di Beppe Attene
È profondamente sbagliato confondere, nella analisi e nella comunicazione, la violenza di carattere politico con la violenza diffusa per le strade e il senso di incertezza diffusa che ne deriva.
Non è soltanto sbagliato. È anche inutile e dannoso: si tratta di fenomeni da combattere con approcci e strumenti differenti fra loro.
Va usato, insomma, un criterio misto di reale analisi e di effettiva efficacia caso per caso.
La contrapposizione, giusta e inevitabile, alla violenza politica non agisce affatto su quella immotivata e vagante. E viceversa.
Nella esperienza italiana la “violenza a carattere politico” si deve, quasi sempre, a una conclamata incapacità delle forze politiche di formalizzare e rappresentare legalmente e in maniera corretta le esigenze e i valori che possono essere alla base di determinate azioni, anche illegittime.
Il terrorismo, di destra come di sinistra, nacque e si fondò sulla decisione (certamente comprensibile) del PCI e del MSI di non tollerare più al proprio interno posizioni, valori e culture che sino a quel momento avevano comunque ospitato.
Migliaia di fervidi militanti avevano creduto sino a quel momento che il PCI si stesse sotterraneamente preparando alla rivoluzione o che il Movimento Sociale sognasse davvero di vendicare il tradimento di Salò.
Certamente qualcuno, al vertice o alla base li aveva aiutati a crederlo, ma questo poco cambia.
Ora, posto che di fronte a posizioni presenti nella società civile il problema è sempre della sfera politica che non appare in grado di gestirle, l’aspetto veramente complesso e rischioso della questione è legato alla possibilità di infiltrazione nei malesseri di forze strumentali ed oscure.
L’Italia è, da sempre, terreno per queste azioni.
L’OLP (o alcune sue frange) usarono le Brigate Rosse per costruire in Italia depositi di armi da inviare successivamente nelle altre Nazioni europee.
E, visto che siamo in tema di BR, non possiamo non continuare a chiederci chi fossero davvero i professional che quel 16 marzo del 1978 attuarono praticamente l’attacco militare e il rapimento di Aldo Moro.
E, per guardare dall’altra parte, non dovrebbe esservi dubbio che Servizi deviati e altre forze oscure abbiano trovato manovalanza ed aiuto nella sofferenzae nella insoddisfazione di quelle posizioni che i post fascisti avevano comunque protetto e mantenuto prima di decidersi a dichiarare di averle abbandonate.
Di fronte all’emergere di atteggiamenti collettivi che periodicamente comportano e sfociano in episodi di violenza. o addirittura di guerriglia urbana, occorrerebbe dunque essere capaci di distinguere tra gli “aspetti identitari” dei fenomeni e gli “aspetti professionali”.
Di fronte alla evidenza che alcuni fatti recenti non hanno alcuna caratteristica di spontaneismo vanno chieste(e pretese) risposte sia dalle forze politiche che dalle Istituzioni preposte alla sicurezza e al controllo del Territorio Nazionale.
La prima cosa da ricordare in questo quadro è che l’incremento proclamato delle punizioni carcerarie è totalmente inutile nel dissuadere chi compie determinate azioni in maniera consapevole e professionale.
Chi mette a rischio il transito di un treno usando tecniche minimali ma purtroppo potenzialmente efficaci è totalmente indifferente al numero di anni di carcere che gli verranno irrogati in caso arresto.
Sta compiendo un atto del quale, per motivi, genericamente inspiegabili, ai quali non può sfuggire e contro i quali nulla vale la punizione, per di più eventuale.
Egli equivale al maschio che sventra a coltellate la sua (magari ex) compagna.
Oltre a cancellare la vita di Lei, sta anche distruggendo la propria: un prezzo che ritiene possa essere pagato per la assolutezza dell’obiettivo.
L’unica arma che la collettività possiede su questo terreno è la prevenzione da attuarsi attraverso il controllo sul territorio e sul sistema di comunicazione che questa perversa professionalità comunque richiede e usa.
Una fitta rete di operatori sotterranei ha trasformato il diffuso e comprensibile dolore per la gravissima crisi israelian – palestinese in un movimento antisemita che ha rapidamente assunto caratteristiche di tipo esplicitamente razzistico.
Non è un caso che, in assenza di una rete analoga, l’angoscia e la paura per la aggressione all’Ucraina non abbiano generato analoghi atteggiamenti di condanna e disprezzo per la Russia e il suo Popolo.
Anzi, se qualche operatore ha operato, è stato per dare qualche ragione a Putin.
Se quanto sin qui è anche parzialmente vero, non vi è dubbio che la politica sta sbagliando da entrambe le parti della barricata.
Sbaglia quando connette i gravissimi episodi milanesi alla questione dei Centri Sociali e, più in generale, delle strutture sociali occupate.
Coloro che hanno scatenato la guerriglia o hanno iniziato ad organizzare attentati non lo hanno fatto né in nome del diritto ad abitare, né della TAV, né dell’offensivo uso delle Olimpiadi.
Hanno collocato in quei contesti di dimensioni sociali vaste la loro individuale volontà di colpire lo Stato e la collettività nazionale.
Se e quando si riuscirà ad arrestarne davvero qualcuno si scoprirà di non poter attribuire realmente ad ognuno una chiara appartenenza politico culturale.
Sbaglia, dall’altro lato, quando si fa deliberatamente portatrice di una interpretazione strumentale dei momenti di inevitabile repressione.
Scatta qui la illusione di poter gridare al ritorno del fascismo come se in quel che avviene nelle piazze vi fosse qualcosa di progressista o di sinistra.
Ma soprattutto sbaglia quando si rivela non in grado di poter rappresentare ed esprimere organicamente quelle istanze di carattere sociale di cui cerca di farsi portatrice solo in funzione di opposizione al Governo.
Una vecchia regola sindacale suggeriva di non iniziare mai una lotta o una vertenza senza essere anticipatamente certi di una sua conclusione anche parzialmente positiva.
Le lotte estreme, ci insegnavano, lasciano sul campo non soltanto dei caduti ma soprattutto dei pericolosi germi destinati a generare comportamenti ben diversi da quel che ci si aspetterebbe.
Ogni battaglia, insomma, va portata sino alla miglior conclusione possibile e non deve sfociare nella effimera gioia della sconfitta chiarificatrice.
E ben vero che oggi nessuno ripensa più a nulla, ma forse qualcuno potrebbe ricordare quei giovani che il 17 febbraio 1977 aggredirono Luciano Lama impedendone il discorso all’Università di Roma.
Essi non erano, né si dichiaravano, “oggettivamente fascisti” e neanche di destra.
Erano il frutto, come tenti altri, di battaglie ideologiche mai condotte sino a una conclusione, magari insoddisfacente, ma certa.













Commenti
2 risposte a “DIFFERENTI PATOLOGIE”
Un’analisi storico-politica nella quale mi riconosco integralmente. Complimenti all’autore
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