GALLURA FELIX: IL VOLTO DI DORIAN GRAY DELLA COSTA SMERALDA


di Salvatore Sechi

Come si spiegano i disagi, le rimostranze, il senso di grande delusione e rabbia che promana dalle lettere ricevute per il mio articolo sul turismo in Costa Smeralda pubblicato su Mondonuovo.club?

Insieme all’imponente crescita del numero degli stranieri che ho documentato, soprattutto dei Big Fives (Germania, Francia, Regno Unito, Svizzera e Polonia), c’è anche questa litania di mestizia e proteste.

Un coro indignato, non c’è che dire. Lo conosco da diversi anni perché le amministrazioni locali qui a S. Teresa non si degnano di assolvere un compito pedagogico. È necessario, quando è necessario, educare, oltreché governare, i propri elettori e concittadini.

Che cosa ci si deve attendere in termini di senso civico, difesa dei beni sociali, dei valori comunitari, quando da circa 30-40 anni i principali marciapiedi del paese (da p.za Vittorio a Via Amicora, da Via XX Settembre fino a Via Magnon, per citarne alcuni) sono una pena, un supplizio, uno scandalo a cielo aperto? Continuano ad essere usucapiti dai rivenditori di vini, abbigliamento e prodotti artigianali. Sardi o cinesi, poco importa.

La biblioteca intestata a Grazia Deledda è un corpo muto. Non dice nulla, neanche insegna. Come potrebbe farlo, trattandosi di un tempio in cui una smisurata incompetenza celebra le stolide virtù dell’amichettismo alla gallurese?

Applicata alla selezione dei gruppi dirigenti e dei capi di strutture e dipartimenti, questa terapia decisionale produce solo squarci di una grande indigenza culturale.

L’occupazione abusiva di spazi pubblici è un illecito micidiale. Poiché ha luogo nei punti nevralgici del paese, equivale ad un’insolenza unica. Eppure durante il giorno vi sciamano carabinieri, polizia comunale, politici e semplici cittadini.

Anche via XX Settembre è ormai un emporio vivente. Una volta ospitava il passeggio di residenti e turisti. Ora è un avanspettacolo di caffetterie mordi e fuggi, gelaterie (anche ottime come Gala), pizzerie, trattorie, vendita di vestiari e prodotti da spiaggia. Tutte iniziative sorte come funghi, da un giorno all’altro.

Nessun passo, invece, neanche un invito, nei messaggi istituzionali curati dal Comune, per indurre a creare un mercato libero-concorrenziale. L’obiettivo è elementare, vale a dire sforzarsi un minimo per cercare di arginare lo scandalo più spettacolare di questo affollato centro turistico. Ha circa 5 mila residenti e oltre 50 mila presenze da giugno a settembre. Calcolando le toccate e fuga, in un anno sfiora l’apice di circa 400 mila persone.

S. Teresa è un paese che non produce niente, a parte la pesca. Niente pastorizia, niente agricoltura. Quindi anche verdura e frutta — con l’eccezione di un’oasi come Ortopoli — vengono da fuori.

Con poco lavoro, per forza di cose viene meno l’alimento che serve a creare dignità e rispetto di sé stessi. Tantomeno si riesce a far fronte ad una domanda crescente di idraulici, falegnami, tecnici della TV e al quasi monopolio della vendita di condizionatori. Dopo tre mesi di un’attività infernale, che cosa resta, per finire l’anno, se non vivere la corposa realtà di una disoccupazione proiettata sugli altri 9 mesi?

Manca addirittura un altro prodotto simbolo della più elementare modernità: la vendita dei computer.

Non pago di avere lasciato usurpare per interessi privatissimi delle strutture pubbliche come i marciapiedi, il Comune non si è lasciato sfuggire l’occasione per imporre una soluzione più brada e selvaggia. Ha, infatti, destinato a un uso privato, per il parcheggio delle auto, tutto lo stradone che da Via XX Settembre si dipana verso la Torre spagnola e a ridosso della Rena Bianca.

Questo (spesso enfatizzato) arenile è stato perfettamente devastato dal dolce far niente dei responsabili delle concessioni balneari. Nessun servizio, neanche, non di rado, quello della puntuale e puntigliosa pulizia della spiaggia intorno.

La Rena Bianca è diventata cara (ma anche frequentabile, diamone lode alla sindaca Nadia Matta) per fare un bagno. In realtà non è più che un’area commerciale per la vendita di ombrelloni e sdraio addossati uno all’altro. Al pari dei casermoni, delle case formicaio addensati alle sue spalle, rappresentano i manufatti indicibili di un’edilizia dall’estetica sconsiderata, destinata a sormontare la spiaggia ormai un relitto.

Vale la pena di visitare questo paesaggio. È un habitat unico per capire la storia e la qualità di gran parte dell’imprenditoria indigena. Ci si imbatte in un catalogo di fabbricati impressionanti perché sembrano irreali, quasi delle immagini mostruose.

Ebbene, sono l’esito strettamente connesso, non di rado, alla collaborazione (e ai poco ineccepibili intrecci, a volte) con gli uffici comunali, quelli, per intenderci, ai quali nei decenni trascorsi è stata affidata la cura dell’edilizia privata.

A precedere, costeggiando la Torre spagnola, è un bellissimo crinale di mare, rocce e radure boschive. Fino ad un anno fa era intitolato ad un alto ufficiale, il Col. Alberto Bechi Luserna.

Nel 1943-’45 seppe sfidare i reparti italiani che in Sardegna si erano uniti alle truppe nazi-fasciste. Sarà falciato a Macomer da una mitragliatrice di questo gruppo di ribelli.

Le sue spoglie furono trafugate e scaricate dai tedeschi in fuga come infami detriti in un angiporto dietro l’attuale statua di Magnon (il fondatore di S. Teresa Gallura). Ebbene, con la loro insolente cultura storica da stazzo (come qualcuno ama dire in un surplus di incattivita malizia), per almeno un paio di anni gli addetti lungonesi alla cultura e ai lavori urbanistici hanno cancellato il nome dalla via che gli era stata dedicata. Eppure al termine di essa c’è un monumento eretto alla memoria del coraggioso ufficiale. Fu un grande patriota e anche martire antifascista. I figli sono imparentati con gli Agnelli. Neanche un convegno per ricordare questo personaggio.

Se i beni e le risorse, storiche e non, di carattere pubblico vengono trattate in una maniera così maldestra, che cosa debbono imparare le giovani generazioni se non che ogni eccesso e impudenza sono loro consentiti?

Non ne fa un mistero la banda che a notte fonda si diletta a scorrazzare con motori tirati al massimo tra Via Magnon e Via del Mare. Nessun addetto alla sicurezza e all’ordine pubblico si fa scrupolo di punirne gli squinternati membri come e quanto meritano.

Tantomeno ne fa mistero chi alza prezzi indicibili per un caffè, un bicchiere di vino, un piatto di pasta o una pizza.

NESSUN IATO TRA SOCIETÀ POLITICA E SOCIETÀ CIVILE

I partiti politici sono protagonisti o comunque direttamente coinvolti in questa sorta di bisca collettiva che ha per nome turismo. Polizia locale e carabinieri non muovono un dito: a quelle ore anch’essi dormono.

Temo che questo succeda perché tra eletto ed elettore non c’è differenza. Sono stati i francesi, negli anni Trenta, mi pare, a proclamare che i secondi (cioè la società civile) fossero più avanzati, più civili, meno corrotti dei primi (cioè dei partiti e di chi a qualunque livello facesse politica).

La smentita di questo storico pregiudizio a S. Teresa è immediata e plateale. Come tutto il circondario della Costa Smeralda, i suoi abitanti vivono dei redditi che si producono intorno alle attività legate al mare.

Forse nei modi più diversi, ne sono ugualmente coinvolti sia chi fa l’assessore o il sindaco sia chi raccoglie rifiuti o vende all’incanto cianfrusaglie dell’artigianato cinese o sardo.

Credo che questa impossibilità di distinguere il politico (o cittadino pubblico) dal privato cittadino sia un aspetto che non è opportuno banalizzare.

Se si legge, o meglio se si impara a leggere bene, un grande economista come J.M. Keynes, si apprende che la sua concezione del capitalismo non si fonda su una certezza. Era quella che avevano i suoi avversari di una vita, i marginalisti, sia inglesi (a cominciare dal suo maestro Alfred Marshall) sia gli austriaci della Scuola liberale di Vienna.

A differenza di questi ultimi (che avevano teorizzato la capacità del capitalismo di trovare alla fine un suo punto di equilibrio), Keynes identifica, invece, questo sistema di produzione e distribuzione in un sistema strutturalmente instabile, dal futuro indescrivibile e incerto, da sindrome patologica a modo di essere, regola di vita.

Gli investimenti si alimentano di queste vaghe aspettative. Nessuna scienza economica è in grado di garantirti le condizioni, anche se un’idra (con poche teste) come Trump non nasce tutti i giorni.

I rilievi critici dei turisti che scrivono da S. Teresa Gallura, Palau, Arzachena descrivono il volto di un capitalismo miserabile, quasi un proto-capitalismo.

Quello dei residui feudali che Marx e Lenin hanno efficacemente narrato in alcune loro opere. Quasi, anzi senza quasi, un elogio squillante, una splendida apologia dell’insuperabile capacità devastatrice e insieme modernizzatrice del modo di produzione capitalistico. Il medesimo che più tardi gli stessi autori ci avrebbero insegnato ad esecrare ed osteggiare.

Farei rientrare in questa categoria del proto-capitalismo quel che si può rilevare a S. Teresa, cioè la protesta per gli alti prezzi delle derrate alimentari e dei pasti consumati in trattorie e ristoranti poco à la page.

Ancora peggio, il riferimento è a una prassi scostumata: imporre un costo al bicchierino di acqua minerale dopo aver sorseggiato il caffè e alla bustina di plastica, a 15 centesimi (da un supermercato come Dersut), per insaccare e trasportare le compere.

Ma i nostri lettori denunciano anche un atto assai disdicevole che è fiorito negli anni del Covid. In primo luogo, la riduzione della fornitura di frescura, malgrado l’impianto di condizionatori, nei bar e nei ristoranti, per risparmiare i costi dell’energia elettrica.

E poi ci sono altri due comportamenti. Pur essendo molto simili, hanno preceduto la terapia contro un’epidemia epocale come il Covid. Si tratta, in primo luogo, delle dimensioni delle brioche. Provengono tutte dai supermercati (e sono quindi a lunga conservazione e pertanto spesso indigeste).

Quando, come quest’anno, a dispensarle è l’indigena Petite Patisserie, risultano essere molto più piccole di quelle tradizionali e costano circa 2,50 euro l’una. Un sovrapprezzo subito replicato da chi le ha acquistate da Dettori, Dersut o Unieuro.

In secondo luogo c’è un vecchio cruccio. Si tratta della confezione del latte macchiato. Una tazzina di caffè viene versata da una caraffa che lo conserva anche da diversi giorni. Il barista si limita ad aggiungere un ditino di latte, a volte anche in polvere. Evita questo insulso ibrido uno dei migliori bar, per rapidi consumi, di via Nazionale: il Black and White di Andrea Giorgioni.

Analoga è l’euforia risorta nelle trattorie e nei ristoranti per un ulteriore onere come il coperto, o quello di triplicare il costo di una bottiglia di vino. Per non parlare di quello di allineare il consumo di una pizza (sono ottime quelle genuinamente napoletane di Papè Satan) a un piatto di fregula (come quella superba che vi imbandiscono da Pema) o all’impeccabile freschezza del pescato della famiglia Murru alle Bocche di Bonifacio, presso Capo Testa.

Intendo accennare a un ultimo aspetto, dopo avere tralasciato quello della tradizionale speculazione edilizia. Ormai tutto il miele è finito, come diceva un bravo poeta come Salvatore Cambosu. Non ci sono più molte aree su cui infierire o molestare i metri quadri. C’è dell’altro. Non bisogna avere paura delle parole e pensare di contenere la loro gravità evitandole.

UN GRANDE POVERTÀ È DI CASA ALLA COSTA SMERALDA

Nella Sardegna settentrionale si confrontano due mondi diversi ed opposti. Uno è quello dei servizi, della ricerca – come un culto – della qualità, della rete dei collegamenti, degli investimenti su una lunga scala temporale in un contesto inevitabilmente internazionale.

L’isola, che è a metà strada tra l’Europa e l’Africa, ci si presta benissimo. È la sua taglia in un futuro immediato.

L’altro è il mondo classicamente paesano, l’archeologia del come eravamo, del passato che non passa.

I turisti lo evocano nelle loro lamentele. Corrisponde a un contesto che vive in una condizione di povertà, a livelli quasi incredibili. Perciò è costretto a fare la cresta sulla quantità di latte, sulle misure delle brioche, sul coperto, sul bicchierino di acqua minerale ecc. Solo risparmiando anche su questi beni minimi può scoppiare il miracolo di far vivacchiare dodici mesi invece che tre.

Dunque, una vacanza ricca in Costa Smeralda è il volto di Dorian Gray, vale a dire la maschera di un disagio sociale e di una miseria semplicemente impensabili. Nessuno osa chiamarla col proprio nome. Ci si pasce di circondarla di esorcismi.

Sapete qual è il reddito medio netto mensile di un abitante di S. Teresa Gallura, depurato di tutti gli oneri fiscali?

Si aggira tra 1.150 € e 1.250 € netti al mese, calcolato su dodici mensilità. Non si può vivere con questi compensi, che sono da integrare con le mancette e i prelievi operati per circa tre mesi sulle tasche dei turisti provenienti soprattutto dall’estero.

Con i prezzi degli immobili e dei beni di prima necessità, le spese sanitarie, baristi e inservienti, donne delle pulizie e insegnanti, al 30 del mese hanno già patito da molti giorni prima un grande rischio, sempre incombente. Ha un nome terribile e impronunciabile. Si chiama, come si è sempre chiamata, non solo da queste parti, cioè fame.

Voglio solo aggiungere un chiarimento. Per le famiglie e i singoli si tratta non di nuove, ma di vecchie povertà. Sì, proprio dove nessuno mai se lo aspetterebbe: la magica, mitica Costa Smeralda, vale a dire nel cuore della retorica più ossessiva, il paradiso della Gallura Felix.

Resta una domanda, quella di sempre: si può combattere un grande problema sociale qual è la mancanza di eguaglianza e lo sfruttamento di molti ceti commettendo azioni multiple che sono sancite e punite dal codice civile e penale?

I professionisti della politica (parlamentari, sindaci, assessori, responsabili a qualsivoglia titolo delle istituzioni) possono limitarsi a non fare nulla, neanche a dimettersi, per fare diventare una questione locale un grande problema nazionale?