IL DIFFICILE SERVIZIO PUBBLICO

di Beppe Attene           

La complicata situazione istituzionale attorno alla gestione della RAI andrebbe esaminata con un poco più di attenzione di quella espressa dalla polemichetta da bar che oggi la circonda.

Non perché intorno (e dentro) le questioni RAI non ci siano anche interessi personali e complesse congiure.

È normale che sia così, visto che nemmeno la nomina di un primario ospedaliero sfugge a queste condizioni tipicamente umane, ma perché esse vanno viste e vissute in un quadro assai più complesso.

            Il punto centrale da cui partire è la specificità del concetto di “servizio pubblico” applicato alla sfera della comunicazione e al medium he per un lungo periodo ne è stato il dominatore.

In punto di teoria qualunque investimento sostenuto dallo Stato e, di conseguenza, sostenuto dal prelievo fiscale ha delle caratteristiche fondanti di servizio pubblico.

Deve rispondere a delle finalità di carattere collettivo ed essere organizzato per corrispondere al meglio ai bisogni degli utilizzatori in quanto, appunto, cittadini.

Una nuova linea tramviaria dovrebbe essere concepita soltanto alla luce dei bisogni collettivi più vasti possibile in un determinato contesto e dovrebbe essere organizzata per estendere il più possibile la possibilità e l’abitudine alla utilizzazione collettiva.

Di conseguenza il potere politico dovrebbe  essere interessato (più che a lucrare sugli appalti) a conquistare il positivo riconoscimento dei cittadini in quanto futuri elettori.

Punto e basta.

            La cosa si complica alquanto quando, come nel caso specifico del servizio radio televisivo, accanto alla soddisfazione dell’interesse collettivo si affianca anche, con forza, quello delle varie formazioni politiche che hanno il compito di gestirne il funzionamento.

Tale sovraccarico nasce, come è evidente, dal valore politico – culturale delle indicazioni che inevitabilmente il medium trasmette e dalla corrispondenza con gli interessi e le aspettative delle forze politiche impegnate, nelle sfere istituzionali, nel governo del Servizio Pubblico.

La sommatoria delle due diverse funzioni è da sempre presente quando si parla di comunicazione.

Il grido di Mussolini “la cinematografia è l’arma più forte!” indica alla intera società italiana un obiettivo di carattere collettivo ma la sua efficace e modernissima gestione pubblica permette al regime di gestirne e controllarne anche i contenuti.

            In effetti la RAI è certamente stata posta per anni in condizione di raccogliere e rappresentare tutti i valori e le esigenze che si presentavano nella società italiana e nel suo divenire.

Questo l’ha fatta grande e significativa nel mondo intero.

Certamente la capacità espressiva dell’Italia tutta si realizzava anche alla luce di un susseguirsi di trattative e mediazioni tra le parti politiche, ma il risultato era comunque vitale ed efficace.

Fa piuttosto riflettere, anche alla luce del presente, la scientifica ipocrisia di quelle (o quella?) parte politica che mentre svolgevano ferree e riservate trattative per le Direzioni di Rete o il Consiglio di Amministrazione, durante i pubblici convegni gridavano “fuori i Partiti dalla RAI!”.

            La situazione dell’oggi è più complessa non solo a causa della ridotta rappresentanza delle formazioni politiche presenti in Parlamento e non nel Paese, come ben attesta uno stabile astensionismo attorno al 50% degli aventi diritto al voto.

L’accrescimento della difficoltà deriva dal fatto che la funzione del Servizio Pubblico non si esplica più soltanto nel  ruolo di medium rivolto verso i cittadini, ma si svolge in un contesto molto più vasto e unitario della sola italica penisola.

In tale contesto le funzioni e i ruoli del Servizio Pubblico radio televisivo si accrescono enormemente diventando molto più impegnativi.

            Si è bruscamente infranto quel monopolio della comunicazione che si esplicava (sia in forma di Servizio Pubblico che di tv commerciale) attraverso l’elettrodomestico denominato televisore a partire dal suo ingresso, negli anni ’50, in tutte le case.

Di colpo,  con quasi invisibili arricchimenti tecnologici, quel supporto è diventato il terminale di accesso per una immensa quantità di contenuti di ogni genere, nazionalità e tendenza.

È totalmente inutile ricordare che non si tratta più di televisione in senso stretto e che i contenuti viaggiano e possono essere recepiti anche con altri mezzi di consumo.

Il Servizio Pubblico dovrebbe confrontarsi con una realtà molto più vasta e problematica di quella in cui è nato e cresciuto.

            Lo mette brillantemente in luce un prezioso documento \ regolamento europeo del 2024 denominato EMFA (European Media Freedom Act) che analizza approfonditamente la situazione del mercato europeo della comunicazione tramite i media elettronici.

Sono oltre 120 pagine, qui ovviamente non riassumibili.

Emerge però, ripetutamente e chiaramente, come la modificazione dell’universo mediatico tramite soprattutto le piattaforme non sia riducibile solo ad una estensione delle possibilità di accesso e di consumo.

Si pongono, infatti, molte e delicate questioni trasversali.

            Tra esse, per esempio, quella della semplificazione dei contenuti e delle modalità narrative.

Il sistematico privilegiamento della facilità di accesso e della velocità di assunzione spinge i  contenuti in una direzione non necessariamente positiva.

Ancora: la difficoltà crescente di coordinamento legislativo fra i vari comparti nazionali (ormai un unico mercato) apre le porte a interventi esterni di carattere strumentale se non addirittura malavitoso.

E ancora: si verifica una crescente incertezza sulla effettiva acquisizione dei diritti relativi ai prodotti indirizzati su un determinato mercato attraverso, per esempio, il doppiaggio.

Non occorre mai dimenticare che la nuova condizione permette la presenza sul mercato anche di operatori ben diversi e meno qualificati delle grandi sigle come Netflix, Sky o Prime.

Da qui anche la possibilità di operazioni di inquinamento e pressione sui mercati nazionali. Non è ovviamente detto che tali operazioni siano di carattere automaticamente malavitoso.

Esse possono avere anche finalità “politiche” o di pressione e condizionamento sulle singole realtà interessate.

            È di tutta evidenza come non soltanto il Servizio Pubblico debba calcolare la sua azione in questo modificato contesto, ma soprattutto come esso sia oggi chiamato (in ogni Nazione Europea) a difendere i valori costitutivi per cui e in cui è nato.

Su queste basi è stato chiesto a tutte le Nazioni che si riconoscono nella Comunità Europea di approvare quanto prima una riforma del proprio Servizio Pubblico alla luce delle nuove condizioni determinate dalla modificazione del mercato e del comparto.

L’obiettivo sarebbe dunque una nuova legislazione in materia di Servizio Pubblico.

            Ogni Nazione Europea è chiamata ad adeguare il proprio modello di Servizio Pubblico radio televisivo alla luce di alcuni semplici obiettivi.

Garantire il massimo di pluralismo e di espressione di tutte le identità contenute nella propria area linguistico – geografica.

Farlo in connessione con la stessa iniziativa presente nelle altre Nazioni con lo scopo di determinare, pur nel rispetto delle specificità, una strategia unitaria europea di difesa e arricchimento dei valori comuni.

Difendere il proprio ambito territoriale da operazioni strumentali e scorrette, segnalandone l’esistenza e la natura alla Comunità Europea.

            In una parola dunque: adeguare, Nazione per Nazione, il proprio modello di Servizio Pubblico confermandone gli obiettivi di carattere collettivo.

Ogni Stato Europeo dovrebbe realizzare la riforma entro la legislatura in corso.

La situazione italiana non permette di essere troppo ottimisti.

Si può tuttavia ancora sperare che Governo e Opposizione comprendano contemporaneamente che tale riforma sarebbe nell’interesse di entrambi e che non è nell’interesse di nessuno lasciarla ai vincitori delle prossime elezioni, chiunque essi possano essere.

Diciamo, per finire, che in altri tempi saremmo certamente riusciti a capirlo e a farlo capire.