IL BENE, DA VICINO

di Beppe Attene

Ragionare del Bene in quanto entità assoluta è molto più difficile che parlare del Male per quanto anch’esso in forma assoluta e auto-fondante.

Il Male è certamente più divertente ed intrigante.

Non aveva forse torto Platone quando proponeva di vietare la tragedia e la commedia: queste forme spettacolari gli apparivano pericolose per la salute della Repubblica in quanto esibivano personaggi e comportamenti malvagi che finivano per apparire più interessanti anche dei modelli positivi che venivano comunque contrapposti.

Insomma, il Bene rischia spesso di apparire banale.

            Appare interessante e degno di attenzione soltanto quando implica rischio per chi lo compie o comunque decisa dissociazione dai costumi e comportamenti che lo circondano.

Schindler (quello della lista) ci è simpatico soltanto perché va contro il suo ruolo di ricco imprenditore ed, anzi, lo mette a rischio per salvare la vita a un buon numero di ebrei.

Se egli sia stato, nel corso del resto della sua esistenza, sinceramente dalla parte del Bene non ci interessa o non ci riguarda.

Del resto appare evidente a chiunque che gran parte degli atti che comportano nella quotidianità un aspetto positivo non necessariamente sono il frutto di una profonda e consapevole adesione al Bene.

È più facile pensare che si tratti spesso di abitudine, di paura del giudizio esterno, di assimilazione di comportamenti definiti positivamente dalla società circostante.

            E tuttavia non si può negare che da millenni portiamo stabilmente dentro di noi questi due concetti di Male e di Bene come fondanti della società umana e contemporaneamente discriminanti all’interno di essa.

Si tratta di concetti che non abbiamo ricavato dai nostri fattori sensoriali e dalla loro successiva elaborazione.

Il Bene e il Male in quanto tali non esistono nella realtà oggettiva ma si manifestano soltanto nei comportamenti individuali e nelle responsabilità che vi attengono.

Il terremoto che distrugge e uccide non viene da noi catalogato come Male, ma al massimo come Tremendum.

Esso ci segnala una potenza ben superiore alle nostre povere illusioni e qui ci fermiamo.

            L’eroico vicebrigadiere Salvo D’Acquisto che offre ai nazisti la sua giovane vita per salvarne ventuno è certamente una manifestazione dell’esistenza di qualcosa di “oggettivo” che chiamiamo Bene.

Ma ciò ci appare solo per il tramite della sua assoluta azione.

E, altresì, la canagliesca azione di due gestori di un locale da sballo che freneticamente controllano che le uscite di sicurezza siano ben serrate per evitare ingressi abusivi è la ennesima manifestazione della esistenza del Male.

Ma anch’esso ci appare solo per il tramite della loro inconcepibile azione.

Rimane dunque valida la domanda iniziale: dove sta il Bene e, comunque, dove cercarlo?

            Non appare, purtroppo, credibile la prima risposta che viene alla mente e che situa il prezioso concetto nella sfera e nella pratica religiosa.

In nome del Dio dei Cristiani sono state commesse, nel corso dei secoli, migliaia di cose orribili e inaccettabili,

Certamente la Chiesa di Roma ha superato oggi quell’orrore e se ne è sinceramente pentita, ma rimane ben presente la consapevolezza che tuttora lo scudo della appartenenza religiosa possa essere usato per comportamenti di sopraffazione o di personale soddisfazione.

E, del resto, è oggi impossibile non valutare che migliaia di persone, pur nel nome di un altro Dio, uccidono tranquillamente stuoli di innocenti.

Non si può dubitare della buona fede, visto che chi uccide sacrifica contemporaneamente anche la propria vita.

È, piuttosto, l’ennesimo e drammatico indizio che non è la Religione il luogo della fondazione ed esistenza del Bene.

            Non ci si può nemmeno illudere che il Bene, in quanto concetto auto – fondante, sia il frutto del percorso storico sociale compiuto, a passi stentati, dalla specie umana.

Non solo perché è di tutta evidenza che le cose non migliorano.

Nella realtà umana anche i passaggi positivi appaiono, e sono, assunti strumentalmente rispetto a una esigenza di identificazione del gruppo di umanità cui si rivolgono.

Ciò non toglie, ovviamente, il valore positivo delle scelte assunte e dei loro risultati.

In nessun caso, però, esiste il riferimento a un preesistente concetto di Bene cui continuare storicamente a tendere.

Non per caso sono scomparsi, negli ultimi anni, quei test di democrazia e civilizzazione con cui misuravamo in quale punto della scala ci trovavamo.

La abolizione della pena di morte è certamente una cosa giusta ma il rigetto della guerra appare sempre più debole e inefficace.

            Non angosciamoci, però, troppo. Ci sono alcune altre osservazioni da aggiungere.

La prima è che, per quanto siano evidenti in questo senso i limiti della sfera religiosa, essa ha un immenso valore in quanto capace di dare forma ed esprimere la scelta del Bene fatta dal singolo individuo.

Le elaborazioni di carattere religioso ospitano, codificano e sostengono la volontà di ciascuno di aderire comunque al Bene.

Tutte le forme religiose, non soltanto quelle dei figli di Abramo, offrono delle case (per quanto forse provvisorie) alla sincera necessità di collocarsi dalla parte giusta nella eterna dialettica fra i due principi opposti.

La seconda osservazione è che, nonostante tutto, è ancora possibile costruire forme sociali basate sul concetto di Bene tra persone che lo condividono.

Forse occorrerebbe discutere seriamente e serenamente sui valori della Famiglia del Bosco e soprattutto sul loro diritto a praticarli.

            Consolante, insomma, ma non risolutivo.

Possiamo concludere che il Bene e il Male “esistono” oggettivamente in quanto ciò si manifesta attraverso azioni degli esseri umani che non hanno altre motivazioni funzionali o pratiche se non la adesione a quel determinato principio e la gioia che ciò (nel bene come nel male) comporta per chi vi aderisce in quel momento.

Una possibile indicazione sulla via d’uscita dal paradosso in cui ci stiamo cacciando sta ancora una volta nell’Antico Testamento e in particolare nel Genesi.

Quel che segna l’ingresso della specie umana nel Tempo e nello Spazio è l’aver osato mangiare (nonostante la Divina proibizione) il frutto dell’Albero della Conoscenza.

La Conoscenza è dunque alla base della nostra natura e della dialettica fra due Principi contrapposti all’interno di ciascuno di noi e degli avvenimenti che ci riguardano.

Non si tratterebbe dunque di due entità autonome che non possono non affrontarsi in ogni tempo e luogo.

Esse vivono, piuttosto, dentro ciascheduno manifestandosi talvolta strumentalmente ai nostri fini e talaltra come principio assoluto cui obbedire comunque.

            Non appare dunque convincente la dottrina manichea per cui Bene e Male, potenze superiori, combattono tra loro usandoci come soldatini della loro guerra planetaria.

Né appare credibile l’illusoria convinzione che sarà attraverso lo sviluppo della Conoscenza che il Bene vincerà il Male.

Ogni sviluppo della conoscenza, sia personale che esterna a noi, comporta e comporterà sempre l’emergere dei due poli tra i quali saremo chiamati a scegliere.

Diverse volte, nella storia della Umanità, qualcuno (soprattutto la Chiesa di Roma) si è illuso di poter combattere il Male fermando la crescita della Conoscenza.

Ha sempre perduto tragicamente la scommessa.

Intanto perché l’Umanità non può fare a meno della Conoscenza ma soprattutto perché ogni grado, per quanto ridotto, di consapevolezza produce i suoi riferimenti di Bene e di Male e ad essi si attiene.

Non ci rimane dunque che andare avanti rafforzando Conoscenza e consapevolezza e predisponendoci a scegliere di momento in momento fra il Bene e il Male che produrremo.

Certo, non possiamo essere troppo fiduciosi.

In fondo siamo gli eredi di quei due signori che riuscirono a farsi mandar via dal più bel resort dell’Universo. E tutto per un poco di conoscenza.

Con la esperienza dell’oggi non ci saremmo caduti.