EVVIVA LA REPUBBLICA (1946-2026)

di Giancarlo Governi

Dopo venti anni di dittatura fascista e cinque di guerra, gli italiani che stavano riassaporando la libertà e la democrazia, furono investiti dalla politica. Ci fu prima il referendum Monarchia o Repubblica, poi le elezioni politiche del 1948, dove la contrapposizione fra i partiti della sinistra e la Democrazia Cristiana fu dirompente.

Me lo ricordo benissimo quel 2 giugno del 1946. Repubblica o Monarchia, non si parlava d’altro: in casa, per la strada, nei mercati.  Sembrava una febbre che divorava tutti. Gli italiani avevano ritrovato con la libertà e la democrazia, dopo tanti anni di dittatura fascista, il gusto per la politica. A Via della Lungara proprio vicino al carcere di Regina Coeli (“er Coeli” come lo chiamavano i romani quando parlavano la loro lingua), la strada era tappezzata di manifesti. Un giorno, un gruppo di giovanotti scese sul fiume e, sul muraglione di fronte, scrisse a lettere cubitali “Zingone veste tutta Roma e la monarchia la spoglia”, parafrasando lo slogan pubblicitario del più grande magazzino della Capitale. Dopo una ventina di anni la scritta era ancora lì: nessuno l’ha mai cancellata, l’ha cancellata il tempo.

Anche noi bambini fummo travolti dagli eventi e dalla rivalità che stava dividendo l’Italia in due. Anche noi ripetevamo nei nostri discorsi “Repubblica… Monarchia…”.

Il mio Babbo, convinto socialista e repubblicano, mi aveva ammaestrato e mi aveva anche fornito qualche argomento a favore della nostra causa, e io li usavo nelle mie discussioni con i miei amici più grandi di me, quelli con i quali giocavo a palletta in mezzo alla strada. Una volta stavo andando benissimo, i miei argomenti a favore della Repubblica stavano facendo breccia sui miei compagni, quando un ragazzino mi guardò con aria scettica e mi fulminò con questa frase: “Sì, però i monarchici a noi ci hanno dato la pasta…” Di fronte ad un argomento così forte in quel periodo di fame, mi sentii perso e sconfitto. Anche il mio Babbo non trovò argomenti validi per fugare i miei dubbi di bambino. La pasta era la pasta. Ma la mia fede repubblicana, pur vacillante, non crollò ed arrivai anche a distribuire insieme ad altri ragazzini “repubblicani” i volantini. Un mio compagno più grande e più scafato, fermava le signore anziane che uscivano dalla Messa per invitarle a votare per la Repubblica. Ad alcune diceva “votate per la Madonnina” e indicava il volto femminile dell’Italia con la corona turrita, che rappresentava la Repubblica.  Ad altre diceva: “Signora, lei non vuole la Repubblica vero? Allora la cancelli con una bella croce sopra”. Non so se con questi metodi avrà sottratto qualche voto alla Monarchia, ma il mio compagno scafato aveva capito che gli italiani votavano dopo 25 anni, e le donne per la prima volta, nella storia d’Italia.

Ricordo che la mattina del 2 giugno accompagnai i miei genitori al seggio elettorale che era stato allestito proprio nella mia scuola. Il mio Babbo si era messo il vestito buono con la cravatta, come se andasse a un matrimonio. La mia Mamma aveva un vestito sobrio con le maniche corte perché quel giorno faceva caldo. Prima di uscire di casa ricordo che il mio Babbo mostrò per l’ennesima volta il facsimile della scheda elettorale alla mia Mamma che lo mandò a quel paese. “Mi hai preso per scema…” disse e il mio Babbo la ripose in tasca senza fiatare.

Quando arrivammo al seggio, trovammo una fila disordinata, quasi una calca, con un migliaio di persone. I miei genitori si misero in fila e io andai a giocare a palletta a Via San Francesco di Sales, una partita che durò diverse ore e che comportò il sacrificio del mio unico paio di scarpe, che la mia Mamma aveva fatto risuolare da poco.

Poi furono ore, anzi giorni, di attesa: prima cominciò a serpeggiare la notizia che la Repubblica stava vincendo, qualcuno disse che la Monarchia stava recuperando. Passavano le ore e non ci era nulla di ufficiale: alla fine uscì il ministro dell’Interno Romita, un uomo piccolo, grassottello e con i baffi incolti, il quale disse a un esercito di giornalisti con i taccuini in mano: la Repubblica ha vinto.

Non ricordo se festeggiammo in piazza, ricordo soltanto che il mio Babbo mi dette un bacio e mi disse: “L’Italia è una Repubblica… abbiamo vinto”. Capii che era emozionato e commosso perché si rinchiuse in camera con il suo giornale preferito. Vidi dopo che era l’Avanti! diretto da Pietro Nenni, che titolava a nove colonne: “REPUBBLICA!”. Il giornale per il quale lavorai e che mi fece diventare giornalista. Quel numero il mio Babbo lo conservò fino alla fine dei suoi giorni e ora è a casa mia e, quando io non ci sarò più, lo avranno i miei figli e i miei nipoti.

Arrivò il 1948 quando lo scontro politico divenne più aspro, da una parte il Blocco del Popolo che comprendeva il partito comunista e il partito socialista, dall’altra la Democrazia Cristiana che aveva accanto tutte le organizzazioni cattoliche mobilitate. La propaganda invase la nostra vita con vignette, manifesti, slogan, comizi. Si discuteva animatamente dappertutto, anche noi ragazzi. In Trastevere prevalevano i sostenitori del Blocco del Popolo, che aveva come simbolo la faccia di Giuseppe Garibaldi che a me piaceva molto.

Più tardi diventerò un fan dell’Eroe dei due Mondi, andrò in pellegrinaggio a Caprera, leggerò libri su libri e metterò le mani su tutti i programmi televisivi che si sono fatti su di lui. Nel 2010, ai 150 anni dell’Impresa andai insieme a cinque amici, anche loro fan di Garibaldi, a Marsala, con la blusa rossa dei garibaldini, e da lì risalimmo la penisola fino a Napoli, facendo tappa nei luoghi delle battaglie famose: a cominciare da Calatafimi fino al Volturno e a Teano, dove il Generale consegnò un regno nelle mani di Vittorio Emanuele II, senza chiedere niente in cambio, anzi rifiutando tutte le offerte del re.

Si racconta che quando il re si allontanò, Garibaldi scese da cavallo, si sedette per terra e incominciò a mangiare pane e formaggio. “Generale, neanche a pranzo vi hanno invitato!” disse Nino Bixio. Garibaldi continuò a mangiare in silenzio il suo pane e formaggio. La sua opera era compiuta, il giorno dopo partì per Caprera con una cassa di sementi, una cassa di stoccafisso e una scatola di sigari toscani a cui avevano dato il suo nome.

Il Generale, alla testa di soli mille uomini aveva sconfitto, a Calatafimi uno dei più potenti eserciti d’Europa. Era stato possibile perché quegli uomini credevano nell’ideale italiano, ed erano pronti a morire dietro quell’uomo, al cui cenno si mobilitavano eserciti volontari, come successe a Bergamo che è stata definita “La Città dei Mille” dallo stesso Giuseppe Garibaldi, perché è la città che ha dato il maggior numero di uomini all’impresa garibaldina: 160 su 1000 erano bergamaschi. Ci fu una intera classe di studenti che, alla vigilia dell’esame di maturità, salutarono i professori e si imbarcarono con Garibaldi, andando ad alimentare quello che fu definito l’esercito più colto della Storia, perché era composto da studenti, artisti, intellettuali, professionisti e artigiani. Nessun analfabeta, in una società dove l’analfabetismo raggiungeva il 90 per cento. Uno degli studenti bergamaschi, giunto a Marsala con il Piemonte e il Lombardo, scrisse una lettera ai suoi genitori dove disse: “domani c’è la battaglia, se me la scampo mi piacerebbe visitare le rovine di Segesta”. Non se la scampò, perché cadde a Calatafimi e le rovine di Segesta non le vedrà mai, come non rivedrà la sua Bergamo.

Quando fecero ritorno a casa gli studenti, dopo l’impresa, decimati perché diversi erano rimasti sul campo, pretesero di sostenere l’esame e sul direttore della scuola, che si opponeva, dovette intervenire Garibaldi personalmente. Questi ragazzi hanno fatto l’Italia, disse il Generale, e gli dovete rispetto.

Il movimento cattolico, fiancheggiatore della Democrazia Cristiana, mise in campo personaggi che saranno molto importanti nella cultura popolare italiana, come Benito Jacovitti, il grande fumettista, e Giovannino Guareschi il padre di Don Camillo e Peppone, il quale disegnerà lo slogan che diceva “Nel segreto dell’urna Dio ti vede e Stalin no!”.

 Si discuteva di politica dappertutto, nei locali pubblici, in mezzo alla strada. Persino il sor Torquato, il barbiere scotennatore, dava il suo contributo alla propaganda anticlericale. Si metteva sulla porta della sua bottega e come vedeva passare un prete, usciva fuori, faceva finta di schiacciare qualche cosa per terra e gridava “Acciacca, acciacca il bacarozzo!” I preti fecero circolare la voce e davanti alla bottega del sor Torquato non ci passarono più. Il barbiere era un anticlericale mangiapreti, accanito lettore del Don Basilio, un giornale satirico “contro tutte le parrocchie” ma specialmente contro quella cattolica e democristiana. Il figlio del sor Torquato, invece, si chiamava Santino ed era un “santino” di nome e di fatto, un giuggiolone di 40 anni che la domenica si vestiva da boy scout, in pantaloni corti con il culone e le coscione (sembrava Alberto Sordi nel film Mamma mia che impressione quando va a fare le poste alla signorina Margherita) e andava a fare il capo boy scout della parrocchia di Santa Dorotea. A Via della Lungara, la mattina della domenica, la gente si alzava presto per veder uscire Santino, con i suoi coscioni scoperti e qualcuno si azzardava a un applauso, che Santino ricambiava con un cenno della mano.

Passò anche quel 1948, la Democrazia Cristiana vinse prendendo la maggioranza assoluta e la situazione si normalizzò. La gente aveva meno voglia di parlare di politica, dopo lo sfogo dei primi anni del dopoguerra. L’Italia si ricostruiva, anche grazie ai massicci aiuti che venivano dagli americani. Di quegli anni si ricorderanno sempre come gli anni della costruzione della democrazia e della Costituzione.

Anni dopo feci i conti con quegli anni: mi laureai in Diritto Costituzionale sull’articolo 1 della Costituzione.