di Agostino Cappuccio
Il 16 novembre 2010, a Nairobi, in Kenia, il Comitato Esecutivo dell’UNESCO per la Convenzione sul Patrimonio Mondiale Immateriale dell’Umanità ratificò la raccomandazione a favore della Dieta Mediterranea, includendo quest’ultima, insieme alla Gastronomia Francese, tra i beni patrimonio dell’Umanità.
“Dieta Mediterranea” fu il conio col quale il fisiologo americano Ancel Keys sigillò la conclusione della sua affascinante ricerca che lo impegnò per tutta la vita. La scoperta avvenne in Campania e l’Università e quel territorio fornirono allo scienziato gli elementi per codificarne i dettami resi noti al mondo con la pubblicazione del libro “How to eat well and stay well, the mediterranean way”, avvenuta nel 1975.
A me, che da bambino avevo conosciuto Ancel Keys, quando lo incontravo le prime volte sembrava strano che quel professore, persona importante e famosa venuta dall’America, avesse deciso di vivere in un paesino di pescatori in una terra ai margini, come il Cilento.
L’America, per definizione, era il paese di Bengodi e “trovare l’America” nell’immaginario collettivo significava aver trovato la fortuna. La scelta di Ancel Keys andava in senso opposto e a me appariva strana; perciò, un giorno, incontrandolo, gli chiesi cosa ci fosse “di speciale” a Pioppi per decidere di viverci.
Ancel Keys, rivolgendomi uno sguardo di benevolo rimprovero e concentrandosi per qualche secondo, come era sua abitudine fare quando doveva esprimersi su cose importanti, mi rispose: “l’orto e l’ulivo davanti casa; il pane fatto in casa; il pesce fresco ogni mattina”.
Lo ascoltai con attenzione e memorizzai la risposta che, tuttavia, non mi lasciò soddisfatto perché mi sembrava banale e non scioglieva il mio rovello.
Ne capii il senso col trascorrere degli anni e compresi, così, che quelle parole semplici definivano un modello sociale ed economico che nella sua opera più famosa descrisse in tutti i suoi aspetti.
All’eco mondiale della scoperta, mentre il fiume carsico della ricerca continuava la sua avanzata, sulla Dieta Mediterranea per alcuni decenni seguì il silenzio dei mezzi di informazione e il disinteresse dell’opinione pubblica e della politica che favoriva nuovi modelli di vita. Soltanto nei primi anni Duemila, su iniziativa di alcuni Paesi mediterranei membri (Spagna, Italia, Grecia), l’Unione Europea presentò istanza all’Unesco perché la Dieta Mediterranea venisse riconosciuta bene immateriale patrimonio dell’Umanità.
Il percorso per arrivare al riconoscimento risultò abbastanza impervio e solo a partire dal 2009 dopo la riunione di Vitrè, in Francia, la strada si aprì affiancando nella stessa istanza Dieta Mediterranea e Gastronomia Francese.
Da quel momento appelli e dichiarazioni in sostegno della candidatura della Dieta Mediterranea quale patrimonio dell’Umanità si fecero incalzanti e i risultati degli studi di Ancel Keys e dei tanti che in tutto il mondo avevano seguito quella traccia furono richiamati per sostenere la nobiltà del riconoscimento richiesto.
Nel settembre dello stesso anno, a Pioppi, il convegno internazionale “Da A.Keys a J.Stamler. I piaceri e i benefici della moderna alimentazione mediterranea, per prevenire le malattie cardio-cerebro-vascolari” fu l’occasione, per la scienza di informare sull’attualità della ricerca e per la politica di ravvivare l’interesse e portare avanti un processo nel quale ciascuna parte vedeva il raggiungimento di un proprio obbiettivo.
La dichiarazione che riconosce Pioppi “culla e sede storica degli studi di Ancel e Margaret Keys” firmata in quella occasione da Jeremiah Stamler, Henry Blackburn, Hirotsugo Ueshima, Mario Mancini e Carrie Keys rappresentò la più autorevole testimonianza scientifica e un elemento fondante dell’istanza che si intendeva riproporre.
L’audizione di Jeremiah Stamler (Febbraio 2010), nel Parlamento italiano, a commissioni riunite, costituì la testimonianza decisiva del vigore e dell’attualità di quel filone di studi.
E, infine, la politica aggiunse il suo tassello con la dichiarazione di Chefchaouen (Marzo 2010, Marocco) delle comunità emblematiche per candidare presso l’UNESCO la Dieta Mediterranea tra beni immateriali patrimonio dell’Umanità.
Il 16 Novembre la Dieta Mediterranea veniva così riconosciuta dall’UNESCO bene immateriale patrimonio dell’Umanità.
Poteva, allora, ritenersi risarcita la memoria di A. Keys per un riconoscimento ai suoi studi che sempre gli fu negato in vita?
Il riconoscimento Unesco, obbedendo alle ragioni della diplomazia, aveva ampliato i limiti geografici (e socioeconomici) del Mediterraneo di Ancel Keys mentre la definizione delle comunità emblematiche descriveva contesti che si andavano progressivamente sbiadendo.
Già dalle prime parole, il libro “How to eat well and stay well, the mediterranean way”, fonte primaria della Dieta Mediterranea,precisa:
“Questo è un libro che parla del cibo della gente comune di Grecia, Italia e dei territori mediterranei della Francia e della Spagna.”
E spiega: “Il mare Mediterraneo bagna le coste di una dozzina di Paesi e di quattro entità politiche minori: Cipro, Malta, Monaco, Gibilterra che compongono il mondo geografico mediterraneo.
Queste terre sono divise da religioni e lingue così come da frontiere politiche; sono unite da tremila anni di commercio e migrazioni, da guerre che trascendono le frontiere nazionali attuali e da un milione di miglia di acque blu.
In molti aspetti di cultura, inclusa l’alimentazione, Grecia, Italia, Francia meridionale e la costa mediterranea della Spagna sono in stridente contrasto con i Paesi del nord Africa. E perciò, in queste pagine “Mediterraneo”, riferito a persone e cibo (cucina) deve avere una definizione particolare. Per assicurare armonia culturale e culinaria, la maggior parte dell’arte culinaria nativa dell’Africa deve essere ignorata o presa in considerazione soltanto per le ricette di alcune specialità come il couscous.”
Quindi chiarisce e ulteriormente precisa:
“Per noi il mondo mediterraneo è centrato soltanto su quattro Paesi e in seguito tenderemo a restringerlo alle aree di quei Paesi confinanti col mare. La vicinanza al mare conferisce una atmosfera comune di luce, vegetazione e clima; le punte di temperatura e umidità, diurne e stagionali, crescono con la distanza dalla costa. E la spaziosità del mare, esteso su orizzonti ininterrotti, conferisce una mentalità più “aperta” alla popolazione.
Il nostro Mediterraneo è una unità climatica e questa, combinata con una comune eredità culturale, significa similarità nei raccolti, nei cibi preferiti e nei metodi di cottura.”
All’epoca in cui Ancel Keys conduceva i suoi studi, con il fondamentale supporto della moglie Margaret, nel Cilento:
-ogni casa aveva un proprio orto: un fazzoletto di pochi metri quadri o una estensione più o meno vasta di terreno coltivato ad ortaggi, e tutti potevano disporre di cibo a km zero;
-uliveti o piante sparse, dalla Magna Grecia in poi elemento essenziale del territorio, consentivano ad ogni famiglia di attingere alla produzione locale di olio;
-nella quasi totalità delle case c’era un forno per produrre il pane e la rotazione del lievito madre tra le massaie era un rito regolato da un preciso calendario;
-la pesca, in particolare quella del pesce azzurro, era abbondante lungo tutta la costa e l’intera economia di molti paesi costieri (Pioppi tra questi) era basata sulla risorsa mare.
E così, l’esaltazione delle comunità emblematiche nella presentazione all’Unesco riprendeva quanto enunciato da Keys più di trenta anni prima, ma frattanto molto era cambiato.
All’atto della proclamazione Unesco, soltanto dieci anni fa, nel Cilento l’attività della pesca era quasi scomparsa, l’agricoltura (orto e ulivi) ridimensionata o addirittura annullata dalla disponibilità offerta dalla grande distribuzione, i terreni risultavano in larga parte abbandonati, lo spopolamento dei borghi sempre più pesante, la denatalità devastante conseguenza: una situazione totalmente diversa da quella che Ancel Keys aveva studiato e che aveva in mente nella risposta data a un ragazzo perplesso.
L’annuncio di annoverarla tra i beni patrimonio dell’Umanità ripropose con forza la Dieta Mediterranea (e la Gastronomia Francese) all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale: ma, mentre la Francia, sfruttando una opportunità tenacemente perseguita, attuò un forte programma di promozione delle proprie specialità gastronomiche, in Italia le iniziative furono tanto numerose quanto disarticolate.
C’era chi immaginava nuovi business e chi, più semplicemente ed onestamente, riteneva che il riconoscimento avrebbe aiutato le produzioni orticole locali e la pesca. E nuovo impulso avrebbero potuto prendere quei saperi antichi che stavano scomparendo. Consuetudini e piacevoli intermezzi della vita comune sarebbero stati rivitalizzati, riscoperti gusti antichi, il menù della festa non sarebbe stato soltanto un ricordo dei più anziani.
Si poteva arrivare a sognare una iniezione di vita nuova in tanti borghi divenuti nel tempo sempre più silenziosi perchè privi delle voci dei bimbi.
Ma in una intervista rilasciata poco tempo dopo, il grande Jeremiah Stamler diceva: “Questa terra è di grande cultura. Qui c’è brava gente. Ma oggi come quaranta anni fa nulla si muove. Poco è cambiato. E questo può essere positivo quanto negativo.“
Continuava a mancare un concerto collaborativo tra scienza, istituzioni, mondo produttivo, comunità locali forse mai immaginato e perciò mai avviato. Nella prospettiva aperta dal riconoscimento del 2010, decisamente poco si vedeva all’orizzonte e scarso è il bilancio un decennio dopo.
In ambito scientifico studi e ricerche di eccellenza su filoni aperti sono proficuamente continuati ma debole è stata la percezione della ricaduta sulla vita delle persone.
La Regione, capofila delle istituzioni interessate, dopo un iniziale e visibile contributo dovuto quasi esclusivamente alla sensibilità personale di alcuni veri protagonisti politici, ha rivolto altrove l’attenzione.
L’ente Parco (del Cilento, Vallo di Diano e Alburni!) dopo un iniziale attivismo all’epoca del riconoscimento, ha progressivamente abbassato il profilo della sua azione. Eppure, il Cilento, area protetta tra le più estese in Italia, per il suo valore naturalistico e antropico nella rete UNESCO delle riserve della biosfera (1997), rete europea dei geoparchi (2010), sito patrimonio mondiale dell’Umanità (2010), è il territorio sede della comunità prototipo individuata prima di ogni altro da Ancel Keys.
La quasi totalità dei Comuni nell’area del Parco ha popolazione che non supera qualche migliaio di abitanti, in diversi Comuni le presenze ammontano a poche centinaia: un processo di aggregazione sarebbe l’unica via verso l’efficienza del ruolo.
Potrebbe il Cilento (e non solo) divenire modello di sviluppo sostenibile? In territori dove tutto ha bisogno di essere migliorato, le prospettive di evoluzione virtuosa possono essere illimitate. E’ come se si partisse da un foglio bianco (o quasi) per disegnare il futuro.
In un’area che per definizione risulta protetta, l’ambiente potrebbe essere valorizzato partendo dalla tutela delle biodiversità esistenti e favorendo in modi nuovi e concreti sostegno ad agricoltura, sillvicoltura, pastorizia-allevamenti. Il mare, tanto apprezzato per la balneabilità, dovrebbe ricevere adeguata e consapevole tutela delle aree di riproduzione.
L’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile disegna un nuovo futuro per il nostro pianeta.
L’Europa, con il Green Deal, ambisce – tra l’altro – ad essere il primo continente ad ottenere la neutralità climatica e diventare modello mondiale del cibo di qualità, salutare e sostenibile, riscoprendo gli stretti vincoli tra alimentazione, salute e ambiente.
Ma non era questo che aveva scoperto e propugnato Ancel Keys?
L’auspicio è che oggi, facendo un atto di fede sconfinata nella natura umana e nella capacità delle istituzioni di trovare una rinnovata vitalità, un nuovo piano di dimensioni continentali riesca a ridare respiro e prospettiva a una visione che non ha perso mai la propria validità pur essendosene appannati i contorni negli ultimi 10 anni.












