IL FIUME RITORNA ALLA SORGENTE

Manifesto per una nuova cultura di governo della Federazione Socialista Riformista

«Il fiume ritorna alla sorgente» è uno degli aforismi più felici di Pietro Nenni e descrive efficacemente il momento che sta vivendo il socialismo italiano. Dopo anni di dispersione, di silenzio politico e di appartenenze maturate spesso più per necessità che per convinzione, molti socialisti hanno deciso di tornare alle proprie radici per costruire un nuovo soggetto politico: la Federazione Socialista Riformista. Non si tratta di un’operazione nostalgica né della semplice ricostruzione di una casa perduta: il PSI di Bettino Craxi. I successivi tentativi di costituirlo si sono dimostrati maldestri surrogati. L’obiettivo è dare vita a una forza politica autonoma, fondata sulla cultura del socialismo riformista, della libertà, dell’autonomia e del governo. Una tradizione che, nel corso del Novecento, non è mai stata oscurata dai totalitarismi. Al contrario, è stata una delle protagoniste della difesa della democrazia parlamentare, della libertà individuale, della giustizia sociale, dello Stato di diritto e dell’emancipazione delle classi più deboli. È stata la cultura politica che ha saputo coniugare crescita economica e diritti civili, sviluppo e solidarietà, mercato e giustizia sociale. Le radici di questo riformismo affondano nella lunga storia del socialismo democratico italiano. Da Filippo Turati e Anna Kulisciov primi protagonisti del socialismo riformista, a Giacomo Matteotti, martire della libertà e simbolo dell’opposizione morale e politica al fascismo e al comunismo. Assassinato dal primo e sbeffeggiato dal secondo. Da Carlo Rosselli, con il suo socialismo liberale, a Giuseppe Saragat, che difese la collocazione occidentale dell’Italia e la democrazia parlamentare contro ogni totalitarismo. Da Pietro Nenni, protagonista della rinascita democratica del Paese, a Sandro Pertini, esempio insuperato di etica pubblica e di fedeltà ai valori della Repubblica. Da Riccardo Lombardi, che seppe coniugare programmazione economica e sviluppo, a Norberto Bobbio, che offrì al socialismo democratico una solida elaborazione filosofica fondata sul costituzionalismo, sul garantismo e sul primato della democrazia.

Fino a Bettino Craxi, che restituì autonomia politica e internazionale al socialismo italiano, promuovendo una stagione di modernizzazione dello Stato e di protagonismo europeo. A questa tradizione appartengono anche figure come Gianni De Michelis, interprete di una politica estera dinamica e convintamente europeista e Claudio Signorile, che ha privilegiato la politica come arte di mediazione e ha rappresentato una costante ricerca di equilibrio tra innovazione, riforme e giustizia sociale. Non si tratta di riproporre uomini o stagioni ormai concluse, ma di recuperare un patrimonio culturale e politico che conserva ancora oggi una straordinaria attualità. La lunga diaspora socialista ha disperso uomini, idee e competenze. Molti hanno trovato ospitalità in altri partiti, altri hanno preferito l’impegno civico, altri ancora hanno rinunciato alla politica attiva continuando però a definirsi socialisti. Una diaspora che ha impoverito non soltanto il socialismo, ma l’intero sistema politico italiano, privandolo di una cultura riformista autentica. E le conseguenze si sono viste nel corso dei decenni: fallimento totale delle riforme di “struttura e di sovrastruttura”. Gli ex socialisti confluiti in altri partiti hanno spesso ricoperto ruoli importanti, ma raramente sono riusciti a incidere sull’identità politica delle forze che li hanno accolti. Il riformismo è rimasto troppo spesso una parola evocata, più che una cultura realmente praticata. Altri socialisti sono rimasti in una sorta di limbo, quasi apolidi della politica, nuovi aventiniani o moderni Ponzio Pilato, spettatori di una crisi che richiederebbe invece protagonismo. Da qui nasce la ragione politica della Federazione Socialista Riformista. Essa non nasce contro qualcuno, ma per colmare un vuoto che dura ormai da decenni. Nasce fuori dal bipolarismo e soprattutto contro il bipopulismo, divenuto uno dei principali fattori di impoverimento della democrazia italiana. Due schieramenti contrapposti finiscono troppo spesso per alimentarsi reciprocamente, radicalizzando il confronto, impoverendo il dibattito pubblico e riducendo la politica a propaganda permanente. È stata la realtà, prima ancora delle elaborazioni teoriche, a richiamare i socialisti alla responsabilità. In questi anni sono aumentate le disuguaglianze, il potere d’acquisto di salari e pensioni è stato eroso dall’inflazione, il ceto medio si è progressivamente impoverito e lo Stato sociale mostra evidenti segni di affanno. Le guerre internazionali hanno aggravato il quadro economico, ma non possono diventare l’alibi per giustificare l’assenza di una strategia nazionale capace di affrontare i problemi strutturali del Paese. L’Italia ha bisogno di una nuova progettualità riformista. Una politica che torni a programmare anziché limitarsi ad amministrare le emergenze. Una politica capace di affrontare senza pregiudizi i grandi nodi del nostro tempo. Tra questi vi è la sicurezza urbana. Interi quartieri vivono situazioni di degrado, mentre l’immigrazione irregolare continua a rappresentare un problema che nessuno ha saputo governare efficacemente. La sinistra non può continuare a oscillare tra un approccio esclusivamente umanitario e una lettura ideologica del fenomeno migratorio. Accoglienza e legalità devono procedere insieme. Il socialismo riformista propone una politica diversa sia dalla repressione fine a sé stessa sia dal permissivismo. Occorrono accordi strutturali con i Paesi di origine e di transito, controllo dei flussi migratori, efficaci politiche di rimpatrio per chi non ha titolo a restare e, nello stesso tempo, percorsi di integrazione per chi entra legalmente. Solo così sicurezza e solidarietà possono convivere. La stessa esigenza di discontinuità riguarda la politica energetica. Continuare a considerare le sole fonti rinnovabili come risposta sufficiente ai fabbisogni energetici italiani significa ignorare la realtà industriale del Paese. Il socialismo riformista propone un mix energetico fondato sulle rinnovabili, sul rilancio del nucleare di nuova generazione, sul rafforzamento delle infrastrutture per il gas e su una transizione ecologica che tenga insieme sostenibilità ambientale, sicurezza energetica e competitività delle imprese.

L’ambiente va tutelato senza trasformare la decarbonizzazione in un processo di deindustrializzazione. Anche l’Europa necessita di una profonda revisione politica. L’Unione europea non può continuare a essere percepita come il regno esclusivo della tecnocrazia e della burocrazia. Occorre restituire centralità alla politica, rafforzando il ruolo del Parlamento europeo, sviluppando un’autentica politica estera e di difesa comune e superando progressivamente il diritto di veto nei settori strategici. Un’Europa più democratica, più autorevole e più efficace rappresenta una condizione indispensabile per affrontare le grandi sfide geopolitiche del nostro tempo. Il socialismo riformista si propone, dunque, di cambiare pelle alla sinistra italiana. Non rinnegandone i valori storici di uguaglianza e giustizia sociale, ma liberandola dagli schemi ideologici che negli ultimi decenni ne hanno limitato la capacità di governo. Una sinistra moderna deve saper coniugare diritti e doveri, solidarietà e responsabilità, crescita economica e sostenibilità, innovazione e protezione sociale. Deve tornare ad avere il coraggio di governare la realtà, non di inseguirla. La Federazione Socialista Riformista possiede le potenzialità per occupare uno spazio politico originale tra quanti non si riconoscono né nella destra sovranista né nell’attuale campo progressista. La destra continua a manifestare forti limiti nella presenza di una componente moderata realmente autonoma, mentre il Campo largo o progressista – che dir si voglia- appare ancora prigioniero delle proprie contraddizioni strategiche, incapace di definire una leadership condivisa e un progetto politico coerente. In questo quadro il socialismo riformista non intende limitarsi a essere una forza di testimonianza o di complemento o, ancora, un totem culturale fine a se stesso. Vuole rappresentare una cultura politica alternativa al populismo, capace di riportare al centro il primato delle istituzioni, della competenza, della responsabilità e della cultura di governo. La Federazione Socialista Riformista non nasce per aggiungere l’ennesimo simbolo al già affollato panorama politico italiano. Nasce per riportare al centro della vita pubblica una cultura di governo che negli ultimi decenni è progressivamente scomparsa, sostituita dall’improvvisazione populista, dalla propaganda permanente e dalla rincorsa agli estremismi. Il socialismo riformista non guarda al passato con nostalgia ed esorcizza tutti coloro che vogliono dare una cifra caricaturale alla Federazione Socialista Riformista aperta, altresì, al contributo del Partito Repubblicano Italiano. Nel segno di Ugo La Malfa e di Giovanni Spadolini nasce l’alleanza tra forze storiche che, dal Risorgimento al secondo Novecento, hanno fatto della libertà, del riformismo, della laicità, dell’europeismo e della cultura di governo il filo conduttore della loro azione politica. E, comunque, guardar e alla storia come patrimonio da cui ripartire per costruire il futuro. La sua ambizione è cambiare pelle alla sinistra italiana, liberandola dagli automatismi ideologici, dal giustizialismo, dal massimalismo e da un ambientalismo privo di realismo industriale, per restituirle il senso della responsabilità, della libertà, della giustizia sociale, della crescita economica e della competenza. Non per spostarla a destra, ma per ricondurla alla sua naturale vocazione: governare il cambiamento anziché subirlo. Allo stesso tempo intende offrire al Paese una nuova cultura politica capace di superare il falso bipolarismo e il bipopulismo che hanno impoverito la democrazia italiana. Se saprà trasformare le proprie idee in un progetto credibile di governo, il socialismo riformista potrà tornare a essere non la memoria di una stagione conclusa, ma la leva con cui aprire una nuova fase della Repubblica. Non un ritorno al Novecento, bensì l’inizio di un nuovo riformismo per il XXI secolo.