di Beppe Attene
Era il 1848 e Karl Marx avvertiva l’Europa dell’aggirarsi minaccioso dello spettro del Comunismo.
Erano passati sette decenni e un nuovo spettro si annunciava, altrettanto minaccioso, nel Programma di San Sepolcro e nei Fasci di Combattimento.
Sappiamo tutti come è andata a finire.
Del Mussolinismo, e del suo successivo alleato Nazismo, la Storia europea si è liberata in una manciata di anni.
Quanto allo spettro comunista nel suo nome sono nate le due Nazioni meno democratiche del mondo, interamente dedite allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e all’arricchimento di gerarchi assai peggiori e più prepotenti dei pur pessimi capitalisti.
Insomma, poveri spettri. Dovrebbero essere scomparsi dal nostro universo mentale.
Al più potrebbero forse somigliare alle antiche leggende sarde con cui mia nonna accompagnava il mio infantile scivolare verso il sonno.
Eppure quei due poveri spettri si aggirano ancora fra noi, evocati e maledetti in ogni talk show televisivo e in ogni dibattito parlamentare.
Agli italiani viene chiesto di credere che siamo ancora in mezzo allo scontro (ammesso che ci sia mai stato) tra Fascismo e Comunismo.
Ogni vertenza si dovrebbe inquadrare, su richiesta di una parte o dell’altra, in questa storica diatriba.
A ben poco serve cercar di ragionare. È inutile ricordare il taglio fortemente di sinistra del Programma Sansepolcrista, come il fatto che l’Italia mussoliniana fu la prima Nazione europea a riconoscere l’URSS o che la II Guerra Mondiale iniziò sulla base di una alleanza fra Stalin e Hitler.
Quel che rende così facilmente diffondibile questa ipotetica sopravvivenza è che essa non viene evocata da ciascuna parte a suo favore, ma piuttosto dall’una verso e contro l’altra.
Detto meglio: il cosiddetto centrodestra attribuisce al cosiddetto centrosinistra una patente di ereditarietà con i partiti e i movimenti comunisti. Da qui i richiami all’ “album di famiglia” correttamente evocato da Rossana Rossanda in riferimento alle Brigate Rosse o, più rozzamente, il saltellare su un piede cantando “chi non salta comunista è”.
Dall’altro lato l’esercizio consiste invece nel ritrovare in ogni atto dell’avversario politico la minaccia della presa del potere e della conseguente e voluta limitazione della libertà.
I “peccati di gioventù” di ognuno si riconnettono al presente di ognuno.
Tutti sono accusati di non avere espiato o superato le antiche colpe. E poiché, inevitabilmente, da ogni parte si nasconde e occulta qualche “nostalgico” potrebbe persino capitare che qualcuno possa gioire al vedersi riconosciuto nel servizio alle vecchie idee.
Quel che però appare più grave di questa sconcertante fenomenologia è il vero motivo che la crea e la sostiene.
Essa non deriva dal valore e dalla profondità delle idee che manifesta ma piuttosto dal fatto che la attuale classe dirigente italiana vi si rifugia per la sua assoluta incapacità di analizzare e tentar di comprendere il mondo nuovo, non più nascente ma già definitivamente emerso dai frantumi di quello che lo ha preceduto.
Le grandi categorie che, nel bene e nel male, hanno illuminato ‘800 e ‘900 sono acqua fresca rispetto al secolo caratterizzato, dopo 1000 anni, nuovamente dai tre zeri.
Non è un passaggio semplice decidere di abbandonare la natura categorica e categorizzante del pensiero che, comunque, ci ha guidati sin qui e che ci permette di riconoscerci in un sistema di valori cui non vogliamo certamente rinunciare.
Il primo e fondamentale passo da compiere consiste nel ritrovare la continuità dei fatti storici non nella breve dimensione temporale ma in quella, sottostante e assai più profonda, dei processi collettivi, e generalmente inconsapevoli, che costruiscono e spiegano gli accadimenti materiali che si susseguono nel tempo breve e nello spazio limitato.
Putin non è comprensibile se ci si limita alla sua povera esperienza di cinico funzionario abile a cavarsela nella caduta dell’URSS.
Egli è, al contrario, la continuità della Grande Madre Russia. Da qui egli deriva il suo potere e il suo ruolo.
Anche se lo facesse inconsapevolmente, magari senza nulla sapere della grande storia che collega Ivan il Terribile all’oggi, non cambierebbe nulla e non farebbe perdere efficacia e potenza alla sua azione.
Lo stesso vale, ovviamente, anche per il rapsodico Donald Trump come per tutti i Popoli e gli Stati Nazione che operano sul globo terracqueo.
La Storia della specie umana, come delle razze e dei popoli che la compongono, è un intreccio profondissimo che oggi chiede, per la complessità del momento, un approccio etico e conoscitivo totalmente nuovo.
La mondializzazione del mercato e la finanziarizzazione dell’economia si basano, ovviamente, sulla inaspettata possibilità per tutti di essere in contatto con tutti.
La gestione di questa potenzialità dovrebbe essere assolutamente al centro di qualunque posizionamento politico e istituzionale.
A nessuno sfugge, inoltre, come la stessa determinazione in classi sociali cui eravamo abituati viva oggi una modificazione dei ruoli e dei poteri che si estende in tutte le direzioni in basso come in alto.
Ciò dovrebbe portare, ovviamente, a delle nuove definizioni di concetti come uguaglianza, diritti e forma dei rapporti.
Inevitabilmente, inoltre, accedere a un banale terreno di riconoscimento della realtà dovrebbe costringere a una serie di ragionamenti di carattere anche etico.
Tra i grandi soggetti collettivi solo la Chiesa di Roma sembra avere avvertito la nuova codificazione della Realtà, semplificando e adeguando di conseguenza la comunicazione dei propri valori fondanti.
Ma essa è ancora, per fortuna, in grado di vivere profondamente immersa nella società contemporanea e nella sua coscienza collettiva.
Assai più facile e dannoso è mantenere in vita i nostri due poveri spettri, usandoli per ricavarne una identità infondata e conflittuale da entrambe le parti.
Così abbiamo un governo di destra che non fa nulla di destra ma si può ammantare della guerra con una sinistra che non fa nulla di sinistra.
A chi si dedica, da qualunque posizione, a questo nobile sport possiamo solo ricordare la leggenda del Golem.
Valga per essi, come ammonimento, che avendo il Rabbino Judah Loew costruito e attivato il leggendario Golem, quando esso cominciò a rivolgere la sua distruttiva azione anche contro il suo costruttore egli fu costretto a sopprimerlo.
Cancellò la parola sacra dalla sua fronte e, fortunatamente, di quel Golem non si ebbero più notizie.













Commenti
Una risposta a “DUE POVERI SPETTRI”
Beppe concordo con quanto da descritto magistralmente. Aggiungerei che nel secolo scorso si faceva riferimento a presunti ideali e/o ideologie. Oggi l’unico riferimento è l’opportunismo dei nostri rappresentanti “democraticamente eletti” che hanno un solo obbiettivo ovvero il proprio arricchimento…