di Francesco Carbini
C’è una specialità tutta italiana che resiste a ogni stagione politica: dire tutto e il contrario di tutto senza battere ciglio. Un’arte raffinata, quasi acrobatica, di cui Massimo D’Alema resta uno dei maestri indiscussi.
Quando definì la Lega una “costola della sinistra”, non fu solo una provocazione. Fu la fotografia perfetta di un certo modo di fare politica: piegare la realtà fino a farla combaciare con la propria narrazione. Anche quando stride, anche quando è palesemente assurda.
Quella logica non è mai scomparsa. Si è solo aggiornata.
Oggi ha un volto diverso, quello di Giuseppe Conte, che scopre improvvisamente il rigore ideologico dopo aver attraversato, senza troppi scrupoli, l’intero arco parlamentare.
Prima premier con Matteo Salvini, in un governo che ha fatto della linea dura sull’immigrazione il proprio marchio. Poi, senza nemmeno il tempo di arrossire, leader di un’alleanza con il centrosinistra. Oggi, infine, aspirante guida morale del “campo largo”, con tanto di lezioni su cosa significhi essere progressisti.
“Non ci si può alleare con i conservatori”, dice oggi.
Davvero?
La domanda non è polemica. È aritmetica.
Perché o quelle alleanze erano sbagliate allora, oppure queste parole lo sono oggi. Non esiste una terza via fatta di convenienza momentanea spacciata per coerenza.
Il problema non è cambiare posizione. Il problema è farlo senza mai pagare un prezzo politico, senza mai spiegare davvero nulla, confidando in una cosa sola: la memoria corta degli elettori.
È qui che il trasformismo smette di essere tattica e diventa sistema.
Il cosiddetto “campo largo” non nasce da una visione comune, ma da un riflesso condizionato: mettere insieme chiunque pur di stare dall’altra parte rispetto all’avversario. Un progetto che pretende di darsi una nobiltà ideale dopo essere nato come pura operazione di sopravvivenza politica.
E allora il punto è semplice, brutale: di cosa stiamo parlando davvero? Di valori o di posizionamento? Di identità o di opportunità?
Perché se si può governare prima con la Lega e poi ergersi a custodi dell’ortodossia progressista, allora tutto diventa intercambiabile. Le parole, le alleanze, perfino le convinzioni.
E a quel punto, più che politica, resta solo una cosa: il teatro.
Con attori bravissimi a cambiare copione, ma sempre sullo stesso palcoscenico.












