CON GLI OCCHI ASCIUTTI NELLA NOTTE SCURA

di Beppe Attene

È fuor di dubbio che la riduzione costante dell’elettorato effettivamente votante sia anche il riflesso della sempre più evidente natura scadente della proposta politica e soprattutto della classe dirigente che viene di conseguenza proposta ed insediata.

Incapaci di capire che l’insulto all’avversario si trasforma in un fattore di debolezza anche per chi “vince”, i nostri ipotetici reggitori preferiscono la conquista di un like o di una citazione alla assunzione di chiare e definitive responsabilità da parte di quel Popolo Italiano che, a norma di Costituzione, trasferisce a tutti loro il Potere.

Purché, naturalmente, lo esercitino nell’interesse collettivo.

Va detto che, naturalmente, l’incompetenza non conquista il potere se non in presenza di fattori di crisi che le preesistono e in qualche modo la creano e giustificano.

Quel che rende la attuale situazione italiana ancora più preoccupante è che l’incompetenza (con la immoralità che inevitabilmente la accompagna) appare comune anche alle forze che stazionano all’opposizione.

Esse dovrebbero avere più forte la consapevolezza che la competenza e la serietà sarebbero armi preziose.

E tuttavia preferiscono adeguarsi e sostenere la semplificazione del linguaggio tipica di una forza politica che per oltre 60 anni non ha mai avuto accesso alla gestione del potere democratico (che tuttavia rispettava).

Certo, non è tutta colpa loro.

Si concentrano in questo momento complesso gli effetti dei passaggi interni ai 165 anni di Unità Nazionale.

Essi fanno storicamente seguito a molti secoli che hanno visto protagonisti, tra gli altri, l’impero romano, le grandi Nazioni europee e la Chiesa di Roma.

Come sembrano lontane la gioia e l’emozione di quel Congresso di Palermo che Bettino Craxi concluse con le parole della canzone di De Gregori.

Era il 1981. Un uomo di sinistra che mandava al lavoro i suoi compagni al grido di “Viva l’Italia” non si era mai visto e, ahimé, non si sarebbe visto più.

Era però l’avverarsi di un sogno che trovava le sue radici nelle analisi gramsciane e in tutta la migliore storiografia sul Risorgimento Italiano.

Si scioglieva finalmente il nodo di una Nazione nata soprattutto da una serie di accordi internazionali e, ulteriormente, in opposizione alle aspettative delle popolazioni meridionali e del popolo cattolico in particolare.

Si scioglieva, soprattutto, nel senso giusto.

Indicava al riformismo socialista il “valore Italia” come valore complessivo destinato a superare i valori ”di parte” che sino a quel momento avevano determinato il nostro orizzonte.

L’interesse generale di una Nazione, comprensivo della giustizia sociale e della libertà, diventava l’obiettivo di una forza politica di sinistra che si apprestava a celebrare i suoi primi 100 anni di storia.

Si iniziava a giocare una partita decisiva.

Una partita per la ricomposizione definitiva e stabile fra le domande e le opzioni che maturano nella società civile e la Forma – Stato che in quel momento storico esprime la Nazione.

Si tratta, come dimostrano le Nazioni che hanno avuto a disposizione un percorso più lungo, di una composizione necessaria e determinante.

Ad essa i Savoia (che in casa parlavano francese e ci chiamavano “les italiens” erano assai poco interessati e sensibili).

Quanto al mussolinismo, che in teoria avrebbe dovuto considerarne l’importanza, fece clamorosamente cilecca.

Benito ricercò le radici della identità nazionale collettivamente riconosciuta nella mitologia della Roma imperiale, peraltro poco e male studiata.

Ad essa unì come elemento fondante il rapporto identitario con la Chiesa di Roma.

Egli, che in Svizzera aveva sostenuto di aver dimostrato scientificamente che Dio non esiste.

A queste due rozze e strumentali teorizzazioni aggiunse il devastante principio “tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”.

È un miracolo, insomma, se nonostante tutto ciò siamo ancora italiani.

A guerra perduta l’Italia era ovviamente carne per i denti dei due blocchi vincitori che vi si affrontavano contrapposti.

Alcide De Gasperi, a Parigi nel ’46, trovò la forza e la dignità per uscire dalla trappola in cui il mussolinismo aveva gettato il nostro Paese.

“… sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me…Ho il dovere innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio Popolo di parlare come italiano, ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica”.

Parlò, insomma, con dolore, dignità e rispetto pretendendone altrettanto da chi lo ascoltava pur ben sapendo che sei anni prima l’Italia aveva stoltamente dichiarato guerra al mondo intero.

Anche i decenni successivi non furono semplici. Anni di sviluppo, certamente, troppo spesso avvelenati da interferenze internazionali e da strappi terroristici sanguinari e spesso etero diretti.

Ma quel ceto politico e quella classe dirigente, di qualunque tendenza o appartenenza,  non scelsero mai l’insulto e la vanitosa provocazione.

Certamente sbagliarono molto e spesso.

Ma agirono sempre nel senso di quella ricomposizione tra società e Stato che la Storia aveva purtroppo negato all’Italia.

La partecipazione politica ed elettorale lo dimostrava ogni giorno e in ogni occasione.

Uscimmo felici da quel Congresso Socialista di Palermo.

Di colpo veniva ufficialmente proclamato che tutto quel che facevamo andava pensato e fatto nel segno generale dell’Italia, del suo interesse, dei suoi valori e delle sue culture.

Troppo presto avremmo scoperto che al resto del mondo piace di più l’Italia delle camarille e delle bande in guerra fra loro. Quella degli interessi parziali con cui ci si può accordare. Quella in cui ogni leader si sceglie un amico da qualche altra parte sulla Terra e ne diventa il difensore sull’Italico Stivale.

E poco importa, in fondo, se il 50% degli italiani smette di votare e rinuncia a pensare agli interessi collettivi, al Bene Comune.

Tra poche ore sapremo se almeno le elezioni regionali hanno il potere di restituire un senso alla democrazia e al ruolo attivo dei cittadini.

E, nel frattempo, ancora ci consoli il ricordo di quelle parole di De Gregori che Craxi adottò e scelse quel giorno lontano:

“Viva l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste,

viva l’Italia, l’Italia che resiste”.


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