GLI ANNI IN BIANCO E NERO: UN ROMANZO DI EMANCIPAZIONE

di Annamaria Barbato Ricci

La sua opera prima, “La Portalettere”, è stata un bel successo editoriale e ha fatto scoprire ai lettori Francesca Giannone nel 2023, facendole vincere quell’anno i premi Bancarella e Amo questo libro, con traduzioni in 44 Paesi.

Sulla scia del primo successo, la scrittrice salentina ha inanellato altre due vicende appassionanti: nel 2024 con “Domani, domani” ha anch’esso raggiunto un gran numero di lettori; quest’anno è la volta de’ “Gli anni in bianco e nero”, in cui trasferisce la sua passione per la settima arte, il cinema, materia che fa anche parte della sua formazione, avendo frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e la rende baricentro immobile della vicenda.

Certo, non vi ha studiato nel periodo in cui vi approda, nel finale del romanzo, la protagonista Mimì, giovane affamata di vita e di sapere e che sconta gli handicap di un ambiente ancora legato a schemi patriarcali e paesani di un Salento tra gli anni ’60 e ’70.

Francesca Giannone oggi ha 44 anni ma ha saputo descrivere magistralmente l’asfissiante atmosfera sociale di una provincia del Sud poco evoluta, imperante una classe sociale modesta (certo, non è che i ricchi locali stessero meglio…).

Lo schema emancipante che segue Mimì (all’anagrafe Domenica) è quello dell’istruzione, un paradigma che sfiora anche le sue tre sorelle maggiori, ognuna delle quali con vicende dolorose.

Il cilicio è rappresentato, oltre che dall’ambiente di un paese legato a convenzioni ancestrali, da un padre completamente negativo – e quanti ce ne sono stati; e quanti hanno tarpato le ali a figlie meno dotate del piglio fra il battagliero e il diplomatico  di Mimì e delle sue sorelle: Maria, Giovanna e Ada. – Fortunatamente, la madre Mescia, più attenta ai talenti delle sue creature, riesce a sostenerle in questa tensione evolutiva, anche trasferendo nelle prime due il suo naturale talento di sarta.

In ogni paese, e non solo del Sud, ci sono individui ignoranti, aggressivi, autocratici, pur lavorando in ambiti marginali (lui è messo comunale) che inseguono una propria visibilità personale attraverso una realtà sociale trainante. Sono servi nell’animo, a differenza di tutto il resto femminile della sua famiglia.

Nel caso di Pantaleo Elia, egli insegue il ruolo di mosca cocchiera nel partito allora di maggioranza, la Democrazia Cristiana: lui risulta sempre in prima linea quando si tratta di contrastare gli odiati comunisti, portatori del nuovo, dell’evoluzione sociale e culturale.

Madre e figlie (e anche la sorella di lui), ciascuna a modo suo, invece, lottano per il cambiamento.

Mimì, forse perché è l’ultimogenita, è la più libera dai condizionamenti ambientali: la aiuta quella passione quasi genetica per il cinema, che con coerenza porta avanti nel corso dell’infanzia e della adolescenza.

E’ un panzer, Mimì e si conquista la vita che vuole vivere, con la costanza dello studio – è la prima della famiglia a conseguire il diploma di scuola superiore al difficile Liceo Classico a Lecce – e l’audacia della sperimentazione. Straordinaria è, infatti, parallelamente alla scuola, la sua crescita come autodidatta quale regista, un ruolo che fin dall’inizio ha avuto per lei un’attrazione fatale.

Il coup de foudre lo ebbe da bimbetta, quando s’intrufolava nella cabina di proiezione di Cosimino, nell’unico cinema del paese, dove comunque arrivavano pellicole che hanno fatto la storia del cinema di quegli anni, a cominciare da quelle felliniane o di Luchino Visconti. È questo che la indirizza a utilizzare una elementare cinepresa per testimoniare, nel tempo, ciò che la circonda, in un neorealismo salentino in nuce.

Pur in altri ambiti (la sartoria aperta in città da Maria e Giovanna; le prime lotte femministe di Ada, con l’associazione Le Cassandre) le sue sorelle assumono un proprio protagonismo che ce le fa amare tutte, ciascuna per la propria personalità.

Per una figura maschile negativa quale è quella paterna, il genere si redime con alcuni altri che smentiscono il giudizio deteriore che calamita Pantaleo e fa apparire la moglie Mescia degna di un processo di beatificazione in vita nonché la migliore alleata delle sue figlie: c’è, ad esempio, il marito di Maria, Michele, mite e dolce, che la ama talmente tanto da diventare lui l’affidabile alleato dell’evoluzione familiare.

Ho letto appassionatamente questo libro, dentro il quale troverei mille spunti che vanno molto al di là della trama. Detesto però i recensori spoiler e mi son tenuta vincolata a tracciare solo pennellate sulla vicenda.

Il resto lo scoprirete nelle dense 410 pagine de’ “Gli anni in bianco e nero”, (edito da Nord), dove Francesca Giannone ci narra un mondo che (forse) non c’è più e per sfuggire al quale siamo diventati quelli che siamo. Ed è questo un risultato, tutto sommato. positivo.