FRATELLO, COMPAGNO, CAMERATA

di Beppe Attene

Tra le proclamate ambizioni della cosiddetta destra nell’approcciarsi alla conquista del potere di governare la Nazione, brillava per intensità quella di sconfiggere finalmente la egemonia della sinistra nella cultura e nella capacità generale di creare e diffondere valori condivisi.

         Ora, il concetto di “egemonia” proviene dal pensiero gramsciano.

Per il comunista sardo il Partito doveva esistere come “intellettuale collettivo” capace di contenere e rappresentare in sé le differenti istanze presenti nella società, organizzandole in una prospettiva unitaria convincente e non coercitiva.

Ciò avrebbe permesso la conquista del potere e, contemporaneamente, la continua modificazione dello strumento politico.

Si potrebbe forse trovare una corrispondenza con il concetto di “weltanschauung” di grande importanza nel pensiero hegeliano: una visione del mondo situata, e costantemente aggiornata, nel Tempo e nello Spazio ma fondata su una ben chiara e determinata identità iniziale.

         Naturalmente questa potenza e volontà egemonica doveva essere capace di esprimersi, comunicare e convincere anche attraverso una facilità di diffusione che doveva favorire l’avvicinamento anche da parte di chi non fosse stato prioritariamente schierato da quella parte.

         Solo a titolo di esempio: il magnifico film “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola guida lo spettatore durante trent’anni di storia italiana senza apparenti posizioni ideologiche, ma con un punto di vista non solo ben espresso ma capace di penetrare dentro la coscienza di ogni spettatore.

L’Italia che Scola ci racconta, anche grazie a un cast straordinario, è quella che lui vedeva, ma che grazie a lui diventa visibile e presente anche a tutti.

E posso garantire che Ettore Scola un ben preciso punto di vista lo aveva. Eccome.

         Solo un esempio in mezzo a una infinità di operazioni artistiche e culturali che hanno caratterizzato il formarsi della coscienza collettiva degli italiani.

Che la si chiami o no “capacità egemonica” , non vi è dubbio che la cosiddetta destra italiana ha dovuto storicamente fare i conti con una potenza di fuoco che si rispecchiava nei Consigli d’Ateneo delle varie Università italiane come nelle strutture di gestione dei festival e delle manifestazioni culturali come, di conseguenza, in tutti i prodotti destinati alla comunicazione e al consumo di massa.

         Non è facile oggi capire perché questa forza politica non sia stata in grado di costruire una propria identità capace di paragonarsi sul terreno della lotta per l’egemonia costruendo e proponendo una unitaria e non conflittuale concezione e lettura del mondo.

Né si può, in buona fede, attribuire al fascismo e alla destra italiana una iniziale patente di ignoranza e insensibilità.

L’Italia si  era liberata di un regime antidemocratico ma anche in quei venti anni aveva prodotto idee e valori, culture e contenuti di tutto rispetto.

Ma forse agli autoproclamati eredi interessava solo l’aspetto della sconfitta militare.

         Tre sono le modalità di chiamata e riconoscimento reciproco nelle aggregazioni italiane: o ci si chiama Fratelli o ci si chiama Compagni o ci si chiama Camerati.

Iniziamo dalla prima espressione, sicuramente la più aperta.

Il Cristianesimo ha esteso il senso della parola “Fratello” dalla comune discendenza genitoriale alla totale condivisione di una filiazione divina che riguarda tutti gli esseri umani sulla Terra.

Essi sono tutti, anche senza saperlo o desiderarlo, Fratelli in Cristo. Pertanto, l’espressione si rivolge anche agli avversari o nemici e configura una assoluta corrispondenza di interessi comuni.

         L’espressione “Compagno” viene dal latino cum panis e indica un livello di comunanza e condivisione già più ristretto ma ancora molto aperto e, soprattutto, accrescibile.

Il riferimento alla condivisione del cibo (e quindi per traslazione alla condizione economica di base) esclude naturalmente chi del pane altrui si appropria o comunque non è disposto a dividere con altri il proprio.

Quel che però importa è che non si tratta di una dimensione statica o definita una volta per tutte. È frutto della Storia e nella Storia lavora e si modifica.

         Molto diverso è il riferimento profondo della espressione “Camerata”.

Al di là dell’aspetto militar – collegiale della parola, essa indica in maniera irreversibile la appartenenza di chi la usa a una specifica esperienza che distingue i Camerati dagli altri esseri umani.

L’idea che sostiene l’espressione è che chi è stato in camerata con altri ha visto e capito delle cose che gli esterni non possono percepire.

Non soltanto questo: solo la comunicazione fra camerati può essere ritenuta affidabile e, comunque, solo essa può essere permessa e organizzata.

         Forse la difficoltà sul terreno cultural – egemonico può essere attribuita a questo filtro.

Del resto, alla fine dell’800 Filippo Turati nell’Inno dei Lavoratori Invocava “Su Fratelli, su Compagni, su venite in fitta schiera”.

Ma pochi anni dopo l’ex socialista Mussolini lanciava il movimento dei “trinceristi”.

Gli italiani, cioè, che avevano condiviso le trincee della Prima Guerra Mondiale e che, non riconosciuti per il loro apporto, erano portatori di una esperienza e di un punto di vista che non poteva essere condivisa.

         Da una parte vi era chi pensava al Popolo Italiano e dall’altra a chi, magari un poco forzatamente, rappresentava un pezzo.

Da una parte tutti, anche i morti inconsapevoli, e dall’altra i discriminati protagonisti di una guerra che il futuro Duce aveva invocato.

Viene il dubbio che si tratti di una malattia di famiglia.