e sulla condizione umana nel tempo della complessità
Intervista a Mauro Ceruti ed Edgar Morin
di Massimiliano Cannata
Le debolezze dell’Europa da “curare” al più presto, l’aggressività del fronte sovranista, la necessità di un nuovo paradigma indirizzato a governare la potenza tecnologica.
Mauro Ceruti, Professore Emerito Filosofia della Scienza dello IULM, Premio Nonino per i maestri del nostro tempo, ed Edgar Morin, sociologo, massimo esponente mondiale del pensiero complessità e testimone del secolo (ha compiuto da poco 104 anni) sono accomunati da un lungo sodalizio. In un ultimo scritto La nostra Europa propongono una sorta di New Deal economico, sociale, umano utili a salvare il vecchio Continente da un declino che le politiche di Trump sembrano voler accelerare, in un mondo che sembra aver smarrito il senso dell’umano.
Nel vostro saggio si invoca una “piazza per l’Europa”, il vecchio Continente appare in difficoltà nello scacchiere geopolitico. Quali rischi sta correndo il nostro Continente, stiamo andando verso il baratro?
Mauro Ceruti
Ne La Nostra Europaabbiamo parlato di questa età del ferro planetaria attraversata da tante crisi cicliche. La più grave è la crisi di pensiero, della civiltà, dei suoi valori e delle sue credenze, che stiamo vivendo. L’Europa ha bisogno di un progetto per rinascere, altrimenti rischia una catastrofe autodistruttiva, deve porsi nella condizione di offrire nel pericolo gli esiti preziosi del suo umanesimo, gli strumenti per rigenerare l’imperativo del “mai più” (la guerra). Cito spesso il verso di Holderlin: dove cresce il pericolo cresce ciò che salva…
Edgar Morin
Sono in gioco i destini dell’umanità. Viviamo come da sonnambuli. Vedremo scivolare il Titanic verso l’iceberg? Nessuno lo può dire, intanto l’inumano dilaga, trionfa la guerra mondializzata. È soprattutto la civiltà occidentale a essere corrosa da una profonda crisi, proprio nel momento stesso in cui è diventata modello per il mondo intero sembra smarrita, incapace di far sentire una voce autorevole.
L’aggressività di Trump, l’adozione con andamento schizofrenico dei dazi, l’esercizio della guerra “sospesa”, accentua la percezione di una sofferenza che investe le istituzioni e la società, che sembrano correre verso il declino. Come si fa a invertire la rotta?
M.C.
Tocca a noi salvare l’Europa, sentendoci europei, ricordiamolo proprio a chi malamente governa le sue istituzioni, stringendoci nel sentimento di una comune appartenenza alla civiltà europea del diritto, della democrazia, della solidarietà, della pace. Cambiare o perire… L’improbabile è sempre possibile. E oggi quell’improbabile appare necessario se vogliamo avere un futuro. Il risveglio delle coscienze è quanto mai indispensabile.
E.M.
Il modo di esercitare il potere di Trump è emblematico di una concezione della sovranità. Siamo di fronte a un nazionalismo che si nutre di nemici. Bisogna cambiate o perire. Dobbiamo convincerci che il destino non viene dal passato di conflitti ma viene dal futuro che sapremo costruire. La condizione che vive il vecchio Continente è agonica, stretta nelle contraddizioni tra le chiusure sovraniste e il bisogno di riconoscere quella comunità di destino che deve essere il fondamento di una possibile rinascita.
La proposta del riarmo e della definizione di una difesa comune, può essere il cemento di una ritrovata unità?
M.C.
L’Europa si trova nella necessità di compiere il suo superamento metanazionale, la sua metamorfosi, che realizzi pienamente il suo principio costitutivo: unità nella diversità. È proprio nell’affrontare la sua tensione costitutiva fra unità e molteplicità, fra identità e diversità che l’Europa ha conosciuto i suoi abissi fino all’Olocausto e alle due guerre civili (mondiali) del novecento, ma anche i suoi vertici creatori di civiltà, rappresentati dalla proclamazione dei diritti umani, e dall’invenzione della democrazia. L’Europa non è più il motore della planetarizzazione iniziata con l’incontro colombiano. È una provincia del mondo, bisogna partire da questa consapevolezza per cambiare il verso della storia, sgombrando il campo dall’illusione che più armi possono servire a rifondare l’unità e l’armonia perduta.
E.M.
La crisi più grave che stiamo vivendo è la crisi di pensiero, che determina lo smarrimento cui fa riferimento Ceruti. Assistiamo al delirio dei fanatismi che si moltiplicano, alla follia delle illusioni che si credono razionali. Allo stesso tempo assistiamo al dilagare degli accecamenti di una razionalità puramente tecnica ed economica che ignora le realtà profonde dell’umano. Stiamo scoprendo che l’homo sapiens è anche homo demens, la follia, il delirio sono possibilità permanenti, che dobbiamo imparare a disinnescare.
Professor Ceruti lei ha parlato di un tempo che attende l’uomo aumentato, sta invece arrivando l’uomo semplificato. Quale prospettiva si apre in questa fase di mutazione profonda?
M.C.
Dobbiamo, richiamo il titolo di un recente saggio scritto con Francesco Bellusci, Umanizzare la modernità: non è uno slogan , ma un progetto di rinascita da perseguire con determinazione se vogliamo provare a ricostruire la speranza ragionevole di una possibile pace mondiale. Dobbiamo, detto in altri termini, partire da ciò che vi è di inedito nella condizione umana attuale. A inaugurarla è innanzitutto un radicale punto di svolta nella storia sovente rimosso: l’esplosione atomica di Hiroshima, nel 1945. Essa ha manifestato una possibilità fino ad allora inconcepibile: la possibilità dell’auto-annientamento dell’umanità. E questa inedita possibilità ha contestualmente trasformato alla radice la condizione umana: ha generato un destino comune per tutti i popoli della Terra. Per la prima volta, nella storia umana l’ecumene terrestre è divenuta realtà concreta. Ed è in questa prospettiva che si delinea l’orizzonte dell’umanesimo planetario. Un futuro sostenibile potrà essere prodotto solo dalla coscienza di quella comunità di destino di cui parlava prima Morin, che lega ormai tutti gli individui e tutti i popoli del pianeta.
E.M.
Aggiungerei che solo la cultura può fare da legame tra saperi e fecondarli, non ci sono altre strade. La complessità è la sfida che il reale lancia alle nostre menti non è una ideologia, né tanto meno uno slogan come diceva prima Ceruti. C’è bisogni di una riforma del pensiero e di una riforma dell’educazione che consenta di integrare le diverse conoscenze e di affrontare la contemporaneità. Dobbiamo imparare a maneggiare “meta-saperi” capace di esprimere i Grandi Racconti dell’universo, della Terra dell’Evoluzione, di una tecnoscienza che deve misurarsi con la coscienza per aiutarci a capire il posto dell’uomo nel mondo.
Questa condizione “agonica” che denunciate sembra non preoccupare le élite che riempiono la scena globale; pervicaci, appaiono incuranti dello stato di sofferenza del pianeta. Come si spiega tanta miopia?
M.C.
Quello che appare più inadeguato è il paradigma che continua a orientare sia le relazioni fra i popoli della Terra sia le relazioni dell’umanità intera con la Terra. Stiamo parlando del paradigma che più di ogni altro ha alimentato l’intera storia umana, dei “giochi a somma zero”: “vinco io, perdi tu”, una parte vince a spese delle altre, che perdono. Questo ci ha portato al default, che è prima di tutto antropologico ed etico e poi economico e politico. Ecco perché al di là delle posizioni ideologiche un dato è certo: il rischio effettivo dell’auto-annientamento si è aggravato. Sono aumentate le possibilità dell’uso di armi nucleari in conflitti locali. Una minaccia che si sta facendo drammatica, come ci fa vedere la cronaca ogni giorno.
E.M.
La minaccia che giustamente ci preoccupa ha assunto forme sempre più sofisticate in un accumularsi di pericoli. Ma l’improbabile non è l’impossibile. In un secolo di vita tutte le svolte sono state improbabili. Tutte le vie e i momenti di svolta sono stati inattesi. Bisogna dunque essere comunque fiduciosi che, oltre ogni previsione, un umanesimo rinnovato possa rivitalizzare valori fondanti quali la solidarietà e la responsabilità. Nel libro emerge soprattutto il nostro essere solidali in “questo pianeta” e “con questo pianeta”.
Dopo l’euforia della scoperta il digitale si è tramutato in una cocente delusione. Ci eravamo illusi che la tecnologia ci avrebbe aiutarci a superare le barriere tra popoli, culture, etnie, invece nuove solitudini si fanno strada in una lacerazione del corpo collettivo. Qual è la vostra idea in merito?
M.C.
L’unificazione tecnoeconomica del mondo non ha portato alla fine della Storia, non ha condotto al trionfo ultimo della modernità e delle sue promesse. I mezzi tecnici che hanno permesso di unificare il pianeta sono al tempo stesso quelli che portano con sé le guerre e la possibilità della distruzione. Ritengo che l’Umanesimo planetario possa essere la possibile via di uscita dall’età del ferro planetaria o, mi si passi il termine, dal “medioevo” della modernità, il cui esordio è coinciso con l’inizio dell’era planetaria umana, con i viaggi colombiani per intenderci. Raccogliere la sfida di un destino comune significa raccogliere la sfida della complessità tecnologica che ci spinge ad abitare un mondo in cui siamo in relazione ma siamo anche divisi, in cui tutto è connesso, ma non cresce il dialogo costruttivo tra i popoli
E.M.
Abbiamo dentro di noi gli anticorpi per uscire dal tunnel. Dobbiamo nutrirli: amicizia, solidarietà, fraternità, comunione, amore. Bisogna resistere alla barbarie del mondo. Ogni resistenza può essere un punto di partenza, una piccola isola per coltivare i valori essenziali, per gettare le basi per un futuro finalmente diverso, nuovo.
In conclusione: Il tecno-umanesimo può essere interpretato come una missione civile, un progetto politico che può salvarci dall’abisso verso cui siamo proiettati?
M.C.
La sfida è quella di riconoscere, di ritrovare e di riannodare le vecchie funi sommerse, come le chiamava Predrag Matvejevic, spesso rotte o strappate dall’intolleranza o dall’ignoranza o dai virulenti conflitti etnico-religiosi. Si stanno facendo strada i sovranismi, emergono fenomeni ibridi come la tech right fondata sullo stretto connubio tra ipertecnologia e iperprofitti che schiaccia le libertà dello stato di diritto, in questo contesto il deficit di democrazia appare evidente. Innovare le istituzioni può essere un passo decisivo. Credo che occorra riaffermare un pensiero politico che non si richiuda esclusivamente in ciò che è economico e quantitativo, ma che sia capace di affrontare con coraggio problemi e bisogni reali della comunità planetaria. Oggi il valore della fraternità non evapora nell’utopia, contribuendo a definire un orizzonte di impegno per i diritti della donna e dell’uomo “concretamente universale”. Nessuno si può salvare da solo, da questa consapevolezza profonda prende le mosse quell’Umanesimo planetario, strumento primario per la costruzione di una nuova Europa, che ho cercato in sintesi di tratteggiare.
E.M.
La posta in gioco è grande, è il destino dell’umanità. Non è mai esistita una causa più grande per cui battersi, una causa più vitale, più bella, più necessaria. Vorrei festeggiare 104 anni come ho già detto in una intervista, ritrovandomi nella mia patria millenaria il Mediterraneo. Perché l’unico rimedio contro l’odio è, ribadisco, l’umanesimo, che riconosce a tutti nessuno escluso, la dignità della piena umanità. Purtroppo questa merce non si trova in commercio e neanche in farmacia.












