CARA MILANO. Quando una città dimentica i suoi abitanti
Vorrei attraversare Piazza Duomo ma non posso. Ci sono delle barriere perché è il 15 maggio e c’è il concerto di Radio Italia. Ogni accesso alla piazza è presidiato da agenti, imperturbabili anche di fronte a una signora che sbraita. Devo fare il giro.
Intorno a me, è un brulicare incessante di turisti dal passo pigro. Per arrivare in università dovrò metterci venti minuti in più. Il concerto c’è ogni anno, non è una novità. Ma questo è solo un tassello di un mosaico più ampio: quello della “Milano vetrina”, che si vende a ogni iniziativa privata, ma dimentica chi la abita.

Una città di lusso?
Sembra che abitare a Milano sia un vero e proprio asset. Già, perché per permettertelo vuol dire che hai tanti soldi, o comunque hai trovato il modo di guadagnarli. Per noi giovani questo vale ancora di più. “Solo se si sceglie bene cosa fare o se si hanno tanti soldi si può vivere bene in questa città”. Lo dice Giacomo, 32 anni, studente fuorisede che vive da dieci anni a Milano e ha visto (almeno) raddoppiare i prezzi della vita. “L’ho visto molto bene con le capsule del caffè: siamo passati da circa 1 euro e 20 per dieci cialde a 2,60”.
E poi c’è il problema degli affitti. Per un bilocale in zona semicentrale si possono arrivare a spendere 1.300 euro al mese. I prezzi al metro quadro hanno toccato il record storico di 5.585 euro. A volte per abitare a Milano serve un po’ di fortuna, come nel caso di Silvia, studentessa fuorisede di 22 anni: “per me trovare casa è stato facile, ma solo perché mi ospita un parente”.
Uno studente che non lavora o non divide l’affitto con qualcuno ha vita breve. Le spese per la vita sociale vanno limitate, perché per preparare un futuro dignitoso serve un presente di scelte oculate. “Esistono delle zone dove si può spendere poco, come NoLo o Marinai d’Italia, ma vivi solo la tua piazza”, aggiunge Giacomo. “Un tesseramento per l’Arci, un classico luogo di aggregazione, costava un tempo 5 euro. Ora siamo intorno ai 10/12”.
“Milano vetrina”
Tutti questi temi non sono scollegati: sono l’altra faccia della medaglia della ‘Milano vetrina’, che tutti attira ma pochi accoglie. È così che il centro diventa un setting per fotografie da urlo di influencer professionisti o improvvisati; in alternativa, lo è per lo shopping, i concerti, gli eventi di moda, sport e musica. Ma è ancora una piazza di Milano? O è un non luogo strappato alla metropoli per Milano Cortina o simili?
In questi ultimi anni è evidente la crescita del turismo di massa, così come è sotto gli occhi di tutti il moltiplicarsi degli eventi internazionali. Tra la Design Week, la Fashion Week e innumerevoli altre “Week” il tempo sembra essere scandito dagli eventi mondani, non più dagli orologi.
E se è vero che il turismo, l’attrazione di capitali stranieri e quella di professionisti altamente qualificati fanno bene, è altrettanto vero che bisogna interrogarsi sulle conseguenze. I prezzi delle case e dei servizi si alzano, mentre i salari del ceto medio rimangono gli stessi. Sempre più gente è così costretta a spostarsi nei quartieri più periferici. È il fenomeno della gentryficazione.
Tra privati e privazioni
Intanto, le botteghe artigianali e i negozi a conduzione familiare chiudono, perché i costi degli affitti sono insostenibili e la domanda cambia. Servono luoghi per il consumo immediato, fast food, ma anche cocktail bar veloci e qualsiasi altro posto per una clientela di passaggio. Intanto, le grandi catene hanno la meglio, tra hamburger da (almeno) 13 euro e posti per bere il matcha.
E questo vale anche per i luoghi del tempo libero. Amanda, 24 anni, frequenta da diverso tempo il C.R.A.L., il centro culturale di Porta Vittoria, un tempo gestito dal Comune. “Ci vado spesso a fare pilates. In quello spazio si fanno moltissime cose e gli anziani giocano a burraco. È un luogo di aggregazione per il quartiere”. Ora sta per chiudere, perché la gestione – avendo da tempo un debito pendente – non può iscriversi a nessun bando. Il centro culturale ha provato a ottenere il permesso dal Comune per rateizzare il pagamento, ma i costi sono comunque insostenibili. Il prossimo inverno è previsto lo sfratto.
“È un gran peccato”, continua Amanda. “La cosa più drammatica è che non sappiamo a chi venderanno la struttura. Purtroppo non penso che chi verrà dopo costruirà un luogo come il C.R.A.L. Poco più avanti, come palestra, c’è la Virgin. Ma costa tanto”. Sembra un destino segnato: socialità e consumi di seconda necessità (ma spesso anche di prima) sono un diritto solo se hai i soldi.
Le responsabilità politiche
Cosa ci resta dunque, se non una città incoerente? Milano, ormai, è evidente che voglia competere con le grandi capitali della finanza e del business. I quartieri residenziali, intanto, contrastano brutalmente con la realtà patinata del centro. Spesso sono vuoti, non più animati come un tempo e mancano i servizi base: trasporti che funzionino, sicurezza e in generale servizi funzionanti.
I dati, d’altronde, parlano chiaro. Nel piano di investimenti dei fondi del PNRR la Giunta di Sala ha previsto di spendere – su 923,76 milioni di euro – 457,1 milioni per trasporto rapido di massa, ciclovie, rinnovo flotte dei bus e riqualifiche urbane (Missione 2). La Missione 1, invece, ha finanziato digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo. La Missione 5, quella più sociale, prevedeva invece appena 290,6 milioni (meno di un terzo del totale!) in rigenerazione urbana, qualità dell’abitare, sport e inclusione.
Da una giunta di “sinistra” ci si aspettava sicuramente molto di più. Possiamo anche essere d’accordo sul fatto che gli investimenti attraggono capitale estero e quindi lavoro, ma come viene redistribuita la ricchezza generata? Chi la accumula? Di certo non le persone comuni, che faticano a vivere in una città irriconoscibile e sempre più “cara”…nel senso sbagliato.
Martino Giannone











