CARA AMICA TI SCRIVO A POCHI METRI DALLA TORRE DEI CONTI

di Aldo Di Russo

Mia cara amica, che tristezza.

Mai avrei pensato di doverti scrivere stando a pochi metri dalla Torre dei Conti, ferita da uno squarcio profondo che dall’esterno della piazza lascia intravedere il ventre aperto dalla ignavia degli uomini. Quello che non poterono le invasioni e il tempo lo ha realizzato l’abbandono e l’avidità, l’incompetenza e la mediocrità. Dalla storia di quelle 24 ore drammatiche che sono costate la vita ad un uomo che nulla faceva tranne che lavorare, sono emerse solo le competenze sulla gestione dell’emergenza, i vigili della squadra speciale di Ricerca e Soccorso Urbano, USR, che con tecnologie, organizzazione e rischio personale sono riusciti ad estrarre ancora vivo il povero Octay Stroici successivamente deceduto in ospedale vittima del lavoro e del collasso strutturale.

Ti chiederai perchè ti racconti un fatto di cronaca che tutti i media e i giornali hanno riportato? Lo faccio perchè mi ha colpito profondamente una frase riportata dalla stampa e attribuita all’ufficio tecnico della sovrintendenza. La vorrei commentare con te, ma infilandoci, come spesso facciamo, a cercare le origini di un modus operandi che, in Italia, è diventato prassi del pensiero del mondo degli appalti e del Ponzio Pilatismo:

Prima dell’avvio delle opere sono state effettuate indagini strutturali, prove di carico e carotaggi per verificare l’idoneità statica della struttura, che avevano attestato le condizioni di sicurezza necessarie per procedere agli interventi sui solai.

Fai attenzione al tono, sembrano non essersi nemmeno accorti del crollo, sembrano meravigliati e attoniti, come se il collasso strutturale fosse un accidente capitato contro le loro carte, sembrano loro vittime, ed è qui che intendo intervenire in linea con le nostre conversazioni usuali, e capire come  la pratica di un disastro possa essere disgiunta dalla teoria astratta. Ho maturato l’impressione che le loro carte siano considerate l’ipse dixit, l’auctoritas come furono le sacre scritture nella vita quotidiana di molti secoli fa, universali ma attinenti alla realtà dei fatti.

Lasciami fare un passo indietro, indietro fino a Galileo Galilei ed al suo Dialogo che ancora offre spunti e angoli di visuale sulla nostra realtà. Nella prima giornata, il dialogo si svolge tra Salviati, che rappresenta l’alter ego dello stesso Galileo e Simplicio, un personaggio che muove ancora dalla rivelazione Aristotelica intesa come immutabile. Lo scontro è proprio questo, il grande scienziato Pisano, dopo aver magnificato il cannocchiale come strumento idoneo a guardare quello che prima era inaccessibile, porta esempi potenti sul piano della ragione umana rispondendo alla obiezione di Simplicio secondo cui ogni dimostrazione è inessenziale se prima non si sia analizzato il pensiero di Aristotele. Si può essere bravissimi a costruire organi, ma poi non essere in grado di suonarli, ci sono persone che conoscono perfettamente le regole della poetica, ma questo non li mette automaticamente in condizioni di scrivere un romanzo, oppure coloro che conoscono tutti i principi esposti da Leonardo nel suo trattato sulla pittura, e non saprebbe poi dipingere uno sgabello. Dunque se vuoi imparare a suonare l’organo dovrai andare da un maestro, e saper distinguere l’esperienza dalla pura astrazione.

Torniamo a Galileo, ma questa volta nelle versione di Brecht dove è reso evidente lo scontro tra l’amore per la verità e l’oscurantismo dell’inquisizione, ti trascrivo solo questo frammento di dialogo dalla Vita di Galileo e potrai capire da sola la connessione tra la frase, oggetto di questa missiva, e il dramma di questi giorni, oltre a capire quanto le filosofie e gli artisti ci aiutino a capire i nostri errori.

BELLARMINO Il Sant’Uffizio ha decretato che la teoria di Copernico, secondo la quale il sole è il centro del mondo ed è immobile, mentre la terra non è il centro del mondo e si muove, è folle, assurda ed eretica. Ho l’incarico di ammonirvi ad abbandonare tali dottrine.

GALILEO Che significa?…Ma i satelliti di Giove? Le fasi di Venere?…

BELLARMINO Il Sant’Uffizio ha emanato il suo decreto senza soffermarsi su questi particolari.

Conoscere da Galileo in poi, presuppone una responsabilità e il coraggio di usare la propria mente in modo autonomo dai precetti, da condizionamenti, dalle autorità di ogni tipo. Kant ne ha fatto poi una dottrina, maestro codificatore e orchestratore della nostra conoscenza. Oggi temo un ritorno indietro a grande velocità, come se le conquiste pesassero, o forse la fuga all’indietro è una fuga dalle responsabilità, forse è un prodotto del consumo e dell’avidità, non lo so, mentre la storia delle idee ci racconta di un viaggio in avanti lentissimo, ma inarrestabile. Il senso del Dialogo di Galileo citato è che le discussioni astratte non portano ad alcun risultato, la filosofia senza azione resta lettera morta e la speculazione intellettuale è legata all’atto che può dimostrare. Io sento l’eco lontanissimo delle parole di San Francesco, quando la sua idea di caritas, traduzione latina del greco agape, amore,  irruppe nella filosofia che divenne vita, opera, anche la fede in Dio senza opera diventa sterile.

L’uomo esiste ed è tale nel suo crescere e nel vivere nella sua comunità e per la sua comunità, nel suo sapere, per le azioni che compie in rotta di collisione con la cultura dominante che perseguiva l’ideale Aristotelico di una conoscenza puramente contemplativa. Dunque una rivoluzione, Francesco non solo portò il cielo sulla terra chiamando fratello il sole e sorella la luna, non solo considerava l’agire come Amore verso Dio inteso come creato e quindi natura, ma costruì una visione che cambierà lentamente gli strumenti di diffusione della cultura, lentamente medici, giuristi, scienziati, politici si riunirono in Accademie, le Certose divennero spezierie e ospedali, strumenti al servizio dell’uomo.

Significativa è la lettera che Coluccio Salutati, cancelliere di Firenze dal 1375 al 1406 scrisse ad un monaco eremita che stava per ritirarsi in contemplazione di Dio:

Tu con il ritirarti nella vita del chiostro non porti beneficio a nessuno(…) Tu medita pure per te solo, cerca pure il vero e godi nel trovarlo. Che io invece sia sempre immerso nella azione, teso verso il fine supremo; che ogni azione giovi a me, alla famiglia, ai parenti, e, ciò che è ancor meglio, che io possa essere utile agli amici ed alla patria e possa vivere in modo da giovare allumana società con lesempio e con lopera.

Ecco come il primato della politica diventa bene comune e diventa, per un credente a cavallo tra il XIV e il XV secolo un modo per servire Dio.

Forse sono uscito dal tema iniziale seguendo i miei pensieri, ma al dramma umano, che viene prima di tutto, e a quello della distruzione di un’opera medioevale significativa, si aggiunge quello culturale, la corsa a dover spendere contributi che stagnano da tempo nelle pastoie di una burocrazia che è idiozia prima di tutto a costo di qualsiasi rischio. Quando la costruzione delle carte per poter fare prende più tempo del fare e non produce una progettazione adeguata, mette a rischio la sicurezza che è diventata una vera emergenza nazionale a discapito della civiltà e delle tecnologie che oggi consentirebbero tutto e anche di più. Quando il profitto diventa avidità e il danaro prende il posto del Dio, le norme si possono anche adattare alle situazioni diventate emergenze per incapacità organizzativa. Pensa che nel 1351, prima che Coluccio fosse nominato nella sua carica a Firenze, Francesco Petrarca, uno dei suoi maestri, scrisse una lettera raccontando di un violento terremoto a Roma che aveva portato danno a edifici storiche che resistevano indenni al tempo.  

…Caddero gli antichi edifici

trascurati dai cittadini e

ammirati dai pellegrini; quella

torre, unica al mondo che era

detta dei Conti, aperta da grandi

fenditure si è spezzata e ora

guarda come mutilata il proprio

capo, onore della superba cima,

sparso al suol

Sulla trascuratezza siamo al tempo di Petrarca sulla fenditura pure, ieri non riuscivo a togliere gli occhi dallo squarcio.

Cara amica, permettimi due pensieri ancora, uno di ammirazione per tutti i tecnici che si sono prodigati per salvare la vita di chi invece l’ha persa pensando di andare a lavorare per una comunità “fondata sul lavoro” e quindi sulla dignità dell’uomo, e il secondo per Oktai al quale, parafrasando il grido di dolore di un altro uomo agonizzante con cui oggi condivide l’ultima dimora, mi viene da dire:

Oktai, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.


Commenti

Una risposta a “CARA AMICA TI SCRIVO A POCHI METRI DALLA TORRE DEI CONTI”

  1. Avatar Claudio Puliti
    Claudio Puliti

    L’abbandono della Torre non e’ stato provocato da penuria di risorse, come verrebbe di pensare dato lo stato dei nostri bilanci. E’ stato provocato, secondo me, da una imbarazzante incapacita’ del ministero competente di preservare il patrimonio culturale con programmazioni ben fatte e lavori ben eseguiti. Non so indicare come si possa uscire da questa mediocrita’.

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