DOPO “UNA SOCIETÀ DA RICOSTRUIRE”

Dalla sicurezza sul lavoro alla sanità fino al salario dignitoso, i primi tre pilastri del Contratto per la sicurezza della Cittadinanza

Intervista a Rodolfo La Tegola

di Giampaolo Sodano

Due settimane fa Rodolfo La Tegola ha presentato, su queste pagine, la visione generale della sua proposta del “Contratto per la sicurezza della Cittadinanza”. Quella prima intervista aveva il compito di aprire il percorso: dieci pilastri, dieci ambiti nei quali ridefinire il rapporto tra Stato e Cittadinanza.

Ora il confronto entra nel merito dei primi macro-argomenti del progetto. Si parte dal lavoro, che nella Costituzione è fondamento della Repubblica e, nella proposta dell’autore, diventa anche sorgente di etica civile ed empatia. Si prosegue con la sanità, terreno sul quale il diritto alla cura rischia di essere condizionato dal territorio in cui si vive. Si arriva poi alla dignità economica e finanziaria, cioè alla possibilità concreta che il lavoro garantisca un’esistenza libera e dignitosa.

La sicurezza, in questa impostazione, non è una parola d’ordine né una bandiera di parte, ma la declinazione tangibile del rapporto Cittadino-Stato garantendo la condizione che permette alla persona di non vivere in uno stato permanente di difesa, paura o rinuncia.

L’intervista vuole approfondire l’esposizione dei tre pilastri e misurare la proposta con le contraddizioni dell’Italia di oggi.

Morti sul lavoro, turismo sanitario, lavoratori poveri e frammentazione contrattuale non sono temi separati.

Sono, nella lettura di La Tegola, segnali dello stesso indebolimento del patto fiduciario tra individuo, comunità e istituzioni.

Da qui riparte il manifesto: non per chiudere il discorso, ma per svilupparlo progressivamente fino al completamento dell’intero progetto.

Primo Pilastro – Sicurezza sul lavoro

Nella prima intervista lei ha definito la sicurezza come fondamento della libertà. Perché, entrando ora nel dettaglio, il primo pilastro parte proprio dalla sicurezza sul lavoro?

Rodolfo La Tegola. Il “Contratto per la sicurezza della Cittadinanza” pone le basi sui principi portanti della tutela dei diritti degli individui, attuandoli in garanzie che possono essere sintetizzate nelle declinazioni del significato della parola “sicurezza”. La condizione di sicurezza diventa principio fondante e assicura l’appartenenza ad una società democratica ed egualitaria, indipendentemente dal pensiero politico del singolo individuo. Il Primo Pilastro riguarda il tema della sicurezza sul lavoro perché, nella sua applicazione, tale tema può essere il catalizzatore dell’empatia e la vera sorgente dell’etica civile nella nostra Società. L’articolo 1 della Costituzione statuisce che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”: in tale principio risiede la sovranità del popolo e lo sviluppo della dignità dell’individuo libero.

Detta così sembra una premessa condivisibile da tutti. Però l’Italia continua a contare morti e infortuni. Non è proprio qui che il patto tra Stato e cittadinanza mostra la sua fragilità?

Rodolfo La Tegola. I dati degli infortuni sul lavoro dello scorso anno sono sconcertanti: l’INAIL, nel riepilogo del rapporto dell’anno 2025, riporta 1.093 decessi sul lavoro. Tradotto in incidenza giornaliera, si tratta di una media di circa tre morti sul lavoro per ogni giorno di calendario. In totale, il numero di infortuni nel 2025, compresi quelli appena descritti, conta 597.710 denunce, quindi circa 1.638 infortuni per ogni giorno di calendario. Prima di procedere con l’esposizione del progetto, dobbiamo fare uno sforzo di empatia verso questi numeri. Non si tratta solo di meri numeri; ogni sinistro coinvolge lavoratori che hanno una famiglia, persone care. Come si può essere impassibili davanti a questi accadimenti?

Le norme esistono, i corsi esistono, gli adempimenti esistono, eppure il problema resta. Lei sostiene che la sicurezza sul lavoro non debba restare confinata all’azienda: non è una pretesa troppo ampia?

Rodolfo La Tegola. Le attuali leggi che regolano le dinamiche della sicurezza sul lavoro sono circoscritte al solo ambiente lavorativo, seppur di qualsiasi natura. Ma la cultura della sicurezza sul lavoro è veramente avulsa dal nostro quotidiano? Voglio proporre un pensiero applicato in diversi ambiti: il conoscere per saper riconoscere. Focalizzandoci sugli studi relativi alla sicurezza sul lavoro, come concetto di rischio, magnitudo, buone prassi di prevenzione e lotta agli incendi, metodologie di primo soccorso, mi chiedo se sia corretto che tali importanti approfondimenti siano una esclusiva del luogo di lavoro e se l’obbligo di promozione di tali studi debba essere solo un onere del Datore di Lavoro.

Sta dicendo che la casa, il giardino, il parco, perfino la domenica in famiglia, dovrebbero essere letti con la stessa cultura della prevenzione?

Rodolfo La Tegola. Nel nostro quotidiano anche la vita privata si svolge in luoghi che potrebbero essere definiti luoghi di lavoro: penso alle mura domestiche, ai giardini, ai parchi e a tutti quei luoghi che frequentiamo durante lo svolgimento della nostra vita privata. Quando siamo nelle nostre case, da soli o in famiglia, viviamo nell’idea che mai nessun evento possa arrecarci danno: una caduta per inciampo, una scottatura mentre si cucina, momenti di giardinaggio, una briciola di pane che va di traverso. Se dovessimo imbatterci in un evento straordinario di infortunio personale o di una persona a noi cara, saremmo realmente in grado di affrontare la situazione? Avremmo la contezza di agire nel modo corretto?

Qual è allora la proposta concreta del primo pilastro?

Rodolfo La Tegola. La proposta è la formazione su temi della sicurezza sul lavoro, lotta antincendio e metodologie di primo soccorso a tutta la popolazione. È necessario passare dalla “formazione-adempimento” alla “formazione-valore”. La sicurezza deve diventare cultura della Cittadinanza, entrando come materia di studio non solo in ogni ordine e grado scolastico, ma anche nei cataloghi di formazione professionalizzante, come quella destinata ai NEET. Lo Stato non può continuare a compiere semplici calcoli di convenienza delimitati ai costi-benefici del singolo periodo di erogazione della prima formazione, ma dovrebbe considerare l’intero ciclo della vita lavorativa e l’impatto che sulla medesima hanno i temi della sicurezza. L’erogazione obbligatoria della formazione sulla sicurezza sul lavoro, come prevenzione e investimento, risulterebbe più vantaggiosa delle spese di gestione e di cura degli infortuni.

In questa impostazione il datore di lavoro non sparisce, ma cambia ruolo. È così?

Rodolfo La Tegola. Ad oggi l’unico soggetto che ha il dovere e l’onere di formare e sensibilizzare sui temi della sicurezza del lavoro è il datore di lavoro. Se invece di essere l’unico soggetto promotore fosse esso stesso destinatario di una iniziativa collettiva? Se una azienda potesse accogliere nel proprio organico persone già formate e avesse il compito di vigilare ed erogare esclusivamente gli aggiornamenti o la formazione specifica per mansioni proprie di settore, avrebbe maggiori risorse economiche e organizzative per riuscire nell’intento di diminuire gli infortuni, comprese anche le cosiddette morti bianche, aumentando la cultura e la sensibilizzazione su questi temi.

Il passaggio più politico della sua proposta sembra essere questo: la sicurezza come empatia. Non rischia di apparire un concetto astratto davanti a numeri così drammatici?

Rodolfo La Tegola. La propositività del Primo Pilastro non risiede solo nella ricerca di finanziabilità delle relative iniziative, bensì nell’obiettivo di fornire garanzie di tutela tramite l’erogazione di una formazione capillare a tutta la popolazione. Saper riconoscere le situazioni di rischio nella propria vita privata diventa la garanzia che ogni individuo sarà portato a preoccuparsi e, quindi, a prendersi cura degli altri nel quotidiano. Non si tratta di trasformare l’individuo in accusatore, né di sostituire le autorità preposte, ma di diventare catalizzatore e diffusore di etica ed empatia. Lo Stato deve agire con la diligenza del “bonus pater familias” e puntare al raggiungimento di obiettivi di incolumità reale, non ridursi ad intervenire, curare e punire dopo il disastro.

Secondo Pilastro – Sicurezza della sanità

Il secondo pilastro riguarda la sanità. Anche qui la domanda è inevitabile: se il Servizio Sanitario Nazionale è universalistico, perché tanti cittadini non si sentono ugualmente garantiti?

Rodolfo La Tegola. La proposta di sicurezza abbraccia tutti gli ambiti dove il rapporto Stato-Cittadino si declina in maniera naturale. Ponendo lo sguardo sui temi di cura della salute delle persone, viviamo in una società basata su un welfare di assistenza sanitaria aperta a chiunque ne abbia necessità, senza distinzione alcuna. Il diritto alla salute sancito dall’art. 32 della Costituzione, in realtà, in origine non era per tutti: ne godevano solo quei lavoratori e i loro familiari iscritti a un ente mutualistico. La vera garanzia dei principi di universalità, uguaglianza ed equità nella sanità viene introdotta solo nel 1978 con la nascita del Servizio Sanitario Nazionale, avente l’obiettivo di tutela della salute fisica e psichica di tutti. Da allora si sono susseguite riforme, regionalizzazione della sanità, azioni previste dal PNRR e Sanità di Prossimità.

Lei però non si concentra sulle riforme, ma sul funzionamento reale. È qui che il quadro diventa più scomodo?

Rodolfo La Tegola. L’oggetto di questa analisi non sono le trasformazioni avvenute, anche perché molto spesso si tratta di toppe su falle precedenti. L’obiettivo è porre l’attenzione sulla attuale situazione del servizio offerto sul territorio nazionale, dove si registrano condizioni di deficit per quasi tutte le regioni del centro sud e gestioni straordinarie come commissariamenti per dissesto finanziario. Per tutte le regioni, sia virtuose sia in difficoltà, si evidenzia l’assenza di risorse finanziarie, attribuibile all’aumento della spesa per beni e servizi, all’inflazione, all’aumento dei costi dei dispositivi medici e dell’energia, alla carenza di personale e al ricorso a esternalizzazioni o cooperative di medici “gettonisti”. Per le regioni del sud la situazione si aggrava a causa della migrazione sanitaria. Non è da dimenticare la progressiva privatizzazione delle cure, spesso convenzionata con il SSN, come elemento che drena flusso di denaro dal sistema pubblico che, nell’essere supportato non è quasi mai autosufficiente.

Il punto più duro del suo ragionamento è il turismo sanitario. Perché lo considera la fotografia della discriminazione sanitaria?

Rodolfo La Tegola. La criticità emblematica del cattivo funzionamento del sistema è il cosiddetto turismo sanitario. Per quanto questo possa essere l’effetto di molteplici cause, rappresenta la massima espressione di discriminazione sanitaria tra la popolazione. Tutti gli aspetti legati all’efficienza delle infrastrutture sanitarie rientrano nell’ambito del Quarto Pilastro, e questo rinvio dimostra come la struttura completa del “Contratto per la sicurezza della cittadinanza” sia un unicum, una maglia dove le garanzie della Cittadinanza rappresentano tutte insieme il corpo di tessitura.

Quali dati pubblici usa come punto di partenza per sostenere questa lettura?

Rodolfo La Tegola. Il quadro parte dai dati ufficiali ISTAT, indicatori demografici aggiornati al 2025, e dai dati del Ministero della Salute riguardo il monitoraggio del Nuovo Sistema di Garanzia per il LEA con riferimento al periodo 2023-2024. Il monitoraggio ufficiale suddivide le venti regioni d’Italia rispetto a tre macro-livelli: prevenzione collettiva e sanità pubblica, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera. Abbiamo quindi Regioni con punteggi sufficienti in tutti i macro-livelli, Regioni con criticità o insufficienze in almeno uno dei tre macro-livelli e Regioni con gravi insufficienze. Da questa suddivisione emerge una chiara disparità tra l’offerta sanitaria erogata nel Nord-Centro e quella erogata nel Mezzogiorno.

L’Italia è anche un Paese che invecchia. Il sistema può reggere se le cure di prossimità restano diseguali?

Rodolfo La Tegola. È necessario cercare nuove forme di governo e organizzazione in risposta alle dinamiche demografiche che caratterizzano questo momento storico. L’Italia si caratterizza per avere una popolazione molto longeva, 81,7 anni gli uomini e 85,7 anni le donne, e una quota di over 65 tra le più alte al mondo, evidenziando un invecchiamento progressivo e costante della struttura demografica nazionale, con le dovute implicazioni sulla crescente necessità di accesso alle cure di prossimità. Anche se il turismo sanitario è una problematica che affligge soprattutto le regioni del Mezzogiorno dal punto di vista economico e organizzativo, dobbiamo comprendere come tale deficit implichi alterazioni organizzative anche nelle regioni più virtuose.

Spesso si parla di mobilità sanitaria come se fosse solo una voce contabile tra regioni. Lei insiste invece sul costo umano e familiare. Perché?

Rodolfo La Tegola. Gli effetti impliciti del turismo sanitario sono anche di carattere economico a carico della persona e dei suoi cari: costi di spostamento verso altre regioni, pernotto e pasti. Nell’ultimo decennio il Servizio Sanitario Nazionale si è indebolito anche per effetto di un regionalismo esasperato: la spesa sanitaria pubblica pro capite è rimasta tra le più basse dell’area OCSE, circa il 19,5% in meno rispetto alla media europea, mentre la mobilità sanitaria interregionale è fortemente aumentata. Il volume di affari annuo nel 2023 è di circa 5 miliardi di euro che le regioni del sud riconoscono alle restanti regioni sia verso i Servizi Sanitari Regionali pubblici sia verso le strutture private e convenzionate con il SSN. Il turismo sanitario genera difficoltà organizzative ed economiche, ma soprattutto un grande disagio morale, economico e logistico nella persona che cerca la cura.

Qual è, allora, la sua proposta per uscire da questa “discriminazione sanitaria regionale”?

Rodolfo La Tegola. La mia proposta si configura nell’immediata congiunzione delle risposte che il cittadino chiede alla società in cui vive: voglio avere la garanzia di ricevere le giuste cure di prossimità, offerte con la qualità degna dello stato di avanzamento della ricerca e applicazione scientifica medica e sanitaria. Si deve riformare il funzionamento di assegnazione delle risorse nazionali, spingere verso una centralità di coordinamento e lasciare alle regioni le attività di gestione territoriale di prossimità. Dato lo scenario attuale di discriminazione sanitaria regionale, vivendo nella stessa nazione, il cambiamento dovrebbe puntare ad assegnare la sanità a macroregioni che operino da “coordinatrici di scopo” per il raggiungimento degli obiettivi di crescita strutturale. Inizierei dalla riattivazione e riorganizzazione dei presidi a garanzia delle cure di prossimità e attivazione delle case di cura.

Qui la provocazione è semplice: oggi la possibilità di curarsi dipende ancora troppo dal codice postale?

Rodolfo La Tegola. La sicurezza alla cura non può dipendere dal codice postale di domicilio. La disparità di trattamento degli individui non è sicuramente catalizzatrice di responsabilità, perché a fronte di una carenza di garanzie dello Stato come si può pretendere che il cittadino adempia ai propri doveri nel tempo? La cura dell’individuo non può essere ostaggio di numeri di profitto, ma deve essere l’indice di performance primario del servizio.

Terzo Pilastro – Sicurezza della dignità economica e finanziaria

Il terzo pilastro tocca un nervo scoperto: la dignità economica. Se il lavoro c’è ma non basta a vivere, possiamo ancora parlare di sicurezza?

Rodolfo La Tegola. Lo Stato deve fornire garanzie in tutti gli ambiti, anche dal punto di vista contrattualistico. Il Lavoro è la Garanzia di Esistenza Libera e l’art. 36 della Costituzione è chiaro: la retribuzione deve garantire un’esistenza libera e dignitosa. Se il lavoro non permette di pagare il mutuo, di curarsi, di poter investire nella propria vita sociale e accumulare risparmio, il rapporto fiduciario tra Cittadinanza e Stato viene a mancare. La sicurezza economica è un presupposto essenziale della sicurezza sociale: l’individuo demoralizzato è un cittadino che perde fiducia nelle istituzioni e nel futuro.

Lei cita il Decreto Lavoro n. 62 del 30 aprile 2026 e il “salario giusto”. Perché lo considera insufficiente?

Rodolfo La Tegola. Mi riferisco al Decreto Lavoro n. 62 del 30 aprile 2026 dove, parlando di “salario giusto”, si impone ai datori di lavoro di applicare i minimi tabellari dei CCNL maggiormente rappresentativi del settore. Mi chiedo quale sia l’utilità di un Decreto-legge che impone alle aziende di referenziarsi ai CCNL che, di per sé, svolgono già tale funzione. Mi chiedo come i minimi tabellari dei nostri CCNL possano garantire la dignità dell’individuo se si è persa la capacità di acquisto. La critica è frutto dell’analisi dei dati statistici ufficiali.

Il punto è che il lavoro povero non è più un’eccezione. È questa la frattura sociale che denuncia?

Rodolfo La Tegola. Viviamo in una giungla di contratti, congiuntamente al fenomeno dei “lavoratori poveri”, con salari reali fermi da oltre 20 anni, dato negativo tra i paesi OCSE, e con un’inflazione che erode annualmente il potere d’acquisto. Aggiungendo gli eventi geopolitici straordinari, la garanzia di un reddito che garantisca la dignità dell’individuo e ne valorizzi la professionalità è ormai un lontano ricordo. Nel 2014 la percentuale di lavoratori poveri era del 9%; oggi sfiora il 12% e negli ultimi due anni il potere di acquisto, sul valore medio annuo, è diminuito di oltre una mensilità. In Italia esistono circa 1.050 Contratti Collettivi Nazionali depositati al CNEL. Meno di 200 coprono la maggioranza dei lavoratori, mentre i restanti sono spesso contratti pirata o minoritari; circa 500 contratti si applicano a meno di 500 lavoratori ciascuno. Questa frammentazione è la negazione della sicurezza economica.

Anche Confindustria ha riconosciuto che gli stipendi sono troppo bassi. Non è il segno che il tema non riguarda più solo una parte politica o sindacale?

Rodolfo La Tegola. Non solo tutte le sigle sindacali chiedono tavoli di confronto, ma anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha di recente dichiarato che gli stipendi in Italia sono troppo bassi, precisando che le imprese da sole non possono sopperire, per una decontribuzione importante, senza un intervento strutturale dello Stato. Il punto cardine del costo del lavoro è da anni incentrato nella continua lotta tra chi offre e chi cerca lavoro quando, invece, si dovrebbe cercare una linea comune delle parti per agire verso e con lo Stato.

La sua proposta riformatrice si organizza in tre punti. Il primo riguarda un nuovo contratto collettivo trasversale. Che cosa dovrebbe cambiare?

Rodolfo La Tegola. Il primo punto è strutturare un nuovo Contratto Collettivo trasversale per il settore privato che garantisca al livello minimo del mansionario una retribuzione dignitosa, tenendo conto dell’esigenza di sicurezza economica volta a sostenere imprevisti e risparmio, anche nota come “Living Wage” nell’ambito delle certificazioni etiche o come salario dignitoso. È la retribuzione netta minima necessaria per garantirsi un tenore di vita dignitoso nella città di lavoro, coprendo bisogni essenziali come cibo, alloggio, istruzione, sanità, risparmio e imprevisti, lavorando un orario standard di 40 ore a settimana. Si differenzia dal salario minimo legale, definito “salario giusto” dal Decreto, perché oltre ad essere un valore numerico superiore, punta su standard etici e qualitativi più alti. Inoltre, si deve ridurre il numero dei CCNL a pochi contratti per settore, eliminando la giungla dei contratti pirata, con un accorpamento per macrocategorie omogenee per togliere ogni possibilità di scappatoia.

Il secondo punto riguarda il valore concreto del Living Wage. Non teme che parlare di numeri apra subito lo scontro?

Rodolfo La Tegola. È doveroso sapere che in Italia non esiste ancora un “Living Wage” ufficiale stabilito per legge. Analizzando i dati della WageIndicator e i parametri ISTAT sulla povertà assoluta e relativa, aggiornati al costo della vita del 2024-2025, il Living Wage medio nazionale stimato per un lavoratore singolo in Italia si attesta intorno ai 1.500 euro netti al mese, con picchi al minimo di circa 1.200 euro al sud e picchi di un massimo di circa 1.700 euro al nord. Effettuato tale calcolo, le aziende che decidono di applicare questo Contratto, dove la mansione più bassa di retribuzione è pari al valore medio nazionale del Living Wage, potrebbero poi sottoscrivere contratti migliorativi di secondo livello che tengano in considerazione sia i valori di mercato del settore specifico, sia le eventuali necessità economiche territoriali.

Il terzo punto è il più delicato: chi paga il salto retributivo, soprattutto in un Paese fatto di micro e piccole imprese?

Rodolfo La Tegola. La ripartizione dimensionale del tessuto aziendale italiano evidenzia che le Microimprese, da 0 a 9 addetti, rappresentano circa il 95% del totale delle imprese attive e occupano circa il 43% della popolazione; le Piccole imprese rappresentano circa il 4,4% e sostengono il 21% dell’occupazione; le Medie imprese sono appena lo 0,5% e occupano il 13% della forza lavoro; le Grandi imprese costituiscono solo lo 0,1% del totale e impegnano circa il 23% degli addetti del Paese. Proprio perché le piccole realtà avrebbero maggiori difficoltà ad alzare la retribuzione come previsto dal CCNL Living Wage, dovrebbero essere supportate da un fondo di accumulo collettivo, istituito ex novo e magari presieduto dall’agenzia che gestisce la contribuzione, cioè l’INPS, a supporto fiscale contributivo delle aziende. Tale fondo dovrebbe gestire sia la disparità economica capacitiva dell’impresa, sia il tempo di latenza della circolazione del flusso di denaro tra azienda e le altre agenzie di Stato per gli aspetti legati alla tassazione.

Questa proposta si inserisce anche nel quadro delle decontribuzioni, delle ZES e degli incentivi. Ma può davvero incidere sullo sviluppo territoriale?

Rodolfo La Tegola. Il processo di applicazione va di pari passo a tutte le iniziative di decontribuzione, reale o figurativa, e detassazioni previste ad esempio nelle ZES, affiancate agli incentivi di assunzione e a ulteriori iniziative per un maggior coinvolgimento della popolazione nel tessuto produttivo italiano. È intuibile come una iniziativa di tale portata possa produrre anche nuovi assetti demografici sul territorio nazionale, oltre ai benefici dello sviluppo territoriale in contrasto all’abbandono dei piccoli centri.

Pochi giorni fa è entrato in vigore anche la Direttiva UE 2023/970, recepita con il D.lgs 96\2026 sulla trasparenza retributiva. È un’occasione o rischia di mostrare ancora di più la povertà delle offerte?

Rodolfo La Tegola. La Direttiva UE 2023/970, recepita il 7 maggio scorso con il D.lgs 96/2026, che introduce misure vincolanti sulla trasparenza retributiva a garanzia di parità di trattamento economico tra uomini e donne a parità di lavoro o di lavoro di pari valore, è ormai in vigore dal 7 giugno 2026 scorso, imponendo a chi offre un lavoro di dichiarare la retribuzione minima prevista per la mansione ricercata. Siamo in un momento cruciale dove non è semplice anticipare la reazione di chi cerca lavoro davanti ad annunci pretestuosi, a fronte di retribuzioni ormai esigue nell’ottica di desiderare una vita dignitosa.

La sua conclusione, anche qui, chiama direttamente in causa lo Stato. Perché non basta lasciare la soluzione al rapporto tra lavoratore e datore di lavoro?

Rodolfo La Tegola. La dignità dell’individuo non deve essere lasciata ad una lotta dei ruoli, lavoratore e datore di lavoro. La garanzia della dignità e del rispetto dell’art. 36 della Costituzione è un onere dello Stato, dove chi governa deve garantire il rispetto degli articoli sui quali ha giurato. Anche in questo ambito, la disparità di trattamento non può che condurre gli individui alla deresponsabilità perché, a fronte dell’inezia e inattività dello Stato nella tutela delle garanzie, come si può pretendere che possa strutturarsi una crescita economica della Cittadinanza e dello Stato stesso?

Una visione unitaria da completare

Lavoro, sanità e dignità economica sono dunque tre pilastri distinti, ma non separati. Qual è il filo che li tiene insieme e che accompagnerà il seguito del progetto?

Rodolfo La Tegola. Voglio rinnovare la visione unitaria del progetto di garanzia della sicurezza della Cittadinanza. Dopo aver affermato la sicurezza sul lavoro, la sicurezza sanitaria, la dignità economica, finanziaria e contrattualistica, il percorso prosegue con l’ambiente, l’autonomia energetica e la manutenzione del territorio, il sociale, la tutela dei paesi e delle città, la giustizia, la scuola e l’istruzione, la classe politica dirigente, i doveri della cittadinanza a garanzia dei propri diritti. Tutti questi sono stati definiti pilastri dell’accordo Stato-cittadino. Le garanzie dell’individuo non possono essere incasellate nell’ideologia di un simbolo politico. La sicurezza della persona è l’insieme dell’azione dei pilastri di garanzia che deve avere uno Stato civile. L’essere umano non può essere solo il mezzo ma deve essere anche il fine ultimo del benessere e della sicurezza. Per questo il lavoro proseguirà: i prossimi passaggi serviranno a completare l’esposizione del progetto totale e a sviluppare gli altri pilastri del Contratto per la sicurezza della Cittadinanza. Ritengo che questo sia il percorso di riscoperta e riaffermazione di un rapporto sano tra la cittadinanza e lo Stato.