DAL VECCHIO MULTILATERALISMO AL DISORDINE CONTEMPORANEO

Dal tentativo d’ordine del vecchio multilateralismo alle asimmetrie letali del disordine contemporaneo

di Luigi Troiani

Il processo del multilateralismo americano snodatosi tra XIX e XX secolo, così è stato riassunto da Robert Kagan – opinionista del Washington Post, già funzionario della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato dal 1984 al 1988 – in The World America Made:

Questa idea di ereggere istituzioni liberali internazionali che si sostenessero da sé ha stuzzicato gli americani da quando la nazione divenne una reale potenza alla fine del XIX secolo … Theodore Roosevelt pensò in termini di un consorzio internazionale di grandi potenze, che lavorassero cooperando per far avanzare la civiltà, un sogno infranto quando quelle stesse grandi potenze tutte insieme distrussero la civiltà nel 1914.  Woodrow Wilson raccolse lo stendardo dopo la guerra, dando vita alla Società delle Nazioni … Il tentativo fu fatto nuovamente dopo la Seconda guerra mondiale … e ancora dopo la guerra fredda, quando il presidente George H. W. Bush parlò con speranza di un “Nuovo Ordine Mondiale” in arrivo.

Verso la fine del secondo decennio del nuovo secolo, Emmanuel Macron, parlando al Congresso degli Stati Uniti in sessione congiunta, dirà, sottolineando il dramma storico di quel fallimento:

Il ventunesimo secolo ha di fatto portato una serie di nuove minacce e nuove sfide che i nostri avi potrebbero non aver nemmeno immaginato. I nostri più forti convincimenti sono sfidati dal sorgere di un ancora sconosciuto nuovo ordine mondiale.

Mentre la Russia si raggomitolava negli anni miserandi del collasso strutturale e del crollo demografico, delle povertà estreme, dell’inflazione e della deindustrializzazione, delle rapine di ricchezze a scapito dello stato e del popolo da parte di oligarchi e gerarchi di (ex) partito e Kgb; mentre, con poche eccezioni, gli stati che avevano fatto parte dell’Unione Sovietica entravano in spirali di conflitti interni anche sanguinosi, gli Stati Uniti immaginarono di poter abbandonare la Russia sul binario morto della storia. Optarono, al contempo, per l’ingresso della Cina nel gioco grande della geoeconomia e della geopolitica, attraverso le opportunità offerte dall’avviata mondializzazione dell’economia e dalla propria opzione a favore del Pacifico.

Simultaneamente, nell’Europa continentale, venivano innescati significativi processi di demolizione del poco che restava del sistema simmetrico novecentesco. All’Unione Europea veniva indicato il dovere dell’assimilazione dei Peco (paesi Europa centro orientale) dentro le sue istituzioni, tanto per distruggere quel poco di Unione faticosamente costruita dal 1951. Alla Nato quello di far posto, sotto il proprio ombrello, non solo ai Peco ma, in prospettiva, ad alcune repubbliche dell’ex Urss: bomba ad orologeria detonata nelle interminabili crisi georgiana e ucraina, nelle continue provocazioni russe alle frontiere e nei cieli baltici, nell’aggressione al cuore dell’Ucraina del 2022. 

Nel contesto influenzato dalle teorie millenaristiche, di pacificazione universale, di era dell’Acquario, circolanti nel dopo muro di Berlino, non si dimenticarono le pressioni sui due continenti arretrati, Asia e  Africa, perché trovassero il modo di uscire dai ritardi per inserirsi nella grande abbuffata annunciata della mondializzazione.

Alle parti islamiche di questi continenti, si propose il modello a quel punto ritenuto universale e vincente: la democrazia basata sul voto popolare diretto. Come si sarebbe presto capito, si trattava di un “tana libera tutti” che avrebbe lesionato in profondità, e fatto cedere, i pilastri delle simmetrie costruite dal sistema internazionale nella seconda parte dello scorso secolo, generando le premesse per un XXI secolo vittima di forti asimmetrie di sistema. Qualcuno, tra i tanti soggetti, ne avrebbe tratto i suoi guadagni (succede persino durante le guerre e le carestie, ad esempio ai commercianti di armi e a chi fa borsa nera) ma complessivamente il sistema ne avrebbe sofferto in termini di stabilità e prospettiva anche economica (v. nel periodo che si apre dal 2008 i crolli della finanza internazionale, la recessione europea, la perdita di potere d’acquisto di ceti medi e lavoratori nell’intero occidente).

La prima asimmetria che si evidenzia è quella tra i rispettivi poteri di politica ed economia. Come si è visto, nel sistema bipolare l’economia stava “dentro” la politica. Non sarebbe più stato così. In casi estremi sarebbe accaduto il contrario (in Italia con Berlusconi, in Thailandia con Thaksin, e soprattutto con Trump negli Stati Uniti) ma più in generale, come ha sintetizzato Kissinger nel 2015 in  World Order, si sarebbe andati ad una gigantesca divisione del lavoro che avrebbe stravolto le regole del gioco della democrazia e della politica internazionale: al comando della politica internazionale sarebbero rimasti gli stati, ma il comando dell’economia sarebbe stato preteso dalle imprese multinazionali, anche cercando connivenze nei vertici degli stati utili, con il caso emblematico della Russia post-sovietica che ha ricondotto ad unità il controllo di politica ed economia, fondando il nuovo ordine dello stato sul controllo di energia e materie prime.

Eppure alla politica spetterebbe il dovere di operare per riequilibrare le storture del mercato, anche in senso redistributivo ed equitativo, e contrastare il potere economico quando esorbita dai suoi spazi, così come accade con le politiche antitrust. Infatti lo stato, nei casi più virtuosi controllato dalla “politica democratica”, non è rappresentativo di interessi particolari ma dell’interesse generale. Se allo stato, di fatto, si sottrae la capacità di rappresentare gli interessi collettivi, gli squilibri, non solo quelli economici ma di riflesso anche quelli strategici e di sicurezza non possono che crescere a dismisura non avendo di fronte il contropotere “pubblico” che li contenga e corregga.

Come derivato si hanno due ulteriori asimmetrie. La prima è data dal fatto che la potenza economica di una nazione non è più necessariamente collegabile alla qualità del suo regime politico. Il trionfo economico di regimi dispotici (il caso cinese è il più emblematico, ma anche quello russo qualche successo lo ha colto), alimentato dal commercio con le nazioni democratiche, ha infranto la simmetria che, nel corso del sistema bipolare, costituiva la base del modello proposto al mondo da Stati Uniti e Comunità Europea: la democrazia politica come via per il raggiungimento dello sviluppo economico e di una equa redistribuzione della ricchezza. La costituzione del binomio capitalismo-autoritarismo può essere coronato da successo, visto che crea ceti medi e proprietari ossequiosi ai regimi politici che hanno loro consentito di arricchirsi.

La seconda è un’asimmetria solo apparentemente estranea alla dinamica propria delle relazioni internazionali. Quella che riguarda i paradossi della redistribuzione dei surplus globali, che va gettando elementi di ostruzione nel funzionamento del mercato globale dei beni e dei servizi. Dal lato della domanda in pochissimi hanno troppo denaro che non riescono a spendere e ad investire (e quindi

speculano), mentre in troppi mancano del denaro necessario agli acquisti (per dire: il reddito medio degli statunitensi, al netto dell’inflazione, nel 2016, risultava -4% sul 2000).

Asimmetria strategica è quella che riguarda la sicurezza del pianeta. La questione investe fenomeni i più disparati, dall’incontrollata proliferazione nucleare al riscaldamento ed inquinamento globali, al terrorismo islamista.

In quanto al nucleare, nella simmetria della dottrina realista il bottone dell’Harmageddon era cogestito dalle due superpotenze, nella consapevolezza degli altri membri con diritto di veto del Consiglio di Sicurezza Onu, di costituire potenze nucleari di rango inferiore. Nel sistema di transizione, esemplificazioni come quelle di Corea del Nord e Iran, che ricercano la dotazione nucleare con prevedibili intenti intimidatori se non di aggressione, fanno comprendere sin dove si stia spingendo l’asimmetria strategica nel secolo XXI. I numeri della panoplia nucleare, in assenza di qualunque apparente tentativo di rilanciare accordi per la limitazione delle armi strategiche, sono tutt’altro che tranquillizzanti. Nel 2021 la classifica delle testate atomiche attribuite agli stati nucleari era la seguente: Russia 6.255, Usa 5.550, Francia 290, Cina 250, Regno Unito 225, Pakistan 165, India 156, Israele 90, Corea del Nord tra 40 e 50.

In quanto all’inquinamento, secondo l’Onu causa 12,6 milioni di morti l’anno.

In quanto al movimento inarrestabile di persone in fuga che cercano protezione internazionale, l’Onu ha registrato tra 11 e 12 milioni di civili sfollati nel corso del conflitto civile siriano mentre dopo un mese del conflitto armato tra Russia e Ucraina del 2022 dava a più di 10 milioni le persone evacuate, 7 milioni gli sfollati interni, più di 3 milioni i profughi oltre frontiera. E non si richiamano situazioni incancrenite da decenni che contribuiscono al totale di 123 milioni di fuggitivi, e che riguardano, tra gli altri: venezuelani, congolesi, afghani, palestinesi, sudanesi, popolazioni del Sahel.

È all’interno di questo quadro che va considerato il ritorno ai grandi numeri di vittime dei conflitti armati:se nel decennio della celebrazione bushiana del nuovo ordine internazionale i morti per guerre scendevano da 180.000 (media annua del periodo 1950-1989) a 100.000, anche meglio sarebbe andata nel primo decennio del nuovo secolo con la media di vittime pari a 55.000 l’anno, livello il più basso di ogni decade degli ultimi cento anni. L’eccesso di asimmetria del sistema internazionale ha poi generato la ripresa di conflitti e vittime che, nel solo caso dei dieci anni di guerra civile siriana, sono state calcolate intorno alle 400.000. [Per i conflitti in Ucraina e Gaza, occorre attendere la fine delle operazioni per cifre sufficientemente certe.]

A parte i conflitti scatenati dalla Russia ai suoi confini, ai quali si è fatto cenno, i conflitti recenti più rilevanti sono risultati da contese per il potere politico ed economico, espressi da paesi e società di religione islamica, dove la questione dell’asimmetria si esprime anche con più virulenza che altrove. Nella cultura che fa da sfondo a quelle situazioni, religione società e stato tendono a confondersi, e ci sono forze rilevanti e virulente che pretendono siano indistinguibili i rispettivi campi di libertà e autonomia.

Non ammettendo poteri autonomi simmetricamente esposti, riducendo nella sharia e nei suoi dettami la regolazione di ogni fenomeno, sottomettendo al potere religioso (qualunque forma assuma) l’organizzazione del sociale, politica inclusa, si generano le condizioni per l’esplosione della violenza antisistema tesa a fagocitare il mondo islamico mediorientale dentro l’unico grande potere rappresentato dalla figurazione politica del cosiddetto “califfato”.

Questo, peraltro, programmato per espandersi oltre il Medio Oriente, nella migliore tradizione islamica protesa alla creazione della grande comunità dei credenti, la umma.

(da La diplomazia dell’arroganza, L’Ornitorinco ed.)