di Francesco Monico
Dicevamo tutti, Je suis Charlie. E Charlie Kirk dibatteva: il suo ruolo era dibattere, certo con idee che personalmente considero distanti. Per esempio, sosteneva che se sua figlia fosse stata stuprata e fosse rimasta incinta, avrebbe desiderato che partorisse. Radicale. Diceva che avere più armi in circolazione avrebbe reso la società più sicura. Era un repubblicano conservatore della prima ora, antiabortista, pro-life, un sostenitore di Trump. Eppure discuteva, scambiava e confrontava idee. Lo faceva sul web, nelle università, nei campus, con studenti, professori, passanti, gente comune. Lo faceva con interlocutori tra i più variegati, e lo faceva senza timore. Veniva contrastato, interrotto, ma continuava in modo libero, e di nuovo, senza paura.
E qui vale la pena notare una cosa: chi ha studiato filosofia e ha seguito i suoi dibattiti, non può non cogliere una sorprendente somiglianza con Socrate. Il suo metodo era, di fatto, maieutico: non tanto imporre una verità, quanto provocare, incalzare, smontare, per costringere l’altro a pensare e a mettere alla prova le proprie convinzioni. Che ci piaccia o meno ciò che Charlie Kirk diceva, il modo in cui lo faceva resta un esempio da seguire. In un’epoca in cui la politica è tutta arrabbiata, incapace di confrontarsi, quel metodo era un richiamo a una pratica antica e preziosa, il dialogo critico, che è il cuore stesso della democrazia. Confrontarsi apertamente su questioni complesse è il fondamento stesso della democrazia. Ed è proprio per questo dibattere, per questo propugnare idee, che Charlie Kirk è stato ucciso da un proiettile che lo ha azzittito per sempre. Non si tratta di un episodio isolato né di un gesto folle: è l’apice di un’escalation di lungo corso.
L’Occidente morirà nel momento in cui torneremo a credere che alle idee si possa rispondere con la violenza. Un atteggiamento che attraversa destra e sinistra, ogni spettro politico, e che purtroppo non serpeggia più soltanto: ha ormai preso il sopravvento.
Basta ricordare Je suis Charlie: nel 2015 la redazione di Charlie Hebdo fu massacrata da un commando islamista per aver fatto satira sull’Islam, come già su Gesù, il Buddha e ogni religione. In quel caso la reazione fu, per usare un eufemismo, sproporzionata. Ricordo bene lo slogan Je suis Charlie: significava una cosa precisa, che alle idee — anche le più odiose — non si risponde con la violenza, altrimenti viene meno la democrazia e la crescita collettiva. Eppure già allora c’era chi sosteneva che quelle non fossero idee ma offese, vignette inaccettabili da censurare. Fu il primo segnale di una tendenza di lungo corso. Un altro esempio è Salman Rushdie, autore dei Versetti satanici, un libro che contestava duramente l’Islam e Maometto.
L’Iran rispose con una fatwa e nel 2022 Rushdie rischiò di morire accoltellato: non per mano di uno squilibrato, ma di chi credeva che quelle non fossero opinioni, bensì atti politici da punire con la violenza. Ricordo bene i dibattiti di allora: c’era chi sosteneva che “se l’era cercata”, perché non si provocano gli estremisti. Eppure erano idee. Oppure, qualche mese fa, Melissa Hortman e John Hoffman. Magari questi nomi non vi dicono nulla: due esponenti democratici del Minnesota. Sono stati uccisi per il solo motivo di appartenere a un’istituzione politica, di essere parte di quel sistema. E anche lì, subito, è venuto fuori il commento: con quello che stanno facendo i Democratici, come puoi pensare che certe cose non accadano? Così, non soltanto l’espressione di idee diventa passibile di violenza, ma persino il semplice fatto di rappresentare un’istituzione, anche contestandola dall’interno. Facevano parte del sistema, e tanto è bastato per giustificarne l’eliminazione. Nelle ultime settimane il comico britannico Graham Linehan, autore noto anche per serie di successo, è stato arrestato nella civilissima Londra per tre tweet offensivi verso la comunità trans. E i commenti online sono stati in gran parte: “Giusto così!”. Risuona sempre la stessa giustificazione: non si fa satira contro le minoranze oppresse, come se la satira dovesse rispettare confini imposti dal potere culturale del momento.
Ma la serie di episodi che si accumula rivela un filo rosso inquietante: l’idea che alle opinioni si possa rispondere con la pallottola, con il carcere, con la violenza. Eppure le idee, per quanto urticanti, restano idee: negarne il diritto di espressione significa minare il principio stesso della democrazia occidentale.
Oggi di Charlie Kirk si dice che fosse pericoloso, che le sue non fossero idee. Ma erano idee, e alle idee non si risponde con una pallottola, con il carcere, con la violenza, ma è questa la convinzione pericolosa che si sta diffondendo: che alcune opinioni, se ritenute odiose, possano essere cancellate con la forza. Una deriva sempre meno timida, spesso alimentata da chi si definisce progressista, ma di progressista conserva ben poco.
Qui entra in gioco l’oikofobia, dal greco oikos (casa) e phobos (paura), letteralmente la paura della propria casa, della propria tradizione, ovvero dei principi che fondano la democrazia. Dire che l’omicidio di Kirk fa bene perché certe idee non vanno tollerate significa rinnegare la tradizione stessa dell’Occidente. La tolleranza non è un’utopia ingenua, è fatica, impegno, confronto. È più semplice zittire con un atto violento chi non ci piace, ma infinitamente più democratico discuterci. Per questo il suo assassinio segna un confine che non avremmo mai dovuto valicare. Non è stato colpito un presidente, dotato di potere esecutivo immediato, ma un opinion maker: un uomo che organizzava dibattiti nei licei e nelle università. E l’uccisione di un opinion maker rappresenta un vero spartiacque.
Dire che le sue non fossero idee è un errore altrettanto pericoloso. Perché c’è una differenza abissale tra dirti che sbagli e colpirti con la violenza: sono due universi distinti, e confonderli significa tradire la democrazia stessa. In questo senso, la disonestà di chi finge che non fossero idee è persino più nociva delle idee stesse di Kirk.
Questo caso va oltre il personaggio e persino oltre i contenuti delle sue idee, riguarda i fondamenti stessi della democrazia occidentale. Non capirlo sarebbe un errore gravissimo. Oggi esprimere un’opinione, chiunque tu sia e in qualunque contesto, espone al rischio della violenza, questo è un impoverimento collettivo che ci spinge verso un baratro che avremmo fatto meglio a non sfiorare.
Avremo la forza di agire per il meglio, altrimenti fra qualche anno guardandoci indietro diremo: io che non ho detto Charlie’s us, così come forse non dissi Chuis Charlie. O magari lo dissi solo per fare bella figura sui social, e quanto meschino sono stato? È già accaduto: con Charlie Hebdo molti gridavano allo slogan, ma subito aggiungevano che la satira contro Maometto no, che non andava fatta. Eppure quella era la prova della nostra ignoranza sulla tolleranza, della nostra oikofobia, della paura della tradizione di libertà delle parole e delle idee dell’Occidente.
La tolleranza non è uno scherzo: richiede fatica, responsabilità, il coraggio di sostenere ciò che non ci piace. È una base insostituibile della nostra convivenza. Per questo oggi dico Charlie’s us: proprio perché ero in disaccordo con tante delle idee di quell’uomo, proprio perché ero dall’altra parte della barricata.
Ma quindi resta la questione dell’oikofobia, nell’epoca della fine delle verità uniche. Ed è qui che affiora una verità interessante, che tuttavia — va detto — non toglie nulla a quanto sopra.
Lo sparatore, Tyler Robinson, proveniva da una famiglia repubblicana e appassionata di caccia: conosceva bene le armi, era gamer e molto attivo online. Aveva inciso sui bossoli frasi troll tipiche di quell’ambiente. Partito da posizioni conservatrici mainstream, era poi diventato disilluso dal Partito repubblicano, che giudicava poco diverso dai Democratici, troppo compiaciuti di un sistema che voleva vedere distrutto. Robinson viene descritto come un “groyper”, termine che in USA indica i seguaci del suprematista bianco Nick Fuentes. Si tratta di un movimento dell’estrema destra americana, attivo soprattutto online, che per anni ha preso di mira Charlie Kirk accusandolo di non essere abbastanza razzista. Le loro contestazioni, spesso aggressive e organizzate durante i suoi eventi pubblici, sono passate alla cronaca come le “Groyper Wars”.
Un dettaglio significativo emerge da un bossolo inesploso: Robinson vi aveva inciso il ritornello di Bella Ciao, ma la celebre canzone antifascista era stata adottata ironicamente dai groyper, e per lui era un modo per confondere. Non a caso, molte testate mainstream hanno presentato questa scritta come prova del suo antifascismo, senza cogliere che si trattava di un’operazione di trolling. In realtà, Robinson amava disseminare messaggi ambigui e provocatori: su un altro bossolo aveva inciso “hey fascist—CATCH!”, altrove frasi goliardiche prese dal gergo dei gamers online come OwO what’s this? o if you read this you are gay lmao.
L’obiettivo non era trasmettere un manifesto politico, ma deridere la vittima e mostrare supremazia, esibendo abilità memetica davanti alla propria comunità online.
Era come un videogioco trasposto nella realtà: Robinson voleva che tutti vedessero quanto fosse bravo a sparare e che gli “iniziati” ne ammirassero la capacità memetica. Tutto questo appartiene alla cultura giovanile dei gamer, dove contano i riferimenti interni, il linguaggio ironico e il mostrare abilità davanti alla propria community.
Ma i media tradizionali, da Fox al New York Times, come pure politici e influencer, non riescono a decifrare questa forma di comunicazione memetico-ludica. Preferiscono ridurla a una domanda semplice: lo sparatore era di destra o di sinistra? Non a caso la prima speculazione circolata online è stata che Robinson fosse trans, ipotesi rilanciata da migliaia di post sui social. Il Wall Street Journal arrivò persino a riportare che vi fossero prove del legame di Robinson con la comunità trans.
L’“informazione” proveniva da investigatori federali che avevano letto l’incisione “↑ → ↓ ↓ ↓” come un messaggio pro-trans. O si trattava di un errore grossolano, o di disinformazione fatta filtrare per alimentare la narrativa d’odio secondo cui i trans sarebbero violenti e instabili. In ogni caso, un’interpretazione del tutto insensata. In realtà quella sequenza di frecce non aveva nulla di politico: è semplicemente la combinazione di comandi per sganciare una bomba gigante nel videogioco Helldivers 2. Con quell’incisione Robinson stava lanciando un segnale ai gamer, presentandosi come il “dispensatore di distruzione”. Il suo manifesto, in fondo, era questo: decretare il Game Over di Charlie Kirk.
Se lo guardiamo con le vecchie lenti Democrats vs. Repubblicans, Robinson appare vicino all’estrema destra. Ma questa chiave di lettura è ormai obsoleta. I giovani che si muovono in certi ambienti online non si riconoscono più nella tradizionale dicotomia politica: abitano subculture altre e spesso incomprensibili ai media mainstream. Ci sono i transumanisti, che sognano di superare i limiti biologici con la tecnologia; gli accelerazionisti, che vogliono far collassare il sistema per ricostruirne un altro dalle ceneri; gli anarco-capitalisti, fautori di un mercato senza regole e senza Stato; l’alt-right, l’estrema destra memetica che vive di provocazioni online; e gli incel, giovani che trasformano la frustrazione sessuale in ideologia radicale.
È dentro questo universo che va letto Robinson. L’incisione di Bella Ciao sui bossoli era probabilmente un richiamo ai groyper, ma usato in chiave troll. Lo stesso vale per slogan come “hey fascist—CATCH”: non dichiarazioni di appartenenza, ma benzina gettata sull’odio, per confondere e dividere. Robinson era soprattutto un accelerazionista: non cercava un progetto politico, voleva il caos. E i suoi messaggi, contraddittori e ironici, erano pensati per restare nelle nostre teste, generare conflitti interpretativi e costringerci a litigare sul loro senso. È lì che stava la sua vittoria.
In queste subculture giovanili la scelta giusta sarebbe non alimentare il troll, non concedergli attenzione, conflitto sociale, violenza crescente. Ma il presidente americano non ha cercato di unire, bensì ha colto l’occasione e agito di retorica e attribuito la colpa alla sinistra e accusato chiunque critichi Kirk, ora trasformato in martire, di fomentare terrorismo. Non tornerà indietro, e il movimento MAGA lo seguirà.
Nei social, nelle 24 ore dopo la sparatoria, sono comparsi migliaia di post che invocavano il bando delle organizzazioni di sinistra, l’eliminazione dei Democratici o persino l’internamento dei trans. Alcune voci più moderate, anche tra i repubblicani, hanno riconosciuto che pure esponenti democratici sono stati recentemente colpiti da omicidi o attentati. Ma la politica MAGA non si fonda sul compromesso né sulla difesa dei diritti di chi è diverso, e lo scenario nazionale lo conferma. Intanto i sondaggi dicono che, se c’è un punto su cui gli americani concordano, è la percezione di insicurezza diffusa e di un Paese che non funziona. È un sentimento negativo, ma potrebbe diventare leva di cambiamento — prima che accelerazionisti in cerca di gloria, come Tyler Robinson, ci trascinino tutti nel baratro. Sta a noi decidere come reagire.
(NdA: Questo articolo è una ricostruzione, quasi un cut-up delle interpretazioni filosofiche del blogger Rick Dufer e delle illuminazioni sparse — e talvolta folgoranti — di Valentina Tanni, raccolte nei meandri del web.)












