di Beppe Attene
Più una società umana si fa più complessa più somiglia, nelle sue espressioni, ad ogni singolo individuo della sua specie.
Agiscono al suo interno, per quanto in maniera inconsapevole, un numero infinitamente crescente di fattori e condizionamenti che non vengono formalizzati esplicitamente ma determinano messaggi esteriori in apparenza non sorretti da alcun significato.
Come però noi percepiamo da un “casuale” volger di sguardo lo stato d’animo profondo di una determinata persona così diventano componenti della coscienza collettiva contenuti inespressi se non in forma prettamente simbolica.
Questo percorso di “inconsapevole comunicazione” diventa sempre più importante e contribuisce a creare stati d’animo diffusi e comportamenti conseguenti.
Proviamo a pensare per un attimo alla tradizionale società sarda.
Poche regole elementari, contenute nel cosiddetto codice barbaricino, da nessuno mai effettivamente letto e, probabilmente, da nessuno mai effettivamente scritto.
In ogni comunità il Consiglio dei Balentes che viene chiamato a giudicare i casi più complicati e normalmente applica l’unica regola che la vendetta non deve essere superiore al danno ricevuto.
Tutto semplice quanto profondamente rispettato. Pochi cambiamenti e poca necessità di adeguamento, insomma.
Tutti sanno come ci si deve vestire, come ci si deve comportare e come interpretare ogni gesto.
Mica male, no?
Anche allora però, credetemi, tanti messaggi e adeguamenti passavano attraverso silenziosi ponti simbolici che le persone recepivano.
Dall’Ottocento in poi il colore rosso è venuto assumendo su se stesso, al di fuori della sfera religiosa, una serie di significati particolarmente rilevanti ed immediatamente riconoscibili.
Tra essi predomina per chiarezza il rosso del semaforo che implica l’obbligo a fermarsi per evitare un pericolo.
Di tutta evidenza il messaggio simbolico deriva, nella sua immediata e assoluta comprensibilità, dal rosso del fuoco.
Esso è depositato, nella memoria profondissima della specie umana, per le sue caratteristiche di pericolosità e per la necessità di doverlo governare e controllare allo scopo di goderne i possibili benefici.
Non per caso esso è unito, sempre nel semaforo, al colore verde che da sempre implica sicurezza e tranquillità.
Nel corso degli ultimi due trascorsi secoli il rosso ha però assunto, senza disperdere inizialmente i precedenti contenuti, una nuova serie di valori comunicativi.
Ciò è avvenuto attraverso la sua instancabile utilizzazione da parte dei movimenti socialisti e comunisti come riconoscibile elemento identitario.
È ben vero che sopra il rosso sono stati inseriti elementi grafici anche più chiaramente simbolici come il sole nascente o la falce e martello.
È anche tuttavia evidente che, senza il colore di sfondo, la siluette del sole all’orizzonte avrebbe significato ben poco, come i due attrezzi da lavoro manuale.
Nell’insieme sembra certo che il rosso delle bandiere abbia significato, sull’esempio del fuoco, l’unione di capacità distruttiva unita tuttavia a una profonda e autentica utilità.
Così il giovane rivoluzionario poteva cantare “Rosso levante e ponente, rossa la fede nel cuor, rossa la nostra bandiera, emblema di pace e lavor” oppure “ E’ la Guardia Rossa, che marcia alla riscossa, solleva dalla fossa la schiava Umanità”.
Colpisce, e avrà avuto un significato anche questo, la corrispondenza sonora fra il vocabolo “rossa” e gli altri come “fossa” e “riscossa”.
Diciamo che nessuno avrebbe potuto prevedere come questo colore, così possente e positivamente rivoluzionario, sarebbe stato ridotto nel corso di pochi anni a una funzione e una significatività così lontana.
Il rosso è diventato il colore dei tappetini, immeritatamente definiti carpet, che collegano fra loro i vari punti in cui si svolgono i cosiddetti eventi.
Anche qui occorre stare però attenti, non sempre il tappeto rosso implica umiliazione e riduzione di valore per il colore rappresentato.
Nei momenti ufficiali e negli incontri degli uomini del Potere esso rappresenta il percorso difficile e irto di ostacoli che quegli individui, nel bene e nel male, hanno dovuto affrontare per essere lì, mentre noi li guardiamo dal fondo del nostro divano.
Quel rosso che sta sotto i loro piedi è quel che li differenzia da noi che il rosso ci limitiamo a brandirlo per l’aere o conservarlo nei nostri cuori.
Noi guardiamo Putin e Trump ma il loro red carpet ci conferma che essi appartengono allo stesso mondo, che si somigliano più di quanto non pensiamo e magari anche che il loro percorso sin lì richiama un rosso altrettanto diffuso ma meno utile e gratificante di quello del fuoco, se governato.
Ben peggio è quando, come ormai avviene ovunque, il red carpet viene trasformato in occasione per esibirsi e venire fotografati e ripresi da individui, di qualunque genere siano, che pensano (in realtà si illudono) che percorrere quei pochi metri rossastri rappresenti una promozione sociale e l’occasione per emergere e rendersi riconoscibili.
E, poiché la corsa alla riconoscibilità non conosce limiti al peggio, ognuno si dà da fare per mostrare di sé quanto più possibile e, soprattutto, quanto più in grado di attirare l’attenzione.
Sino a qualche anno fa il carpet era riservato nei festival agli autori e ai protagonisti dei film che così celebravano (alla stessa maniera di Trump e Putin) la loro simbolica differenza dalla folla plaudente che si accalcava alle transenne.
Ma oggi “uno vale uno”, ci dicono.
E così vi è chi paga per riuscire a percorrere quelle brevi distanze, chi le affronta con il tacco 12 e appena percorse se le toglie e chi marcia vibrante senza sapere nemmeno che cosa si presenta e si festeggia in quel luogo.
Ma se a noi rimane il malessere per quel colore glorioso trasformato in servizio di scena, per quella bandiera trasformata in scendiletto, ai professionisti del red carpet rimanga tuttavia la certezza che il potere e lo spazio per il riconoscimento si è spostato altrove, molto altrove.












