
Il Calvario di Gaza: una “pulizia etnica genocidaria” oltre l’abisso che richiama coraggio e responsabilità come individui e come società politiche per fermare l’oblio, salvando due popoli fratelli
Se dopo oltre 70mila morti e centinaia di migliaia di feriti (quasi tutti civili), una distruzione totale del territorio di Gaza e delle sue infrastrutture civiche, migliaia di terroristi eliminati e aver reso inoffensiva la struttura militare di Hamas (come di Hezbollah e “bloccato” l’Iran nucleare con il supporto USA) non avendo raggiunto la restituzione degli ostaggi, allora la dichiarazione imminente di occupazione di Gaza è una (auto)ammissione di sconfitta della strategia del Governo Netanyahu dopo il pogrom del 7 ottobre 2023. Dunque, dopo oltre 2 anni di bombardamenti a tappeto siamo ad una palese contraddizione: il disegno di “guerra senza fine” di Netanyahu è alla “necessità” di occupare Gaza perché gli obiettivi non sono stati raggiunti e per “finire il lavoro” ma contro il mondo. Anche perché Hamas è una idea non una casamatta o una caserma. Ma Gaza distrutta e occupata da Israele significa la fine della Palestina con i suoi confini territoriali fissati dalla Risoluzione ONU del 1967. Con un rischio aggiuntivo elevato che finisca anche il sogno di una Terra di Abramo in pace e nella convivenza tra due Popoli che pur con enormi problemi ha retto fino al 7 ottobre. Siamo allora alla necessità ora dei due Stati tesi a costruire nella reciprocità una Terra di Rispetto e Dialogo interstatale e interreligioso – oltre che interculturale – per una pace giusta e capace di offrire stabilità nel reciproco riconoscimento sulla strada aperta da Golda Meir e poi rinforzata da Yitzhak Rabin che rispondevano quasi 40 anni fa (anche con la vita) all’atto fondativo di Ben Gurion del 1948 per uno “Stato giusto, in pace e rispettoso dei diritti di tutti senza distinzione di razza, religione e credo politico”. Dunque, unica traiettoria oggi per pacificare la Regione e riavviare a curare le troppe ferite di questi ultimi tragici 24 mesi – e dei troppi decenni precedenti senza una soluzione sostenibile e credibile – dopo lo scempio del 7 ottobre verso una coesistenza pacifica e di crescita condivisa.
L’occupazione di Gaza rischia di diventare la “trappola fatale” per Israele, come peraltro sempre avvenuto nella storia umana nei casi di “eradicazione forzata” di un Popolo dalla sua Terra per la mano armata di un altro Popolo da Sparta in avanti – dalla Berlino hitleriana all’Armenia, dal Kossovo al Kurdistan fino a Kyiv e agli Uiguri in Cina – e solo per citarne alcuni tra i più recenti dell’ultimo secolo. Eradicazione forzata tra “pulizia etnica” e “soluzione finale” che non farebbe che alimentare un antisemitismo per generazioni anche nelle sue terribili e imprevedibili appendici terroristiche per l’intero globo terracqueo, con non marginali dissensi interni allo stesso popolo israeliano spaccato. Rischi tanto più devastanti quanto più accresciute sono diventate le interdipendenze geopolitiche ed economico-sociali in una “coesione forzosa” planetaria, anche questa mascherata da “nazional-sovranismi” (già visti tragicamente all’opera nel ‘900) e non governabile da “imperialismi” a tutta evidenza oggi (dall’Ucraina a Gaza ai conflitti africani) . Motivo essenziale per il quale le uniche ipotesi credibili e sostenibili riportano a 2 Stati-2 Popoli-2 Territori costruendo la reciproca sicurezza dal riconoscimento. Ossia, come “leva di sicurezza” reciproca fondata nel riconoscimento speculare tra Stato di Palestina e Stato Di Israele. Traiettoria che spiega le “necessità oggi” di un riconoscimento distinto su un “confine ibrido” che può salvare entrambi, distinguendo oggi per riunire domani salvando entrambi i popoli. Che dovrebbe tuttavia rimettere in gioco l’OLP smascherando le trappole di Hamas contro i palestinesi e il ” vecchio sostegno” di Netanyahu dopo la tragedia del 7 ottobre, sempre giocato contro quell’OLP e la sua leadership. Certo un OLP “risanata” dalla corruzione che ora deve tornare in campo per vestire lo Stato di Palestina come dagli Accordi di Oslo del 1988 con Arafat. Allora “riconoscimento” che seppur simbolico, oggi è la base di una soluzione statuale per spegnere l’incendio e raffreddare le condizioni di focolai terroristici e di un emergente ed esplosivo antisemitismo globale che sembrava sanato da tempo, ma ora purtroppo riacceso, anche in Occidente. Lo sguardo alle radici ecosistemiche del terrorismo globale è compito attuale di una geo-politica mondiale responsabile ed ecco perché le dichiarazioni “virtuose” di Macron, Starmer, Merz e Sanchez di riconoscimento prossimo dello Stato di Palestina (nella sede più prestigiosa come l’ ONU) sono da ritenere importanti e imprescindibili atti di “azione politica globale della concretezza e del buon senso”. Perché possono aprire varchi ineludibili di coinvolgimento attivo degli Stati Arabi e di tutto il Medio-Oriente per una pace giusta e condivisa e dunque – dovremmo dire – del mondo intero a partire dagli Accordi di Abramo.
Questa la traiettoria realistica oltre l’”annientamento” di Gaza che viene prospettato. Ma l’Europa (impotente e tuttavia troppo silente) e l’Italia (distratta da “specchietti retrovisori” confusi e contraddittori) dove sono e dove guardano e per quale sentiero se ce ne fosse uno diverso e possibile ? L’ ONU fa bene a richiamare alla responsabilità e al diritto internazionale Netanyahu perché l’occupazione di Gaza, sarebbe oltre l’abisso ad un rischio di escalation con segni profondi di irreversibilità, pericolosissimi. Come fanno bene i familiari degli ostaggi (e cosi gruppi di intellettuali e 600 alti militari israeliani in pensione) a chiederne le dimissioni, perché vedono quelle basi costitutive dell’identità dello Stato di Israele fissate da Ben Gurion nel 1948 messe a rischio e con queste dell’idea stessa di Israele e del sogno civico sul quale si è fatta Stato e Istituzione democratica faro per tutto il Medio-Oriente. Perché affamare un popolo non è solo ingiusto e inumano ma è anche un atto contro gli ostaggi che stanno pagando il sacrificio più alto proprio con le migliaia di bambini e civili massacrati e contro un futuro possibile oltre la guerra. Civili che con quegli ostaggi non hanno più alcun rapporto e che per sproporzione e per inumanità ci porrebbe “fuori dal perimetro di qualsivoglia civiltà”, perché ormai catapultati nella barbarie. Una barbarie ingiustificata che non sapremo mai raccontare e spiegare ai nostri figli e nipoti avendo annichilito ogni speranza. Anche per salvare il salvabile dell’Israele democratico che conosciamo e che vogliamo difendere prevenendo ciò che Anna Foa con coraggio ha chiamato “Il Suicidio di Israele” che con i familiari degli ostaggi l’ex Primo Ministro Olmert fa bene a chiedere agli israeliani lo sciopero generale contro Netanyahu, come atto estremo ma forse unico ed efficace se intrapreso. Ecco perché abbiamo il compito collettivo – come individui e comunità politica oltre che come Stati Nazione – di avviare ora un processo di riconoscimento dello Stato di Palestina con i territori definiti nel 1967 e confermati a Oslo nel 1988 anche fermando la colonizzazione invasiva e conflittuale della Cisgiordania. Ora o mai più, perché il fuoco dell’impotenza nella vergogna e nel rimorso ci consumerà per il resto dei nostri giorni se quelle povere spoglie del Popolo Palestinese dovessero esalare gli ultimi soffi di vita per fame, sete e stenti (dopo le bombe) tra le nostre braccia. Di quell’Occidente che avrebbe dovuto salvarlo e proteggerlo ma non lo ha fatto per non aver visto le “trappole insensate” di Netanyahu, le “giravolte” infauste e inconcludenti del boss della Casa Bianca e i “quasi silenzi” delle monarchie arabe e del Golfo Persico e l’ignavia di molti politici ad ogni angolo del Pianeta (Europa compresa). Come Europei abbiamo la responsabilità di riaffermare con un mondo multipolare i brandelli di Civiltà ancora rimasti di fronte ai Signori della Guerra e dell’arroganza cinica del “potere della forza”. Accompagnando i due Popoli fratelli ( Palestinese e Israeliano) a salvarsi insieme come destino biblico ancora una volta, ora come allora attraversando il deserto e camminando sulle acque. Ci serve la stessa fiducia e speranza ora come allora nella Forza delle Regole, del Diritto e della Ragione che le illumina e guida nella fiducia. “Oltre” il puro scontro di Potenze Imperiali chiuse in una bolla immobile e inerte!












Commenti
Una risposta a “Il Calvario di Gaza”
Il grande ostacolo ad avviare un processo di pace si chiama Hamas che è il braccio palestinese della Fratellanza mussulmana, cacciata dall Egitto e riparata in Turchia che è la vera madre dell instabilità mediorientale. Su Hamas finanziato e protetti da Quatar e Iran, è troppo blanda la pressione internazionale e fino a che non sarà costretto a deporre le armi e abbandonare la striscia non ci sarà pace. Purtroppo tutti sono concentrati a demonizzare Israele e a prendere per buona la informazione non indipendente di Al Jazira finanziata e gestita dal Quatar.