di Francesco Luigi Gallo
La mia riflessione prende le mosse dalla celebre frase attribuita – con la dovuta prudenza, data la persistente incertezza sulla sua effettiva paternità – a Voltaire: «Non condivido la tua idea, ma farei di tutto affinché tu abbia la libertà di sostenerla.» È un principio che seduce per la sua forza immediata: accattivante nella forma, persuasivo nella sostanza, e in larga misura anche veritiero, pur lasciando intravedere qualche possibile riserva.
In linea generale, esso esprime un’etica pratica di grande spessore, perché impegna non solo a riconoscere le idee altrui, ma a difendere la libertà dell’altro di formularle ed esprimerle. È un rispetto che non riguarda soltanto il contenuto del pensiero, ma la dignità stessa del pensare: l’altro è tutelato non perché la sua opinione sia condivisibile, ma perché la sua libertà di manifestarla costituisce un bene comune, un valore che trascende entrambi.
Nell’universalità presunta di questo principio, ci aspettiamo che tale riconoscimento sia reciproco. È nella circolazione simmetrica di questo rispetto che percepiamo la condizione favorevole all’esercizio pieno della libertà: libertà di pensiero – nell’intimità del concepire idee –, libertà di parola – nell’atto pubblico di dar loro voce –, e libertà di azione – nell’incarnarle nella prassi. In questa triade si intrecciano i presupposti più profondi della convivenza civile e della possibilità stessa di un dialogo autentico.
Si tratta, indubbiamente, di un esercizio di libertà: della propria e di quella altrui. Ma, al tempo stesso, è anche un esercizio di autodominio. A mio avviso, infatti, il valore più profondo di questo principio non risiede soltanto nel concedere spazio al pensiero dell’altro, bensì nella capacità – tutt’altro che scontata – di dominare l’impulso, spesso inconsapevole, a orientarlo, correggerlo, sopprimerlo o, più sottilmente, a ricondurlo entro i confini delle nostre categorie.
La vera sfida non consiste nel dichiarare il rispetto delle idee che non condividiamo, ma nel governare quelle dinamiche interiori che ci portano a desiderare, più o meno tacitamente, di prevalere sull’altro attraverso il pensiero. È come se, nell’atto di difendere la libertà altrui, fossimo chiamati a un lavoro su noi stessi: frenare la spinta a imporre la nostra visione del mondo, contenere l’istinto di giudicare prematuramente, e soprattutto sospendere la tentazione di ridurre l’altro a ciò che noi riteniamo debba essere.
In questo senso, la libertà dell’altro diventa una misura della nostra capacità di autocontrollo: non si tutela autenticamente il pensiero altrui se non si impara, prima, a disciplinare la naturale inclinazione alla dominazione simbolica. La difesa della libertà non è dunque un gesto unilaterale, ma un atto bifronte: rivolto verso l’esterno – per garantire che l’altro possa esprimersi – e rivolto verso l’interno – per contenere la nostra volontà di plasmarlo.
Così, il principio attribuito a Voltaire rivela un paradosso fecondo: proteggere la libertà dell’altro significa, in ultima analisi, misurare la profondità della nostra.
In questo orizzonte si manifesta con chiarezza il carattere profondamente relazionale del principio in questione: è nel riconoscimento della libertà altrui che prendo misura dei limiti del mio stare al mondo, e, in un movimento circolare, è nell’esame dei miei stessi limiti e delle mie ricorrenti tracotanze che si illumina il valore dell’altro. L’uno rimanda all’altro in un circuito di crescita reciproca: non posso difendere la libertà dell’altro senza interrogare le mie rigidità interiori; non posso conoscere me stesso senza che il volto dell’altro diventi, almeno in parte, specchio e misura.
Si tratta di un circolo virtuoso che, proprio a causa delle nostre fragilità, fatica ad avviarsi. Ma, una volta innescato, esige un sostegno continuo: richiede riflessione per non cadere nell’automatismo, richiede cura dei sentimenti prosociali per non scivolare nell’indifferenza, richiede infine la disponibilità a mettere in discussione il nostro comportamento ogni volta che la tentazione della sopraffazione riaffiora.
È un lavorio etico senza fine, interminabile per definizione, costellato di errori inevitabili e di cadute ripetute. E tuttavia, proprio per questo, è un cammino prezioso: perché non esistono percorsi brevi verso la libertà condivisa, e perché la dignità del tentare – con rispetto per noi stessi e per gli altri – vale almeno quanto il risultato che speriamo di raggiungere.
A un livello di analisi ancora più profondo, oltre alla dimensione relazionale, emergono almeno altre due componenti che strutturano dall’interno il principio in questione. Si tratta di una dimensione razionalistica e di una dimensione emotiva. Nella concretezza dell’esperienza etica, nella trama viva della relazione, queste due componenti non si presentano mai separate: sono intrecciate, fuse, reciprocamente compenetrate. È solo lo sguardo analitico della riflessione filosofica che ne opera una distinzione, artificiale ma necessaria, per osservarle più da vicino.
La dimensione razionale si manifesta nello sforzo – talvolta faticoso, sempre esigente – di conoscere le idee altrui: soprattutto le idee diverse, inusuali, non familiari. Difendere la libertà dell’altro di esprimerle non può avvenire, infatti, in un clima di ignoranza o di pregiudizio: esso richiede un confronto onesto e trasparente, una frequentazione rispettosa del pensiero che ci sta di fronte, un ascolto che non sia contaminato da ostacoli preconcetti o da rappresentazioni distorte.
Per poter dire, con autentica ragionevolezza, «non condivido la tua idea», occorre averla realmente conosciuta. La non-condivisione è un atto legittimo solo se nasce da un esame sincero, da un contatto intellettuale non mediato dalla caricatura o dalla paura. Senza questo previo lavoro conoscitivo, la nostra posizione rischia di non essere un dissenso, ma una semplice reazione difensiva: un rifiuto che si sottrae all’incontro invece di attraversarlo.
In questo senso, la dimensione razionale del principio è il suo stesso fondamento etico. Solo conoscendo davvero il pensiero dell’altro possiamo non condividerlo con ragione e con giustizia. Solo allora la nostra libertà – e la sua – può dirsi davvero in atto.
Accanto alla dimensione razionale, vi è poi una dimensione emotiva, forse ancor più complessa e sfuggente, che merita di essere tematizzata con attenzione. Essa affonda le sue radici nella dinamica dell’autodominio, nella lotta interiore con cui ciascuno tenta di governare il proprio mondo affettivo. In questo scenario prende forma un vero e proprio combattimento intrapsichico: un corpo a corpo con le proprie pulsioni, con le istanze più istintive della superbia, con la paura – spesso taciuta ma potentissima – di sentirsi inferiori. È precisamente tale paura che, molto spesso, spinge l’uomo a voler prevalere sul pensiero altrui, a volerlo manipolare, tacitare, ridurre; come se il silenzio dell’altro potesse garantire, per riflesso, una fragile e illusoria sicurezza di sé.
Qualora si riesca a emergere vincitori da questa battaglia interiore – vittoria sempre parziale, sempre provvisoria – si apre allora una seconda scena, altrettanto decisiva: quella della sfera prosociale. Il principio secondo cui «non condivido la tua idea, ma difenderò la tua libertà di esprimerla» non è soltanto una massima di ordine razionale o un atto di disciplina personale. È anche, e forse soprattutto, un gesto impregnato di empatia.
L’empatia che vi si cela non è l’immedesimazione sentimentale nel contenuto dell’idea dell’altro – che, per definizione, non condividiamo – ma un sentimento più sottile: il riconoscimento caldo e profondo della vulnerabilità che accomuna ogni essere umano quando decide di esporsi con il proprio pensiero. Difendere la libertà dell’altro significa sentire, nella propria interiorità, la trama emotiva che sostiene il suo diritto di esprimersi; significa percepire, in modo quasi intuitivo, la comune esposizione al giudizio, la medesima precarietà che avvertiamo quando siamo noi a parlare.
C’è, dunque, una componente empatica che avvolge questo principio come un alone quasi impercettibile: è l’empatia che riconosce nell’altro un soggetto che sente, che teme, che desidera essere ascoltato; e che, per questo, ha diritto a uno spazio di parola protetto, anche quando ciò che dice ci appare estraneo o lontano.
È un aspetto, questo, spesso occultato perché meno immediatamente visibile. Eppure costituisce una delle radici più profonde del principio stesso. Non si difende la libertà dell’altro solo per virtù razionale o per disciplina morale: la si difende perché, in filigrana, si avverte che la sua libertà è intimamente intrecciata alla nostra, e che la sua voce, anche quando non risuona nelle nostre convinzioni, merita di essere accolta come meriteremmo di essere accolti noi.
In questo intreccio fra autodominio ed empatia si compie la dimensione emotiva del principio: un territorio fragile, sotterraneo, ma decisivo, senza il quale la libertà rischierebbe di essere solo un concetto astratto e non un’esperienza vissuta.
Il principio sul quale mi sto soffermando è tradizionalmente considerato il fondamento della tolleranza. Ma preferisco interpretarlo in una luce più sottile: la tolleranza non è, innanzitutto, la sopportazione dell’altro in quanto persona, bensì la resistenza nei confronti della diversità di cui l’altro si fa testimone. In questo slittamento semantico si apre il suo significato più autentico. Non tollero l’altro in quanto tale; tollero il fatto che egli abiti un orizzonte di senso che non coincide con il mio, che incarni un modo diverso di dire la verità, che custodisca un’esperienza del mondo che eccede la mia.
Il concetto stesso di tolleranza, d’altronde, porta in sé l’eco della fatica: esprime forza, sforzo, resistenza. Contiene la consapevolezza di un compito arduo, tutt’altro che spontaneo, che merita di essere riconosciuto nella sua difficoltà. La tolleranza non è un moto naturale dell’animo umano, ma una conquista fragile, che ci espone a un duplice confronto: con l’alterità del mondo e con la vulnerabilità delle nostre idee.
In questo esercizio emerge la nostra fragilità più profonda. Le nostre concezioni del reale sono spesso precarie, talvolta instabili, continuamente minacciate dal peso dei poteri forti, dalle logiche di tendenza, o da a-priori culturali ben più persuasivi della nostra capacità di giudizio. Per questo, la tolleranza di un pensiero diverso rappresenta forse lo sforzo massimo: un gesto che mette in tensione il nostro modo di pensare, di sentire, di abitarci e di abitare il mondo.
Tollerare significa aprirsi alla possibilità di altre prospettive, altre verità, altre giustificazioni che potrebbero incrinare le nostre certezze. Significa accettare che ciò che l’altro porta non è soltanto un’opinione, ma una rottura potenziale della nostra configurazione interiore. E proprio qui si gioca la posta più alta: la tolleranza non protegge soltanto l’altro, ma ci protegge da noi stessi, dalla tentazione di sottrarci alla complessità del reale per rifugiarci nelle nostre verità comode.
In questa resistenza alla diversità – sempre faticosa, sempre precaria – si rivela la forza più autentica della tolleranza. Una forza che non schiaccia, ma sostiene; che non impone, ma espone; che non annulla le differenze, ma le lascia vivere. È in questo lasciar vivere che la libertà dell’altro e la nostra trovano il loro spazio comune.
Desidero chiudere questa riflessione con quella che definirei un’ammissione di umanità. Proprio perché la tolleranza è uno sforzo – uno sforzo reale, concreto, a tratti persino gravoso – non sempre siamo in grado di sostenere fino in fondo il peso della comprensione profonda e dell’accoglienza del pensiero altrui. Lo stesso principio da cui sono partito lo rivela con grande chiarezza: «Non condivido la tua idea, ma farei di tutto affinché tu possa esprimerla.» È in quella preposizione avversativa, in quel ma che spacca la frase in due metà, che si annida la verità morale del principio.
Tollerare non significa affatto accettare automaticamente. Una persona tollerante può essere – e di fatto è – una persona fortemente critica. La tolleranza non cancella il dissenso, né lo anestetizza. Al contrario, lo rende più consapevole: dichiaro di non condividere, ma rispetto il tuo diritto di dirlo. Ecco il potere dello snodo avversativo: introduce una controtendenza che modula e insieme trascende la prima affermazione. Segnala che il dissenso non si traduce in ostilità, e che l’espressione dell’altro non viene soffocata dalla mia divergenza.
Sarebbe ingenuo immaginare la persona tollerante come uno yes-man, come qualcuno che annuisce a tutto o che si adegua per quieto vivere. È esattamente il contrario. La persona tollerante è colui che sa sostenere la fatica della diversità anche quando non la approva, che sa sopportare la tensione tra la propria posizione e quella altrui senza trasformarla in violenza simbolica. È qualcuno che, pur non condividendo, riesce a non escludere; che, pur dissentendo, si astiene dal negare voce all’altro.
In questa capacità di tenere insieme dissenso e rispetto – senza confonderli, senza sovrapporli – si manifesta la forma più alta di umanità: la consapevolezza che la libertà dell’altro non è un cedimento delle proprie idee, ma la condizione affinché le idee di tutti possano continuare a respirare.












