di Mario Pacelli
11 aprile 1902: Enrico Caruso è a Milano. Un mese prima alla Scala ha contribuito al successo della nuova opera “Germania” di A. Franchetti, con la direzione di Arturo Toscanini. La consacrazione del successo è l’offerta di una nuova casa discografica, la Gramopfone Company, di cui sono rappresentati in Europa Fred e Wil Gaisberg, di incidere 10 arie per un compenso di cento sterline. L’offerta è accettata, Caruso canta in un pomeriggio quanto richiestogli con una gran fretta di finire. Ha le cento sterline promesse: quella incisione nei venti anni successivi frutterà cinque milioni di dollari a Caruso ed il doppio alla società discografica. Il disco venne lanciato sul mercato in coincidenza con il debutto a Londra del tenore nel “Rigoletto” a cui seguì il “Don Giovanni” di Mozart, sempre con grande successo di pubblico e di critica: i dischi piatti, la novità del momento, che sostituivano i vecchi rulli del fonografo inventato da Th. Edison, ed avevano sull’etichetta la riproduzione di un quadro di Francis Barraud (un cane che ascolta il grammofono), contribuirono con la loro rapida diffusione ad amplificare il successo del cantante italiano, ormai sulla cresta dell’onda dopo molti anni difficili ed un contrastato successo iniziale.
Nato a Napoli, in una zona popolare il 27 febbraio 1873 iniziò a cantare ancora bambino nel coro della chiesa di Sant’Anna alle Paludi, altra zona periferica di Napoli, dove nel 1881 la famiglia, padre meccanico e madre casalinga, si era trasferita con il fratello e la sorella di Enrico, più piccoli. Gli studi elementari procedettero con scarso successo: molto maggiore era l’apprezzamento del piccolo Enrico come cantante da parte del parroco, padre Giuseppe Bronzetti, che lo fece studiare nei limiti del possibile affinché completasse l’istruzione elementare e lo affidò al maestro Andrea Fasanaro perché apprendesse i primi rudimenti della musica. Un altro maestro, Domenico Amitrano, iniziò ad insegnargli a suonare il pianoforte. Era poco, la formazione musicale era quella di un buon dilettante, ma tuttavia fu sufficiente per fargli abbandonare il lavoro presso la fonderia De Luca all’Arenaccia (sua la fontana in ferro sulla strada che sale dal Corso a Sant’Elmo) per trarre i suoi guadagni solo dal canto come solista nelle cerimonie religiose a Napoli e nei paesi vicini. A 14 anni ebbe una piccola parte in una operina del maestro Fasanaro, “I briganti nel giardino di Don Raffaele”, che andò in scena nel teatro parrocchiale. Era poco più di un bambino quando iniziò a lavorare come posteggiatore presso lo stabilimento balneare “Risorgimento” e come cantante di serenate, di canzoni napoletane alle feste di Piedigrotta, di celebri arie musicali in feste private. La voce oscillava ancora tra quella di un tenore e quella di un baritono.
L’educazione musicale era molto limitata e le speranze di un grande avvenire erano ancora lontane. Nel 1891 fu accettato come allievo, dopo alcune incertezze dovute a queste considerazioni, dal maestro Giuseppe Vergine, che però intuì le possibilità del giovane ed accettò di curarne la formazione musicale in cambio di un quarto dei suoi guadagni nei cinque anni successivi, un contratto che Caruso riuscì a sciogliere solo nel 1896 col pagamento di 20.000 lire del tempo. Dopo una breve parentesi dovuta al servizio militare di leva a Rieti presso il XIII° reggimento di artiglieria di campagna (per interessamento di alcuni amici il suo posto fu preso dal fratello minore Giovanni), Caruso continuò gli studi con il maestro Vergine. Nicola Daspurro, che rappresentava a Napoli la casa editrice Sonzogno, uno dei due maggiori editori musicali del tempo (l’altro era Ricordi) ottenne per lui una parte in “Mignon”, che sarebbe dovuta andare in scena al teatro Mercadante di Napoli, ma il direttore dell’orchestra, Giovanni Zuccani, dopo le prime prove non lo ritenne idoneo per il ruolo di tenore. Il 16 novembre 1894 debuttò al teatro Nuovo di Napoli ne “L’amico Francesco”, di un tale Morelli, ma fu un fiasco. Francesco Zucchi, una singolare figura di agente teatrale che aveva il suo quartier generale in un caffè, il Caffè dei fiori, popolato da una folla di cantanti in cerca di scritture, riuscì ad ottenere per lui un ingaggio per dieci lire a recita nella stagione lirica 1895 a Caserta.
Caruso debuttò al teatro Cimarosa con la “Cavalleria Rusticana”, al quale seguì Camöens, di Pietro Musone. Ebbe poi scritture per cantare a Napoli al teatro Bellini e al teatro Mercadante ed un mese al Cairo per la somma (allora cospicua) di seicento lire. Dopo una sfortunata parentesi a Trapani (si presentò ubriaco in scena nella “Lucia di Lamermour” e fu duramente contestato) ottenne una scrittura per la stagione lirica 1896 97 a Salerno, dove sembrò sul punto di fidanzarsi con la figlia del direttore del teatro per poi allontanarsene rapidamente. Diventò il tenore unico della compagnia, ebbe una paga ragionevole (100 lire a recita per 50 recite), ampliò il suo repertorio andando dalla vocalità veristica di Puccini (“Manon Lescaut”), Mascagni (“Cavalleria rusticana”) e Leoncavallo (“Pagliacci”), fino alla “Carmen” di Bizet, al “Faust” di Gounod, alla “Traviata” e al “Rigoletto” di Verdi, alla “Favorita” di Donizetti e ai “Capuleti e Montecchi” di Bellini, con l’unico limite delle opere di Rossini, che non lo ebbero mai come interprete. Nella sua biografia Caruso parlerà anche della sua interpretazione di Arturo nei “Puritani” di Bellini, ma secondo alcuni critici nell’occasione cantò in falsetto, fatto questo mai provato e che fa parte della leggenda del tenore. Certo è che Caruso aveva chiari i limiti della sua voce, che non aveva l’estensione di quella dei tenori puri: si sforzò in ogni modo di educarla con uno studio puntiglioso in modo da poter raggiungere i toni più alti.
Conservando la pastosità e l’umanità del canto, canoni della nuova corrente artistica lirico-veristica. Gli sforzi furono premiati ed iniziarono i grandi successi da quello al teatro Massimo di Palermo (maggio 1897) con la “Gioconda”, a quello al Politeama di Livorno nella “Boheme”, dopo aver ottenuto dallo stesso Puccini, in un incontro a Torre del Lago, l’autorizzazione ad abbassare di mezzo tono l’aria della “Gelida manina”. Seguirono i successi al Lirico di Milano e al Carlo Felice di Genova: ormai Caruso era un tenore conosciuto e stimato in tutta Italia: presto ebbe scritture all’estero. Nel 1898 99 cantò in Russia, a Pietroburgo e a Mosca con grande successo. Le sue quotazioni salirono: ebbe un contratto eccezionale per il Sud America, cantò al Colon di Buenos Aires tra le altre opere la “Iris” di Mascagni che riprese nel novembre 1899 al Teatro Costanzi di Roma, dove suscitò l’entusiasmo del pubblico. Dopo una nuova tournèe in Russia ed una in Sud America, affrontò con la “Boheme” diretta da A. Toscanini il pubblico del teatro La Scala di Milano, ma non fu il successo sperato anche per la scarsa intesa tra il tenore ed un direttore d’orchestra professionalmente puntiglioso come Toscanini. Ormai Caruso era un uomo ricco, circondato da una folta schiera di persone che beneficiavano della sua ricchezza, con una compagna, Alda Giacchetti, una soprano di scarso successo, già sposata, che avrà il merito di insegnargli tutte le piccole astuzie del mondo in cui viveva e di introdurlo nei suoi usi e nelle sue tradizioni.
Il 30 dicembre 1901 cantò a Napoli al Teatro San Carlo, ma venne contrastato dal pubblico, anche per incitamento di alcuni nobili un po’ snob, cui Caruso si era rifiutato di rendere preventivamente omaggio. Giurò che a Napoli non avrebbe più cantato e mantenne la parola: quando il Sindaco di Napoli gli chiederà di cantare al Teatro San Carlo in una serata di beneficenza per i terremotati di Avellino, risponderà (1917) declinando l’invito ed inviando in dono la somma del prevedibile incasso. Seguirono Montecarlo, di nuovo La Scala, Londra, Lisbona. Acquistò (1903) una villa vicino Sesto Fiorentino, e si imbarcò, dopo una lunga serie di trattative sui compensi, per New York con la sua compagna. Il 23 novembre 1903 debuttò al Metropolitan con il “Rigoletto”, a cui seguirono l’”Aida”, la “Tosca”, “Pagliacci”, la “Lucia di Lamermour”, la “Traviata” e “L’elisir d’amore”: furono le prime delle 607 rappresentazioni in diciassette stagioni di Caruso in quel teatro, inframezzate da rappresentazioni in altre città degli Stati Uniti. Nel 1905, alla fine della stagione lirica, fu incoronato con una corona d’oro. Nel 1906 era a San Francisco al momento del terremoto che distrusse la città: si salvò per miracolo nel crollo dell’albergo dove alloggiava e dormì due notti sotto un albero del giardino.
Ormai gli Stati Uniti erano divenuti la sua seconda patria: il pubblico era conquistato dalla sua recitazione, in cui emergeva l’uomo accanto all’artista di valore. I suoi guadagni arrivarono alle stelle, tanto da attirare l’attenzione della Mano nera, l’organizzazione criminale di italo americani che aveva come sua principale attività l’estorsione e il ricatto. Caruso riuscì a cavarsela senza pagare la somma richiesta, anche grazie all’aiuto di emigrati italiani, e due dei tre taglieggiatori furono arrestati. Nell’ottobre 1906 subì anche un processo presso il Tribunale di Yorkville in seguito all’accusa formulata nei suoi riguardi da una donna per “desorderly conduct” a Central Park, una vicenda mai completamente chiarita e che forse celava nelle sue pieghe un ricatto: se la cavò con una multa di dieci dollari. Bizzarro, sempre inquieto, amante delle burle, ipocondriaco, con un rituale preciso quando lavorava in teatro (gargarismi di acqua salata prima di entrare in scena e una mela tra un atto e l’altro), con un numero imprecisato di vestiti e soprattutto di scarpe, maniaco della pulizia, pagava il successo con una continua tensione nervosa, alla ricerca di sempre nuovi orizzonti musicali. Sua unica passione, oltre il vino e la buona cucina, era disegnare caricature, pubblicate dal giornale satirico “Follia”, stampato a New York e poi pubblicate in due volumi. Accanito collezionista di oggetti di ogni genere (tele, bronzi, smalti, porcellane, tabacchiere, francobolli, merletti, monete, venduto tutto all’asta nel 1923 a New York).
Fu anche scultore e realizzò diverse figurine dell’antico presepio napoletano, oltre che modelli di vestiti. Si divertì anche a disegnare un suo autoritratto usando solo le lettere del suo cognome oltre che schizzi di uomini celebri del suo tempo (tra gli altri Roosevelt, Vittorio Emanuele II e Guglielmo Marconi). Negli Stati Uniti il suo successo era sorretto dagli slogan pubblicitari che lo presentavano come una sorta di “fenomeno”. In Europa invece, a Vienna come a Praga, a Berlino come a Londra, a Parigi come a Bruxelles, il successo straordinario che ebbe tra il 1906 ed il 1910 era dovuto ad una accorta politica che raccoglieva nelle rappresentazioni in cui era protagonista cast del massimo livello. Quando era all’apice del successo sopravvenne improvvisa una duplice crisi, fisica e spirituale. Le corde vocali di Caruso erano più morbide del normale, ciò che dava alla sua voce quella pastosità che il pubblico tanto amava: con il tempo però si formarono alcuni noduli, conseguenza probabilmente delle continue sollecitazioni, che resero necessario un primo intervento chirurgico nel 1907 e un secondo nel 1910, seguito l’anno successivo da un intervento al naso che avrebbe dovuto liberarlo dai forti mal di testa che lo affliggevano e che non ebbe invece il risultato sperato. La voce ne risentì: perse i toni più alti e le modulazioni divennero più difficili, tanto che, secondo un altro grande artista che gli fu accanto in molte rappresentazioni, Titta Ruffo, nel 1915 in Argentina nei “Pagliacci” interpretò la parte del baritono che all’improvviso era divenuto indisponibile.
La crisi spirituale fu dovuta invece alla separazione nel 1908 dalla sua compagna da molti anni, Ada Giachetti, che gli aveva dato due figli (Rodolfo ed Enrico junior). Seguirono rancori e ripicche: nel 1912 la donna lo citò in giudizio per sottrazione di corrispondenza ed altri reati, forse allo scopo di ottenere denaro, malgrado Caruso fosse stato e continuasse a mostrarsi generoso nei suoi riguardi. Il tenore vinse il giudizio in Tribunale, ma la vicenda lo lasciò per molto tempo segnato nello spirito. Riprese a cantare, mentre infuriava la Guerra mondiale, negli Stati Uniti e in Italia, sempre disponibile per le numerose iniziative benefiche per le quali veniva richiesta la sua presenza, sempre generoso nei confronti di chi si rivolgeva a lui per aiuti, fino al punto di acquistare biglietti per le sue rappresentazioni al Metropolitan e regalarli poi agli italo americani affinché potessero rivenderli ed ottenere denaro ed a vestirsi da Babbo Natale per distribuire doni a Little Italy. Le sue quotazioni erano altissime: un fiume di denaro affluiva nelle sue tasche (nel 1915 300.000 lire oro per dieci rappresentazioni in Argentina; 2.500 dollari a recita al Metropolitan) sia per le rappresentazioni teatrali sia per le incisioni discografiche: romanze, canzoni napoletane (tra le altre “Core ‘ngrato”, “Pecchè”, “Fenesta ca’ lucive”) perfino l’inno di Mameli.
Specie le romanze, incise con le più grandi case discografiche del tempo, avevano grande successo di pubblico. Nel 1916 a Milano, al teatro Dal Verme, cantò in “I Pagliacci”, direttore Toscanini. Risultò evidente che il tempo era passato: Caruso era divenuto un tenore drammatico, che evocava il grande Francesco Tamagno e al tempo stesso il celebre attore Guido Salvini. Nel 1917 fu di nuovo a Buenos Aires e l’anno dopo a New York dove interpretò per la prima volta “La forza del destino”. Ottenne 200.000 dollari per interpretare due film, “My cousin”, vagamente autobiografico, e “The splendid romance”, che non ebbero successo (il secondo non fu mai proiettato negli Stati Uniti). Il 20 agosto 1918 sposò Doroty Benjamin, dalla quale ebbe una figlia, Gloria, e che gli fu accanto fino all’ultimo giorno della sua vita. Il 25 marzo 1919 festeggiò al Metropolitan il 25° anniversario della sua carriera con un galà trionfale: era stanco, non stava bene fisicamente, era ormai ricco ed avrebbe voluto ritirarsi, ma non gli fu possibile, stretto ormai negli ingranaggi di una macchina che produceva molto denaro e che per questo era tanto più difficile da bloccare. Nel 1919 si recò nel Messico del Presidente Carranza che gli diede una particolare scorta per difenderlo da un’eventuale cattura da parte di Pancho Villa.
Nell’estate 1920 accettò di tenere dodici spettacoli, uno per sera, a L’Avana e undici concerti nel Nord America ed in Canada. A settembre incise altri dischi per la casa discografica Victor. Alla ripresa della stagione lirica era ormai in pessime condizioni fisiche: si aggiunse il rammarico per un grosso furto di gioielli per un valore di ben 117.500 dollari del tempo subito ad East Hampton. L’8 dicembre, durante una rappresentazione di “Pagliacci”, ebbe un malore; tre giorni dopo a Brooklyn non riuscì ad andare oltre il primo atto dell’”Elisir d’amore”. Cantò ne “L’Ebrea” di Halévy e fu l’ultima sua rappresentazione sulle scene del Metropolitan. Il giorno di Natale, mentre distribuiva monete d’oro agli impiegati del teatro, fu colto da un dolore fortissimo, tanto che fu necessario iniettargli una dose di morfina. Il 29 dicembre gli fu praticata una puntura pleurica e il giorno dopo estratto molto liquido. Il 12 febbraio subì un nuovo intervento chirurgico con la asportazione quasi completa di una costola. Non era finita: il 1° marzo fu operato per un ascesso al polmone sinistro. Decise di tornare in Italia con la moglie e la figlia ed andò ad abitare in un appartamento, ancora oggi conservato intatto, all’Hotel Vittoria di Sorrento, nella speranza che sole e riposo potessero giovare alla sua salute. Furono interpellati due fra i maggiori medici del tempo, Giuseppe e Raffaele Bastianelli, che con il malato si mostrarono ottimisti ma alla moglie dissero la verità: c’erano poche speranze di vita.
Forse poteva essere tentato un nuovo intervento chirurgico presso la loro clinica di Roma, ma non esisteva nessuna certezza di esito positivo. Il 31 luglio Caruso si trasferì a Napoli, con l’intenzione di proseguire per Roma e tentare il nuovo intervento chirurgico ma le sue condizioni di salute peggiorarono rapidamente. Morì il 2 agosto 1921, in una stanza dell’Hotel Vesuvio, proprio davanti a quello stabilimento balneare in cui aveva cominciato a cantare da ragazzo. La salma, con un macabro rituale, fu imbalsamata. I funerali, presso la chiesa di san Francesco a Paola, dopo aver superato le difficoltà ecclesiastiche alla celebrazione del rito in una chiesa cattolica di una persona che si era sposata con rito non cattolico, furono molto solenni, con grande partecipazione di ammiratori dell’artista e di autorità. La salma fu collocata in una teca di cristallo e argento al centro di un tempietto di marmo bianco nel cimitero di Santa Maria del Pianto alla Doganella. Il primo luglio 1978 all’alba il sarcofago fu scoperchiato da persona restata sempre ignota, così come ignoti sono rimasti i motivi del gesto. La teca venne nuovamente sigillata, ma non fu accertato il danno prodotto dall’aria entrata dopo lo scoperchiamento con un “piede di porco”. La cospicua eredità – non se ne è mai conosciuta esattamente la consistenza ma si parla di dieci milioni di dollari del tempo, qualche centinaia di milioni di euro di oggi.
Andò al fratello che la dilapidò rapidamente al gioco, ed alla moglie Doroty, che dopo qualche tempo tornò negli Stati Uniti. Ricorda Enrico Caruso un busto nel foyer del teatro San Carlo di Napoli.
Bibliografia
- Nicola Daspuro, Enrico Caruso, Milano, 1938.
- Eugenio Gara, Caruso – Storia di un emigrante, Milano, 1947.
- Pietro Gargano – Gianni Cesarini, Caruso, Milano, 1990.
- Titta Russo, La mia parabola, Roma, 1977.












