di Giorgio Fiorentini
Il Greenwashing si sta trasformando ed a fronte del Pacchetto Omnibus UE e della cosiddetta “semplificazione della sostenibilità”, alla luce delle riforme approvate o proposte tra il 2025 e il 2026 (CSRD-Corporate Sustainability Reporting Directive; CSDDD- Corporate Sustainability Due Diligence Directive, EFRAG-European Financial Reporting Advisory Group; Tassonomia, reporting) ci si pone la domanda se la semplificazione, che riduce gli obblighi formali, può aumentare il rischio di greenwashing. Sì se non accompagnata da controlli e standard minimi chiari.
La proposizione di riforma consiste nella semplificazione amministrativa fino al 25% degli atti e un alleggerimento degli obblighi delle PMI.
Gli interventi innalzano le soglie CSRD e l’obbligo di rendicontazione solo per imprese con più di 1000 dipendenti e più di 450 milioni € di fatturato (escludendo, quindi, l’80% delle aziende previste in precedenza ed in origine di approccio alla sostenibilità).
Anche le modifiche alla CSDDD introduce la due diligence obbligatoria solo per imprese con più di5000 dipendenti e 1,5 miliardi € di fatturato.
La china della non sostenibilità diventa sempre più ripida e pericolosa; o si “gioca con le carte che si hanno in mano” cercando un approccio dialettico “ad integrazionem” e non ad excludendum oppure il futuro sarà ineludibilmente…
Infatti, a fronte del dato di realtà (2021)che dice: “Nel 42% dei casi di controllo del greenwashing le autorità hanno riscontrato affermazioni potenzialmente false”; la controreazione delle imprese è stato il Greenhushing (cioè molte imprese riducono volontariamente la comunicazione climatica per timore di sanzioni e stigma).
Una survey 2023/24 su 1.400 aziende in 12 Paesi e 14 settori mostra che in 9/14 settori la comunicazione sul clima diminuisce e l’ 81% riconosce però che comunicare il net zero è positivo per i risultati economici(fonte Net Zero Report 2023/2024 di South Pole)
.Cioè il green washing diventa vincolo di realtà e anche plus di mercato.
Se assumiamo il concetto di Greenwashing ( nell’immaginario collettivo sempre negativo,)come dato di realtà trasformabile si dimostra un suo ruolo dinamico e di processo anche positivo.
Il Greenwashing è ,per molte imprese, una tappa per affrancarsi dal Greenwashing stesso.
Il Greenwashing è neologismo inglese che generalmente viene tradotto come inganno comunicativo e tecnica informativa falsa di ecologismo e politiche ambientali , utile anche per posizionarsi sul mercato acquisendo segmenti di clienti consumatori sensibili all’ambiente, all’ecologia ed al clima.
L’uso costante di questa parola (crasi di “green”- verde come colore dell’ecologismo e “washing” dal verbo to wash, lavare)ha assunto un valore generalizzato che indica l’inganno comunicativo delle imprese riguardo alla sostenibilità ed alla responsabilità sociale delle imprese. E’ una sorta di “metonimia”.
Da queste definizioni e considerazioni si nota che il tema critico, comunque, è la comunicazione ingannevole e il set di azioni aziendali che mistificano la realtà del prodotto/servizio percepito. Si potrebbe dire che il “vulnus” non è l’oggetto della comunicazione salvo che addirittura non si usino, per esempio, prodotti nocivi all’uomo ed agli animali, non si faccia violenza ecc (tutti questi sono reati “in re ipsa”, non di comunicazione).
L’impresa dice il falso rispetto al suo status di sostenibilità reale che comunque è percepito dall’impresa come un dover essere di gestione pena il fatto che si piò incorrere anche in sanzioni pecuniarie e reputazionali.
Ma il tutto attiene alla comunicazione ingannevole e sviante, non tanto all’attenzione alla sostenibilità che è oggetto di superfetazione.
La “crociata” contro il concetto di greenwashing e non invece contro la misurabilità e valutazione dell’impatto negativo del “greenwashing” rischia di non distinguere e valutare l’opportunità del conservare gli elementi validi utili per sviluppare un processo euristico (“buttare via il bambino con l’acqua sporca”).
Se applicassimo la “teoria dei risultati minimi positivi piuttosto che nulli” (minimax)garantiremmo un pay off positivo minimo (ovviamente misurato e valutato).
Secondo il Criterio di Wald (Maximin) si dovrebbe scegliere l’alternativa che massimizza il minimo risultato possibile per garantire un impatto positivo minimo(come base per un dinamismo evolutivo n.d.r.)
Il criterio di Abraham Wald ( matematico e statistico ungherese‑americano, 1902–1950)si usa quando il decisore è molto avverso al rischio e nella scelta di strategie robuste al “worst case scenario”.
| CALDO ED “EFFETTO SERRA” | |
| L’effetto serra è un fenomeno naturale che regola la temperatura della Terra, collegata alla presenza di gas serra come anidride carbonica (CO2), metano (CH4), ossido nitroso (N2O) e ozono (O3) nell’atmosfera. L’aumento delle emissioni di gas serra dovute all’attività umana sta intensificando questo effetto, portando al riscaldamento globale e a cambiamenti climatici) Una vera e propria ondata ad incremento di morti dovute al CALDO ED AL EFFETTO SERRA entro il 2099: l’Italia a rischio, previsti 700mila nei prossimi decenni.Sono i dati choc dello studio sul cambiamento climatico pubblicato sulla rivista Nature Medicine e condotta dalla London School of Hygiene & Tropical Medicine, le morti potrebbero aumentare di ben 2,3 milioni entro il 2099 Tra le 10 città europee nelle quali si stima il più alto numero di vittime dovute alle temperature in aumento entro la fine del secolo, quattro sono italiane: Roma, con quasi 148mila decessi, è al secondo posto dopo Barcellona che potrebbe arrivare alla preoccupante cifra di circa 246mila, seguita da Napoli al terzo posto (oltre 147mila) e da Milano al quinto (poco più di 110mila). L’unica contromisura in grado di evitare il 70% delle morti, osservano i ricercatori, è un’azione rapida e urgente per ridurre drasticamente le emissioni di carbonio. L’Italia è il paese dove il global warming incide di più (71%, pari a oltre 13mila morti in quella stagione). Gli autori della ricerca: “necessario rafforzare le strategie di adattamento” Con l’approccio controfattuale per valutare l’impatto della crisi climatica sulle morti da caldo estremo. I dati sulla mortalità e sulle temperature vengono confrontati con le anomalie termiche tra 1880 e 2022 e viene sviluppata una stima di quanti decessi sarebbero avvenuti in un’estate 2022 senza crisi climatica. Confermato il record dell’Italia sui decessi da ondate di calore Il ricalcolo dell’impatto del cambiamento climatico sulla mortalità durante l’estate di 2 anni fa conferma il record negativo per l’Italia a livello continentale. Oltre al maggior numero di morti in assoluto, il Belpaese è tra quelli con il maggior numero di morti da caldo estremo attribuibili al riscaldamento globale: il 71%. Ben 13.318 sarebbero state evitate senza cambiamento climatico. I decessi che sarebbero avvenuti anche nel clima pre-industriale individuati con l’ipotesi controfattuale, infatti, si fermano a 5.440. | |
| PARTICOLATO FINE (PM2,5) | |
| In Europa, l’esposizione al PARTICOLATO FINE (PM2,5) ha causato circa 253.000 morti premature; il BIOSSIDO DI AZOTO (NO2) e l’OZONO (O3) ne hanno causate altre 52.000 e 22.000 rispettivamente. In Italia, l’inquinamento atmosferico provoca circa 80.000 morti all’anno, cioè il paese europeo con il maggior numero di decessi dovuti a questo fattore. Il PARTICOLATO FINE (PM2.5), è strettamente correlato anche alla mortalità cardiologica. Si stima che circa il 60-80% dei decessi attribuibili all’inquinamento atmosferico siano dovuti a malattie cardiovascolari, come infarti e ictus. In Italia, ad esempio, circa 9.000 morti all’anno sono attribuite a infarti causati dall’inquinamento. |
Questi sono i dati reali e quindi il Greenwashing, paradossalmente, puo’ contribuire a combattere questa mattanza ovviamente trasformando il Greenwashing misurato e valutato come base di un processo di cambiamento positivo.












