.
E quel punto si capirà davvero quale direzione percorre il nuovo mondo disegnato e costruito dal’Homo Deus, di cui parla Harari….
PS interessante e mai sviluppato del tutto il tema del patto e del contratto. Un piccola critica, costruttiva, ai policy maker che su questo tema si sono cimentati negli ultimi anni: non basta un legge per costruire un nuovo mercato del lavoro, serve una visione di sistema. E non basta il giuslavorista che si chiude nella stanza e aggiorna il “contratto”, un tomo talmente lungo che non legge mai nessuno. Serve ripensare al patto, e serve costruire un contesto di relazioni positive e di fiducia tra le parti nel quale pensare al “patto”. È difficile, ma credo che oggi sia davvero necessario. E in questa impresa il ruolo delle giovani generazioni potrebbe essere decisivo.
Al link Il manifesto del lavoro buono:











