di Marcello Paci
Ma chi sono questi poteri forti, e poi, ci sono veramente? Non c’è una risposta certa. Si sente parlare della finanza internazionale, della massoneria, di altre non ben definite confraternite. Comunque un ristretto numero di persone, naturalmente con forte componente ebraica.
Chi sa se c’è del vero in tutto questo? O forse il desiderio, la necessità, di individuare responsabili delle nostre disgrazie e insoddisfazioni, porta a creare un nemico da scaricarci sopra tutta la rabbia possibile!
Però nella storia, la lettura di alcuni eventi sembrerebbe avvalorare quel sospetto. Consideriamo il ruolo della finanza nello scoppio delle due guerre mondiali del secolo scorso. Fu un ruolo determinante, stava dietro l’industria di guerra delle nazioni in campo, con prestiti, crediti da assegnare, debiti dei quali richiedere il rimborso, cessioni delle riserve auree per sostenere la moneta dei paesi in difficoltà. Parliamo della grande finanza dei Morgan, Rockefeller, dei Rothschild, di quella dei governatori delle banche centrali, gli Schacht, Francqui, Montagu Collet Norman, Caillaux, Shaffer, che in gran parte avevano a che fare con la city londinese. Per tutti una medesima missione, fare affari. Era la loro ragione d’essere, oltre e al di là delle appartenenze.
La grande guerra del 1914 deflagrò dopo un lungo periodo di pace in Europa. In quegli anni la pace aveva portato un grande sviluppo sociale ed economico in un rapporto sempre più stretto del continente europeo con gli Stati uniti d’America che iniziava a colloquiare da posizioni paritarie con la city londinese e Parigi e Berlino e San Pietroburgo. La guerra scoppiò a causa dell’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, il principe ereditario, per mano del nazionalista serbo Gavrilo Princip. Il delitto da avvenimento locale che coinvolgeva Austria e Serbia , per effetto delle alleanze , coinvolse tutte le altre grandi nazioni europee. Portò prima alla mobilitazione generale degli eserciti e poi, si dice per una serie di malintesi, allo scoppio del conflitto. E dire che i monarchi coinvolti erano tutti cugini tra loro, per via della comune discendenza dalla regina Vittoria. Sino a pochi giorni prima di dichiararsi guerra, lo czar Nicola, re Edoardo, il kaiser Guglielmo, si scambiavano missive di affetto tra loro e con l’imperatore Francesco Giuseppe. Solo la Francia, unico stato repubblicano, era estraneo a questi giri di valzer.
Di fatto lo scontro segnò la fine delle monarchie in Europa con eccezione della Gran Bretagna. Si dissolse l’Impero austro-ungarico degli Asburgo, l’Impero russo dei Romanov, e quello tedesco degli Hohenzollern.
La vecchia Europa che aveva tenuto testa alle ambizioni di grandezza della Francia di Napoleone e che soprattutto era in qualche modo erede dell’Europa unita dai Romani e poi dalla Chiesa, non c’era più.
La fine degli Asburgo segnò la scomparsa anche del Sacro Romano Impero, vestigia, solo formale di quel passato. La guerra segnò la fine di tutto, con soddisfazione del Regno Unito che dall’isola prospiciente al continente aveva sempre brigato e fomentato le discordie europee. Ma al di là della supposta casualità del conflitto, la finanza internazionale fu da subito presente nei due campi e divenne determinante nel sostenere lo sforzo bellico delle nazioni in conflitto.
Ed erano sempre le solite grandi famiglie dei Morgan, dei Rotschild, dei Warburg e dei tanti altri a loro collegati, con intrecci stretti anche con le banche centrali delle diverse nazioni. Fornivano denaro e prestiti alla Francia come alla Germania, e in Russia con la rivoluzione del 1917 si trovarono a sostenere i sovietici e l’armata bianca contrapposta nella controrivoluzione.
Dunque appare che queste élite finanziarie si configurano come un potere che scruta quanto accade nelle dinamiche sociali e politiche, di ricerca scientifica, di guerre, e si inserisce in queste con il denaro, per favorire o ostacolare i processi in atto, in modo da averne un ritorno vantaggioso in termini di denaro ma soprattutto di potere in senso lato. Ancora affari in conclusione ieri come oggi.
Infiniti esempi, oltre quello macroscopico del business delle armi per la militarizzazione mondiale, anche quello apparentemente minimalista dell’attuale fenomeno del turismo. Business a livello planetario, con capitali che si muovono per planare su zone individuate adatte alla migrazione vacanziera delle masse, o su altre realtà di nicchia, più costose per redditi cospicui. Si comprano terreni, si creano strutture, si promuovono eventi, si mette in moto una campagna pubblicitaria e la gente arriva, paga, spende, acquista. E, dall’iniziale investimento, il ritorno diventa stratosferico.
Si trasformano le città d’arte e storiche in suburre brulicanti di umanità vagante dietro affabulatori improvvisati, con tutta la città trasformata, stravolta per rispondere alle necessità dei nuovi barbari. Bettole, orinatoi, giacigli. Gli abitanti costretti a rintanarsi in casa o a fuggire altrove per sopravvivere.
Tramontata l’utopia comunista e lo statalismo conseguente, trionfa il capitalismo, consustanziale al circolo dei poteri forti. Il capitale finanzia progetti elaborati dai cervelli di cui si circonda. Si avvia la realizzazione, confluiscono schiere di imprenditori e manovalanze che danno vita al progetto. I finanziatori seguono e sovraintendono al processo, che non è detto che arrivi alla fine, se altre più ghiotte occasioni consigliano di spostare i capitali su altri progetti, con rovina delle moltitudini coinvolte.
Sono spariti i piani quinquennali sovietici, si programma e agisce al demand, per fare l’affare.
Ma dunque oltre la finanza il potere forte non ha altro, non c’è una ideologia che la muove, un fine alto e altro da raggiungere?
Se c’è è oscuro, sottotraccia, non manifesto, o appena accennato.
Viene da pensare al fenomeno delle migrazioni, con lo spostamento di masse di disperati dalle terre d’Africa e non solo, verso i paesi ricchi d’Europa e d’America. Si sussurra che ci siano grandi finanzieri a sostenere le spese dei traghettatori, dei soccorritori e di quant’altro consente l’esodo.
Spirito umanitario? Perché no! Oppure arruolamento di forza lavoro nei paesi sviluppati dove, dopo secoli di lotte delle classi proletarie si erano ottenute condizioni di vita e di lavoro dignitose, ora a rischio di annullamento a causa dell’afflusso dei nuovi proletari, mano d’opera a basso costo?
Nuovi lavoratori schiavizzati in particolare nelle campagne, ma anche nelle fabbriche, nei servizi, per il benessere o la ricchezza di pochi. Allora non ideali, sempre e solo denaro? Oppure finalità più oscure sino al sogno del dominio assoluto del mondo, e di cui la finanza è solo un mezzo, non il fine?
Forse per questo oggi la Cina con il potere economico sta tentando di soppiantare il primato mondiale di potenza planetaria agli Stati uniti d’America. Forse lì cogliamo una subalternità della finanza a sogni più ambiziosi, come appunto il dominio del mondo.
Una grande civiltà alle spalle, la Cina, e un recente passato di sottosviluppo con il popolo ridotto alla povertà, in lotta per la sopravvivenza. Chiusa in sé stessa da secoli, preda dell’aggressività occidentale di cui la guerra dei boxer fu esemplificazione e annuncio di riscatto, da ultimo l’invasione subita da parte del Giappone che segnò l’inizio della riscossa nazionale con l’affermazione del partito comunista.
Marx, in tollerato sincretismo con l’Islam degli Uiguri, con il Cristianesimo delle grandi città, con il Buddismo tibetano, zen, mahayana, con il Taoismo di Laozi, con il pensiero di Confucio, con le religioni popolari delle campagne. Il partito comunista che controlla tutto e segna la via, come le statue di Mao Zedong continuano a ricordarci. Strano sincretismo tra un pensiero ateo e varie forme di religione, da questo punto di vista fa quasi meno scalpore la strana simbiosi tra comunismo e capitalismo che i successori di Marx hanno inaugurato in Cina. Capitalismo che convive accanto allo statalismo, al partito unico, al Politburo, ad un’autarchia con un uomo solo al comando, di fatto a vita, o fino a quando una resa dei conti interna, non lo faccia cadere. In questo regime la finanza è diventata mezzo di penetrazione della Cina nel mondo. Ne sa qualcosa il continente africano e molti dei paesi sottosviluppati del mondo, non escluso lo stesso Occidente. Il paese dei mandarini si propone come un nuovo potere forte che compete con quello mondiale precostituito, lo aiutano i paesi sfruttati nei secoli dall’Occidente e che guardano alla Cina per il loro sviluppo e riscatto. Il vecchio potere potrebbe aprire le porte al nuovo, come di fatto avvenne quando da un ristretto circolo di potenti fu deciso di aprire alla Cina il commercio mondiale, incoraggiandola a divenire la produttrice di beni di consumo per tutto il mondo. Ne fece testimonianza l’allora nostro ministro delle finanze Giulio Tremonti.
Si amalgameranno o si catenerà il conflitto che sarà guerra totale come non si sarà mai vista nella storia?
Comunque andrà, forse attraverso il potere della finanza il comunismo che appariva defunto arriverà a dominare il mondo dopo un maquillage di apparenza o di sostanza, chi lo sa?
Non ci è riuscita la Russia, implosa dietro l’utopia del collettivismo assoluto, dell’interpretazione marxiana della società umana assunta a dogma di fede. Quando se ne sono accorti con Gorbačëv era troppo tardi. Non è andata così in Cina , lì dopo la sbornia radicale di Mao Tse-tung hanno aperto al capitalismo, e oggi competono con gli stati uni d’America per il predominio mondiale. Ma i cinesi non sono soli nell’assalto al potere che governa il mondo. C’è Israele con dietro buona parte del potere finanziario mondiale che sta risolvendo la “pratica palestinese” con buona pace delle anime candide o fintamente tali del mondo progressista, e si propone come lo stato forte del medio oriente. C’è il mondo mussulmano alla ricerca di un lider che utilizzi al meglio l’immensa riserva di petrodollari custodita nei forzieri degli sceicchi, per rendere il mondo un planetario sultanato per la gloria di Allah.
C’è anche l’Europa che si sente ancora custode della civiltà ma appare in affanno, ridotta a gregaria del potente di turno. Chi vivrà vedrà. A noi privati e negletti pensatori di provincia rimane l’osservazione degli avvenimenti, non più le rivoluzioni pan genetiche della giovinezza.
Ci è dato come strumento di conoscenza e giudizio l’imprinting del millenario pensiero cristiano erede di Roma, Atene, Gerusalemme e di quello laico della modernità che in singolare simbiosi hanno informato di sé la nostra cultura e oltre noi il mondo.
Avrà ancora la forza di un ultimo sussulto?












