IL GATTO DI AVICENNA

di Beppe Attene          

Avicenna (980 – 1037) sostenne che l’idea di gatto, che egli chiamava l’Universale, esistesse, come per tutte le cose del mondo, contemporaneamente e nel tempo su tre livelli differenti.

Il primo sarebbe quello esistito in Dio prima che Egli provvedesse a crearlo, cosa che ovviamente fece immediatamente dopo. 

Questo primo livello risulta assoluto e contiene tutte le caratteristiche e le successive evoluzioni di questa razza della specie felina.

Il secondo livello dell’Universale – gatto esisterebbe, da quel momento in poi, totalmente in ciascun gatto che venga al mondo e lo abiti, felicemente o meno, per un lungo o breve periodo di tempo.

Anche questo livello sarebbe dunque corrispondente all’Universale originario di cui manterrebbe, per il breve periodo della vita di ciascun gatto, le caratteristiche fondanti.

            Il terzo livello, quello che ci riguarda direttamente in quanto specie umana, sarebbe quello (assai più ristretto, labile e spesso erroneo) che ci proviene dalla osservazione empirica.

Gli esseri umani, attraverso la constatazione ripetuta delle similitudini all’interno di un gruppo di animali, creerebbero e determinerebbero un loro corrispondente livello di Universale – gatto.

E, come per i gatti, così farebbero per tutte le altre cose del mondo, viventi o meno che siano.

Di tutta evidenza questa terza forma di Universale appare, ed è, di una qualità e ricchezza infinitamente minore rispetto alle altre due.

Avicenna fu, per diversi secoli, un maestro fondatore della medicina in tutta l’Europa, cristiana o meno che fosse.

            Sicuramente aveva dunque una capacità di osservazione e analisi empirica di grande livello.

Altrettanto sicuramente, tuttavia, la sua teoria della conoscenza tende a mettere in rilievo come gli esseri umani dovrebbero ininterrottamente tendere verso il livello della conoscenza e consapevolezza che è proprio della Entità Divina e che, quasi paradossalmente, è poi presente pienamente e integralmente negli esiti della Sua azione (i gatti, nell’esempio specifico).

Si può presumere che questo cammino di conoscenza dovrebbe cercare di inglobare e superare i dati provenienti dalla osservazione sensoriale per giungere quanto più vicino possibile a una “vera” conoscenza di quel iniziale Atto Creativo.

            Per continuare con l’esempio felino non basterebbe la splendida agilità e la specifica forma delle unghie e degli occhi. E neppure il carattere e la propensione alla caccia del topo.

Quando il Dio a cui pensa Avicenna creò il gatto organizzò e raccolse, nell’Universale che gli corrisponde, tutte le successive ricadute che sarebbero diventate reali nei millenni successivi.

Per sicurezza depositò questo Universale in ogni gatto che sarebbe nato successivamente, determinando così quel profondissimo groviglio di situazioni, motivazioni e passaggi che si sarebbe formato attorno al gatto e ai gatti.

Non possiamo certamente attribuire ad Avicenna una identità hippie, ma forse se un giorno qualcuno gli avesse detto che un battito d’ali in Amazzonia può provocare un terremoto in Turchia, forse avrebbe sorriso facendo cenno di sì con la testa.

            Sono passati ormai 1000 anni dalle sue elaborazioni filosofiche ma certamente rimane ancora ben valido l’invito a non affidarsi alla propria immediata percezione ma instancabilmente scavare alla ricerca di quel che essa esprime e nasconde contemporaneamente: vale a dire, il Senso generale del mondo e del suo divenire.

Che poi tale “senso” si possa trovare nella attività di un Grande Architetto o in principi etici o fattori storici, beh questo è lasciato alla coscienza di ciascuno.

Nel corso degli ultimi secoli, nella nostra parte di mondo, tale ricerca di senso generale si è soprattutto affidata ad alcune grandi forze spirituali capaci di coinvolgere e guidare un gran numero di esseri umani.

In primo luogo, e fortunatamente, il Cristianesimo nelle sue varie espressioni che ha testardamente continuato a proporre il concetto di Dovere su base etica, anche quando le condizioni esterne all’individuo facevano apparire tale impegno come inutile dispersione di energia.

            Accanto a questo gigante hanno giocato e combattuto fra loro due concezioni finalizzanti della Storia.

Sono state generalmente passate sotto la classificazione di “destra e sinistra”, ma da tempo essa appare priva di senso.

Anche l’espressione “conservazione e riformismo” appare inadeguata a descrivere una dialettica in cui i fattori individuali si incrociano intensamente con quelli economico – sociali.

Difendere il diritto di chiunque a praticare liberamente le proprie preferenze sessuali non è di sinistra né di destra. Ma nemmeno esibirle come valore da indicare alla collettività come elemento di Liberazione appare classificabile in un senso o nell’altro.

E, comunque, la questione non ha nulla a che fare né con la giustizia sociale né con la cosiddetta conservazione dei valori.

(En passant, chi scrive oggi queste povere righe ha presieduto nel 1980 a Palermo la fondazione dell’ARCI GAY).

            E comunque oggi entrambe le concezioni che abbiamo definito come finalizzanti,

appaiono in crisi e incapaci di indicare un Senso effettivo al loro tentar di procedere.

Entrambe pagano errori, deviazioni e stoltezze accumulate nel tempo.

Ma soprattutto, poiché nella Storia nulla va perduto, quelle stoltezze continuano ad agire nella memoria e nella consapevolezza dei sostenitori attuali.

Come si sentirà un anziano democratico a ricordare oggi di avere esibito nelle piazze il Libretto Rosso di Mao invocando la Rivoluzione Culturale?

E come si valuta oggi quel Brandirali che, dopo avere sostenuto la dittatura rossa di Enver Hoxha (da cui anche finanziamenti) è finito a fare il consigliere regionale di Forza Italia in Lombardia?

E, ancora, perché fingere di dimenticare (o ignorare) che la X Mas, quel reparto di eccellenza, collaborò decisamente con gli Alleati per favorire in loco le condizioni dello sbarco?

            Insomma, è giunto il momento di un clamoroso salto di qualità nella definizione del Mondo e nella scelta delle finalità cui aderire.

Per molti anni ho esposto e spiegato con convinzione la teoria della caduta tendenziale del saggio medio di profitto come da Karl Marx.

Ho corretto, pur amandola profondamente, gli errori di analisi di Rosa Luxemburg.

Mi sono illuso di avere trovato nel Capitolo Sesto inedito le correzioni e gli arricchimenti  di analisi che mi mancavano nelle letture di “Il Capitale”.

E allora, così stanti le cose, perché non affidarsi anche ad Avicenna?

Sembra che egli sostenesse, fra l’altro, che ogni singola parola del Corano contenga (se ben studiata) da sette a settecento possibili significati e letture.

Potremmo iniziare a comunicarlo a chi ritiene che il termine sharia indichi davvero il dovere di arrampicarsi sino a una bandiera italiana per poi calpestarla.

Sarebbe già qualcosa.