I PRODUTTORI DI “BUFALE” MINACCIANO L’INFORMAZIONE E LA DEMOCRAZIA

di Salvo Fleres

L’articolo 21 della Costituzione afferma che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

L’articolo 2 della legge n. 69/1963 sull’ordinamento della professione di giornalista così recita: “È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori.

Giornalisti ed editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori”.

L’art. 48 della medesima legge n. 69/1963, si occupa del procedimento disciplinare e afferma che: “Gli iscritti nell’Albo, negli Elenchi o nel Registro che si rendano colpevoli di fatti non conformi al decoro e alla dignità professionale, o di fatti che compromettano la propria reputazione o la dignità dell’Ordine, sono sottoposti a procedimento disciplinare. Il procedimento disciplinare è iniziato d’ufficio dal Consiglio Regionale o Interregionale, o anche su richiesta del procuratore generale competente ai sensi dell’articolo 44”.

In tal senso è opportuno sottolineare che il potere “di impulso” riconosciuto al Pg significa solo che c’è un interesse pubblico affinché la professione giornalistica si svolga in termini corretti.

L’articolo 15 della legge sulla stampa, la n. 47/1948, vieta la pubblicazione di immagini a contenuto impressionante o raccapricciante secondo la seguente formulazione: “Le disposizioni dell’art. 528 c.p. (pubblicazioni e spettacoli osceni), si applicano anche nel caso di stampati i quali descrivano o illustrino, con particolari impressionanti o raccapriccianti, avvenimenti realmente verificatisi o anche soltanto immaginari, in modo da poter turbare il comune sentimento della morale e l’ordine familiare o da poter provocare il diffondersi di suicidi o delitti”.

Dall’incrocio logico tra la Costituzione, la legge sulla stampa e le norme deontologiche si ricavano i seguenti principi.

  1. La libertà di informazione e di critica rappresenta un “diritto insopprimibile” dei giornalisti. “Le libertà fondamentali affermate, garantite e tutelate nella Parte prima, Titolo primo, della Costituzione della Repubblica, sono riconosciute come diritti del singolo, che il singolo deve poter far valere erga omnes.
  2. Essendo compresa tra tali diritti anche la libertà di manifestazione del pensiero proclamata dall’art. 21, primo comma, della Costituzione, essa deve imporsi al rispetto di tutti, vale a dire sia delle autorità come dei consociati. Nessuno può quindi recarvi attentato, senza violare un bene assistito da rigorosa tutela costituzionale (Corte costituzionale, sentenza 122/1970).
  3. La tutela della persona umana e il rispetto della verità sostanziale dei fatti rappresentano principi da intendere come limiti alle libertà di informazione e di critica.
  4. L’esercizio delle libertà di informazione e di critica è ancorato ai doveri imposti dalla buona fede e dalla lealtà. In tal senso è opportuno ricordare quanto segue.

1) Il dovere di rettificare le notizie inesatte cioè la pubblicazione della rettifica, che costituisce un obbligo di legge (art. 8 legge 47/1948). In tal senso, sul piano deontologico, il giornalista deve provvedervi autonomamente senza attendere l’impulso della parte lesa dalla diffusione di “notizie inesatte”.

2) Il dovere di riparare gli eventuali errori.

3) Il rispetto del segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse. In tal senso, il segreto professionale è tutelato soprattutto dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (legge 4 agosto 1955 n. 848) e da alcune sentenze della Corte di Strasburgo dei Diritti dell’Uomo. In particolare, la Convenzione Europea tutela espressamente le fonti dei giornalisti, stabilendo il diritto a “ricevere” notizie.

4) Il dovere di promuovere la fiducia tra la stampa e i lettori.

5) Il mantenimento del decoro e della dignità professionali.

6) Il rispetto della propria reputazione.

7) Il rispetto della dignità dell’Ordine professionale.

8) Il dovere di promozione dello spirito di collaborazione tra i colleghi.

9) Il dovere di promozione della cooperazione tra giornalisti ed editori.

Per consolidare i principi e le disposizioni che regolano i comportamenti di chi svolge questa attività, l’Ordine dei Giornalisti, attraverso un percorso molto complesso, si è dato una serie di regole di natura deontologica, che riguardano vari aspetti della professione.

Si tratta di regole che riguardano sia gli argomenti che vengono affrontati, sia le persone che ne sono protagoniste.

Non sfugga il fatto, però, che le regole sono importanti ma non bastano, se non sono corroborate anche da una forte dose di conoscenza e di buonsenso.

Ad ogni modo, fin qui sono state tracciate, sia pure sommariamente, le direttrici che regolano l’attività giornalistica, anche se non tutte risultano pienamente rispondenti alla situazione che si vive oggi, soprattutto a causa di un uso poco  disciplinato dei social e degli altri strumenti che non possono essere considerati giornali, ma che consentono comunque di informare.

Ciò su cui è opportuno riflettere, infatti, è un aspetto diverso da quello rigorosamente legato alla deontologia professionale o alla legge sulla stampa, dato che riguarda la deontologia di chi, al momento, non ha regole deontologiche a cui attenersi.

Il riferimento è a ciò che fanno o che non fanno coloro i quali producono e diffondono informazione senza doverne rispettare i canoni, cioè quello che fa o che non fa chi interviene nella formazione dell’opinione pubblica, potendosi permettere il “lusso”, ovviamente tra virgolette, di poter non usare un consono e civile linguaggio e di potersi rivolgere ad una platea molto più vasta di quanto non lo sia quella dei nostri giornali e persino quella delle nostre emittenti radio televisive.

Il riferimento è, ovviamente, a coloro i quali vengono definiti genericamente influencer, ma soprattutto a quelli che hanno fatto la precisa scelta di disinformare, di determinare o di pilotare il consenso ed il dissenso politico e commerciale e persino a quanti, dotati di un semplice profilo social, fanno comunicazione senza doversi sottoporre a nessun codice che non sia quello penale, peraltro di difficile attivazione.

Per capire di cosa stiamo parlando abbiamo l’esigenza di conoscere la dimensione, stimata al dicembre 2024, di questo genere di fenomeno e di paragonarlo a quello della stampa e dell’informazione radio televisiva.

Gli italiani che hanno un profilo social e sono attivi quotidianamente sono circa 44 milioni, pari a circa il 74% della popolazione, con una tendenza ad aumentare il tempo che si dedica a questa attività, che al momento sfiora, in media, le due ore: un po’ di più per i giovani, un po’ di meno per gli altri.

Gli italiani che leggono i quotidiani, su carta o digitali, sono circa 11,7 milioni, corrispondenti al 22,5% della popolazione di età maggiore ai 14 anni.

In tal senso, sarebbe opportuno che le amministrazioni pubbliche, come si faceva alcuni anni addietro, favorissero di più la lettura dei giornali da parte degli studenti, non solo per aggiornarli su quanto accade nel mondo, ma anche per abituarli a conoscere le modalità attraverso le quali è giusto leggere, evitando di commettere degli errori o di “prendere fischi per fiaschi”.

I telespettatori che fruiscono della televisione tradizionale sono invece circa 48 milioni, pari al 78% della popolazione italiana.

I radioascoltatori sono un numero inferiore: 35 milioni circa, pari a poco meno del 60% della popolazione.

Gli italiani usano i social soprattutto per informarsi, per intrattenersi e per acquisire contatti con amici e familiari, dedicandovi parecchio tempo nell’arco della giornata.

Molti, purtroppo, hanno la tendenza a valutare acriticamente ciò che leggono, dato che i cosiddetti analfabeti funzionali sono circa il 27% della popolazione italiana.

In particolare, ad utilizzare i social per acquisire notizie è circa il 35% dei fruitori di internet, vale a dire circa 20 milioni di persone.

Le piattaforme maggiormente utilizzate dagli utenti di età compresa tra i 16 ed i 64 anni sono Facebook e Instagram, con poco meno del 90% del totale, ma Tik Tok è la piattaforma sulla quale si trascorre più tempo, circa 32 ore al mese.

Facendo due conti, le posizioni dominanti sono sempre le stesse con il solito trio a spartirsi il podio.

  • YouTube, 53,9 milioni di utenti mensili attivi.
  • Instagram, 40 milioni di utenti mensili attivi.
  • Facebook, 35,9 milioni di utenti mensili attivi.
  • Tik Tok, 21,6 milioni di utenti mensili attivi.

Più indietro, ma sempre lì con il loro zoccolo duro di utilizzatori, ci sono i seguenti.

  • Pinterest, 9,7 milioni di utenti mensili attivi.
  • Linkedin, 6,1 milioni di utenti mensili attivi.
  • X, 5,4 milioni di utenti mensili attivi.

I dati che però rappresentano davvero un pericoloso segnale ai fini della deontologia, professionale o semplicemente della lealtà nelle relazioni interpersonali, sono quelli che riguardano i siti, i blog, le pagine, i canali, ecc. che si dedicano strutturalmente alla divulgazione di false notizie, di fake, di “disinformatia”, di deepfake, ecc.

A darci una mano in questa ricerca, con dati aggiornati a circa un anno addietro, è BUTAC (Bufale un tanto al chilo), un blog, fondato da Michelangelo Coltelli e molto ben documentato, che si occupa di far conoscere all’opinione pubblica le notizie false e le relative fonti, puntando sulla conquista di quelli che vengono comunemente definiti click, vale a dire i contatti, magari sfruttando paure, ansie, morbosità o curiosità degli utenti.

I siti di pseudo scienza, quelli che, ad esempio, spiegano che la terra è piatta, sono circa 27.

I siti di pseudo medicina e di alimentazione, che tanto successo ebbero durante la pandemia, sono circa 16.

I siti di pseudo giornalismo e pseudo politica, dai quali, purtroppo, attingono a fasi alterne sia le varie maggioranze, sia le varie opposizioni, sono circa 176.

I blog di pseudo giornalismo sono 44.

I siti che si occupano di notizie virali sono 6.

I siti di pseudo satira sono 5.

I siti complottisti, sempre di grande attualità, dato che, molto spesso, il sospetto affascina parecchio di più della verità, sono 26.

I blog complottisti sono 37.

Le pagine “bufalare”, specializzate nella produzione e nella divulgazione di notizie verosimili, ma del tutto false, sono 4.

Le pagine che si occupano di inventare notizie sono 11.

Le pagine Facebook di notizie false sono 73.

I canali YouTube e social esperti in bufale sono 20.

Tutti questi luoghi della galassia internet sono 445 e sono ethics free, vale a dire sono luoghi in cui non vige nessuna regola deontologica e, purtroppo forse proprio per questa ragione, sono particolarmente frequentati e morbosamente creduti, o almeno ritenuti affidabili e meritevoli di attenzione.

Alla luce di una tale drammatica situazione, la domanda alla quale dobbiamo dare una risposta non è più se ed a quali codici deontologici bisogna rispondere nell’esercizio della professione giornalistica, bensì come bisogna fare per imporli a chi può agire indisturbato, cioè a chi può permettersi di imbrogliare, disinformare o confondere l’opinione pubblica.

Come è possibile constatare ci troviamo di fronte non a qualche giornale più o meno influenzato dalla politica, più o meno vicino al potere, più o meno supino a logiche “woke” o al loro inverso, ma di un nutritissimo esercito che agisce quotidianamente per confondere gli “spiriti semplici” che nessuno pensa di fare evolvere e soprattutto di proteggere.

Ecco i temi di fondo da sviluppare: l’evoluzione degli spiriti semplici, la loro protezione, la fornitura di idonei strumenti culturali, e pure tecnici, a coloro i quali sono assolutamente indifesi davanti ad una simile guerra tra verità e falsità e tra lealtà e slealtà.

In conclusione, nella consapevolezza che la conoscenza è la peggiore nemica della mistificazione e della menzogna e che in tal senso sarebbe importante un maggiore protagonismo del mondo dell’istruzione, oltre che di quello dei media “regolati” poniamoci alcune generali domande retoriche.

In quante classi scolastiche si leggono e si commentano costantemente i giornali?

Quanti temi vengono assegnati agli studenti, nel corso delle attività curriculari, che siano ispirati o comunque riferiti a fatti di cronaca?

Quanti giornalisti vengono chiamati a discutere con gli studenti di informazione, di fake news, di cronaca, ecc. così da metterli nelle condizioni di capire meglio cosa sia l’informazione e cosa non lo sia?

Non si tratta di un quiz a risposta multipla, è solo il tentativo di uscire da pericolose dinamiche legate alla cattiva informazione, intesa come nemica giurata della democrazia, dunque la risposta è certamente sì!