Sarah Lucas e Iva Lulashi due donne, due artiste contemporanee: l’una nata a Londra nel 1962, l’altra nata a Tirana nel 1988. Entrambe hanno partecipato alla Biennale d’Arte di Venezia rispettivamente: la prima alla cinquantaseiesima nel 2015 mentre la seconda a quella in corso cioè alla sessantesima del 2024. Il loro lavoro affascina e sconvolge infatti esse sono accumunate dalla stessa voglia di lasciarsi andare per liberarsi dal tabù del sesso mettendo in atto tutte le prerogative femminili e giocando all’assurdo per ridicolizzare i fatti e i misfatti riguardanti il sesso.
Sarah Lucas, la bad-girl della Young British Artist, cerca la soluzione al suo rapporto con il sesso e affonda l’ispirazione dei suoi lavori nel ridicolo e, conscia della sua capacità di stupire, turba lo spettatore che, messo di fronte alle sue opere dissacranti e scandalose, si volta dall’altra parte per non guardare in faccia la realtà esasperata che suscita strani desideri nascosti.
Ricordo gli atteggiamenti dei visitatori quando, entrando nel padiglione della Gran Bretagna alla Biennale, trovandosi di fronte a due natiche con una sigaretta al centro realizzate con stoffa e calze da donna, rimanevano esterrefatti e accennavano ad un ghigno espressione questo di compiacenza forzata mista a disapprovazione di prassi. Le opere di questa artista in fondo, sia pure in modo violento, ci raccontano del corpo femminile troppe volte preso sul serio con ferocia e malvagità dai partner che, non riuscendo per loro incapacità ad accoglierne il mistero e la bellezza, preferiscono liberarsene nel timore di esserne sopraffatti.
La Kunsthalle Manuhein dedica a questa bad-girl degli anni ‘90 una retrospettiva intitolata Sense of Human con l’intento di verificare l’evoluzione della sua arte nel tempo dalla sua prima produzione che la vide realizzata con un’opera self-portrait with fried eggs ad oggi signora sessantaduenne che continua a perturbare con le sue sculture “conigliette” realizzate con collant imbottiti legati a seggiole in atteggiamenti equivoci.
Love is a glass of water questo è il titolo dell’esposizione di Iva Lulashi che trae ispirazione dal pensiero di Aleksandra Kollontaj una diplomatica russa nonché accesa femminista (1872-1952). L’amore, quindi, viene paragonato ad un bicchiere d’acqua e l’artista, interrogata sul perché di questa sintesi linguistica, ha risposto che l’amore e l’acqua sono elementi naturali ed essenziali per ogni essere vivente. Il suo intento è quello di liberarsi dai vari tabù che, nonostante le lotte femministe e le varie conquiste, ancora impediscono alle donne e non solo di essere completamente libere nella loro espressione amorosa. Il padiglione dell’Albania alla Biennale da Lei rappresentato si apre con una visita guidata nella casa studio della stessa ricostruita seguendo la sua reale disposizione; una casa squallida dove tutto appare un po’ demodé risalente agli anni ‘50 completamente vuota non ci sono mobili né suppellettili legati ad una memoria quasi assente. I quadri, invece, sono sistemati in un reparto al di fuori della dimora quasi a voler separare l’interno dall’esterno, il privato dal pubblico; tali opere sono figure di donne completamente nude che accennano ad orge esclusivamente femminili. Non so quale fosse l’intento di questa messinscena, ma l’impressione indubbiamente personale che ne ho ricevuto è stata piuttosto spiazzante anche perché in un’intervista Lei accenna ad un modus vivendi grazie al quale ama ricevere nel suo atelier amici e intrattenersi con loro.
A cosa voleva alludere con quella installazione realizzata per la Biennale?
Voleva forse regalarci una sua performance o soltanto un suo self portrait?
Io penso che in entrambe queste artiste, apparentemente così spregiudicate, alberghi una doppia personalità; quando si ha l’esigenza di violentare, oltraggiare i limiti di un sentimento così complesso come l’amore inteso, in questo caso specifico, come amore/sesso legato al proprio corpo fragile e pertanto debole si ha quasi una repulsione per atti forse non del tutto soddisfacenti che appunto non soddisfano appieno tutte le pulsioni del corpo che non può prescindere da un’esperienza mistica visto che l’essere è composto da corpo e spirito.
Trovo che questi atteggiamenti così oltranzisti non giovano affatto al rapporto umano sia esso tra sessi diversi o omosessuali; l’amore è amore comunque ma certe espressioni artistiche spesso nascondono una richiesta appunto di amore inteso come comprensione, aiuto reciproco per vivere e sopportare il peso della vita che a volte diventa pesante, non è un gioco di parole, il mio vuole essere un invito ad amarsi, due è meglio di uno e l’intesa si raggiunge con l’unione perfetta delle due parti, in fondo siamo nati per la continuazione della specie umana la nostra natura ci conduce all’unità e questa si può raggiungere solo con l’unione del corpo e dell’anima!
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