FARE LA SPESA: IL DIRITTO DI ACCEDERE AL CIBO

di Giorgio Fiorentini

FARE LA SPESA è una delle azioni normali e indispensabili per ogni cittadino e per ogni famiglia. Sia essa povera o ricca: ovviamente, nel primo caso si deve “fare i conti” con i prezzi e la disponibilità degli alimentari e dei prodotti per vivere; nel secondo caso “non si fanno i conti” e si trovano i prodotti senza difficoltà. Oggi però dobbiamo pensare che “FARE LA SPESA” può avvenire anche in tempo di guerre. Si cambiano abitudini, si fa lotta contro lo spreco in modo determinato, si strutturano orti di guerra e così via. Speriamo che non debba essere una opzione.

In Italia le famiglie in povertà assoluta sono 2,2 milioni e coinvolgono circa 5,7 milioni di cittadini (cioè si riesce ad acquistare il minimo indispensabile); a questi dati si aggiungono 2,8 milioni di famiglie in povertà relativa (con risorse inferiori rispetto alla media).

Il problema quindi è quello di avere opportunità di acquisto accessibili sia per prezzi sia per facilità di accesso.

L’ISTAT dice che il carrello della spesa per cibo e altri prodotti per la vita dei cittadini è aumentato dell’1,9% su base annua (gennaio 2026), che è lo 0,9% in più rispetto all’inflazione mensile dell’1%.

Però il dato più eclatante è l’aumento del 24% (dal 2021 al 2025) del “FARE LA SPESA”, con un incremento decisamente superiore all’inflazione.

“Che fare”? Chi può giocare un ruolo riparativo? Bisogna cambiare paradigma distributivo e semplificare la filiera dei passaggi dei prodotti?

Anche a New York “FARE LA SPESA” è diventato un problema se si vogliono acquistare cibi sani e, infatti, l’innalzamento dei prezzi ha costretto le famiglie ad acquistare alimentari non sani.

Il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, propone l’istituzione di una rete di 5 supermercati comunali, finanziati con fondi pubblici per calmierare i prezzi degli alimenti sani. È la libertà dal bisogno fondamentale del cibo, cioè “FARE LA SPESA” (stile sovietico?).

Negli Stati Uniti iniziative simili ai supermercati comunali risultano già diffuse: per esempio il St. Paul Market in Kansas, attivo dal 2008 e gestito dal municipio con il supporto della comunità locale, e l’Azalea Fresh Market di Atlanta, di recente inaugurazione e sostenuto dalla municipalità con l’obiettivo di contrastare la povertà alimentare nel territorio.

Comunque già esistono a New York empori solidali gestiti da imprese sociali del terzo settore.

In Italia il mondo della cooperazione e delle non profit riesce spesso a calmierare i prezzi del mercato convenzionale.

Infatti questa funzione attiva è, in parte, collegata al mondo della cooperazione (COOP, CONAD – circa 3.300 punti vendita ecc.); in parte si sono create filiere a km 0 (Gruppi di Acquisto Solidale – GAS, circa 900 in Italia) che riescono a calmierare i prezzi del mercato convenzionale. Su questa esigenza si muove anche la GDO (Grande Distribuzione Organizzata) tradizionale, cosciente dell’andamento dei consumi delle fasce povere, in assoluto e in modo relativo.

Per i GAS i prezzi, nel rapporto qualità-prezzo, sono anche considerati “prezzi giusti”. Ed ancora una volta torniamo al tema dell’acquisto di cibo sano e con esternalità positive. Per esempio gli acquisti a prezzi giusti del commercio equo e solidale.

I prodotti del commercio equo e solidale sono “prodotti progetto”, connotati da elementi di valore intrinseco, tangibile e materiale, nonché da elementi di valore immateriale e intangibile che possono aumentare o diminuire la simmetria informativa con il cliente. Infatti quanto più il prodotto è in sintonia con la domanda, non solo rispetto alla percezione del valore dei fattori materiali che lo compongono ma anche degli assetti intangibili che con essi si integrano e creano maggior valore di scambio, tanto più i prodotti progetto creano risultati positivi in termini di redditività sia per le agenzie di importazione sia per i produttori dei mercati emergenti.

Ovviamente, per le strutture distributive – siano esse dedicate (come Altromercato, Fairtrade Italia, Associazione Botteghe del Mondo ecc.) oppure tradizionali e di forte capacità di vendita (come la grande distribuzione o i dettaglianti organizzati in catene di negozi) – si evidenzia la loro responsabilità sociale e il loro impatto sociale.

In economia della salute, la nutrizione non è considerata una semplice questione edonistica ma è il risultato di un insieme di fattori: accessibilità economica dei cibi (prezzi relativi, tassazione, sussidi); ambiente alimentare (food environment); marketing e informazione; norme culturali e sociali; livello di istruzione e competenze nutrizionali.

Le scelte alimentari hanno conseguenze dirette sul profilo epidemiologico di una popolazione. Obesità, diabete di tipo 2, patologie cardiovascolari e alcune forme tumorali generano costi sanitari diretti (cure, ricoveri, farmaci) e indiretti (perdita di produttività, riduzione della qualità della vita). Una domanda chiave dell’economia sanitaria è quindi: quanto costano i nostri “gusti” alimentari alla collettività?

Ci sono poi gli empori solidali, circa 250, che nella loro funzione di supermercati sociali non solo distribuiscono beni di prima necessità ma fanno accompagnamento sociale ed empowerment delle famiglie. Sempre più c’è un valore aggiunto di servizio di welfare per gli utenti e clienti sociali.

Le famiglie assistite crescono e solo in Emilia-Romagna oltre 8.105 nuclei nel 2024 (pari a oltre 25.000 persone) sono stati oggetto del servizio.

Un altro modo di FARE LA SPESA per le fasce deboli e fragili della popolazione è quello di fruire di generi alimentari di prima necessità gratuitamente, per chiunque ne abbia bisogno, senza richiedere documenti o spiegazioni. Dare un pasto ogni giorno, gratuitamente, a chi è in difficoltà. Un esempio è l’associazione Pane Quotidiano, con circa 3.500–4.500 passaggi al giorno tra le due sedi di Milano. Si distribuisce normalmente una base composta da pane (350–400 g), latte (1 litro), yogurt, salumi, frutta e verdura. Tutti questi prodotti sono donati da aziende alimentari.

C’è anche tutto il settore delle mense sociali e dei fornitori di prodotti sia alle mense sia agli empori sociali (per esempio il Banco Alimentare).

FARE LA SPESA è un diritto per tutti. Ancora di più, per le fasce deboli e in difficoltà, esso è un diritto indiretto. Infatti è una libertà dal bisogno se il “diritto a fare la spesa”, come concetto, è prodromico per l’accesso al cibo (che è un diritto garantito).