Cara Amica, se Colombo e Galilei si fossero parlati

Questa volta ti scrivo per cercare di mettere pace tra Cristoforo Colombo e Galileo Galilei. Sono giorni che non si parla d’altro a proposito di un ministro italiano che ha confuso 1492 con 1610: come dire confondere Lorenzo il Magnifico con la Guerra dei trent’anni o la cupola del Brunelleschi a Firenze con la fontana dei quattro fiumi di piazza Navona.

Sostenere che Colombo avrebbe navigato sulle rotte tracciate da Galileo è ovviamente un errore visto che la traversata di Colombo finisce ai primi anni del 1500 e che Galileo lavora su argomenti in qualche modo connessi alla navigazione circa un secolo dopo. La cosa però è istruttiva e divertente perchè mi permette, alla luce di qualche ricordo di storia della fisica, di giocare come nel film “Non ci resta che piangere” dove Benigni e Troisi, piombati nel 1400, quasi 1500, si ingegnavano per tentare di costruire cose ovvie per loro, coinvolgendo addirittura un Leonardo da Vinci, spaesato al punto da passare per stupido. Cercherò di dimostrare che, se Colombo e Galileo si fossero parlati, ovvero se Galileo avesse potuto spiegare a Colombo quello che aveva scoperto, forse il navigatore genovese non sarebbe mai partito realizzando il sogno di Benigni e di Troisi: evitare che l’America fosse scoperta e salvare gli indiani dallo sterminio e gli schiavi dalla deportazione. 

Non lo faccio per polemica, davvero solo per scherzo; infatti, ho aspettato che si fermasse l’onda ironica. Tra l’altro, anche da uno strafalcione si può trarre beneficio e imparare qualcosa, quindi seguimi con la pazienza che hai dimostrato le altre volte e non me ne volere.

Navigare è sempre stata un’arte difficile oltre che pericolosa, ancora oggi, figurati allora, richiede una profonda conoscenza del mare per sapere come muoversi e delle stelle per sapere dove andare. 

Cosa avesse in mente Cristoforo Colombo non lo so: ambizione, potere, voglia di sperimentare, di scoprire, certo è che le informazioni in suo possesso, mettevano insieme deduzioni empiriche, racconti epici e poca scienza e se per assurdo, Galileo avesse potuto comunicargli nuovi dati e nuove ipotesi a lui sconosciute la confusione sarebbe solo potuta aumentare. 

Per proseguire nel mio ragionamento nominerò alcuni scienziati e filosofi del mondo antico, del periodo ellenistico, di quello romano, metto tra parentesi le date presunte di nascita e di morte per evitare che l’errore del ministro si possa ripetere. 

Molto prima di Colombo, Strabone (60 a.C. – 20 d.C.), un geografo greco vissuto a cavallo del millennio, riportava nei suoi scritti alcune idee di Ipparco di Nicea (190 a.C. – 120 a.C.), forse il più importante astronomo del periodo ellenistico, dai racconti dei marinai che raccontavano della differenza di altezza delle maree tra l’Atlantico, l’oceano indiano e il mare nostrum, aveva fatto l’ipotesi che un’onda di rimbalzo verso l’Europa provocasse la marea più alta che altrove e dedotto che dovesse esistere un continente a ovest delle Colonne d’Ercole, proprio quello che Colombo trovò. Non sappiamo se Colombo lo sapesse, ma la notizia circolava da più o meno 1500 anni. A confondere ulteriormente l’esploratore genovese esisteva a quel tempo l’incertezza sulla misura della circonferenza terrestre, Eratostene ( 276 a.C – 194 a.C) aveva effettuato una misura trigonometrica con un metodo geniale  e con una precisione impressionante rispetto a quella che noi conosciamo oggi (circa 40.000Km), Toscanelli (1397 – 1482) aveva sottostimato la circonferenza a 33000 Km.

Mappa di Paolo Toscanelli (1457)

Quest’ultimo aveva redatto la più avanzata mappa cartografica del mondo conosciuto, certamente quella che Colombo portò con se in viaggio. Seguimi su alcuni facili calcoli che servono a chiarire quali dubbi avrebbe potuto avere Colombo. La mappa stimava in 230° la distanza tra il Portogallo e il Giappone che erano le due estremità del mondo, le terre conosciute, e di conseguenza 130° (360-230) l’estensione del mare ignoto, quello da percorrere per arrivare alle indie navigando verso ponente. Quindi, mappa alla mano, Colombo immaginava di dover percorrere poco più di 6000 miglia per arrivare a destinazione, una distanza possibile con i mezzi dell’epoca. In una prossima lettera, potrei raccontarti che relazione esiste tra la mappa di Toscanelli ed i racconti di Marco Polo (1254 – 1324), ma questa è un’altra storia.

Mappa di Tolomeo, dal suo Geografia (1578)

Me lo immagino Cristoforo Colombo pensieroso sulle coste del Portogallo con un po’ di ansia da prestazione, (davanti ad un piatto di trenette al pesto, potrebbe dire il ministro in confusione), perplesso perchè girava ancora voce che la circonferenza della terra fosse ben più grande 40000 km come misurato da Eratostene insieme all’ipotesi di Ipparco che esistesse un continente sconosciuto a est. Con questo dubbio parti, rischio calcolato. Se avesse ragione Toscanelli troverei le indie, se avesse ragione Eratostene e Ipparco troverei una terra ignota, Come andò a finire lo sappiamo tutti.

Per giocare inserendo un ipotetico dialogo con Galileo devi seguirmi entrando nel mistero della longitidine.

Da sempre le carte nautiche, anche quelle molto antiche, sono dotate di un reticolo immaginario (latitudine e longitudine) che permette di calcolare la posizione di ciascun. Questo in teoria, perchè la pratica è oltremodo complessa. La latitudine è l’angolo a partire da un linea di riferimento, si prende l’equatore perché è un’origine naturale, la linea dove il giorno e la notte hanno durate uguali, dove qualunque astro celeste sorge e tramonta, insomma è una linea speciale. La longitudine, invece è l’angolo misurato lungo un parallelo e poiché la terra gira, altro non è che la differenza tra l’ora del giorno misurata sulla nave e l’ora del giorno nel porto di partenza. Un problema semplice avendo orologi precisi come i nostri, un problema davvero complicato tanto al tempo di Colombo quanto a quello di Galileo.

Misurare il mezzogiorno per Colombo era un gioco da ragazzi. Il sole sorge, sale, e in un momento strano della giornata indugia prima di cominciare a scendere, inverte il suo moto apparente. A questo punto basta avere delle clessidre, rovesciarle e far partire la misura del tempo che passa per sapere che ore siano, ma come fare a conoscere l’ora in un’altra parte del mondo? 

Colombo non aveva la più pallida idea di come misurare la longitudine e infatti non ci provava nemmeno, misurava la latitudine e giorno per giorno faceva in modo di riportarsi alla latitudine del porto di partenza, oggi a Roma diremmo: “camminava dritto per dritto”. Aveva una abilità straordinaria per misurare a occhio la velocità gettando in acqua un tronco e vedendolo sfilare sottobordo, con una clessidra o con i battiti del cuore stabiliva la velocità facendo l’ipotesi che fosse costante e approssimava la sua posizione sulla carta. Perchè ebbe tanto successo? Perchè tra le altre abilità aveva quella di sapere di non sapere, che non è poco e la scoperta che ci ha portato in dono non è cosa di poco conto.

Un modo teorico per misurare la longitudine esisteva anche a quel tempo. Se Colombo avesse saputo che a Palos, suo porto di partenza, una eclissi di sole totale sarebbe stata visibile alle dieci del mattino di un certo giorno, avrebbe potuto osservare l’evento astronomico dalla sua posizione, fare la differenza di tempo e conoscere la longitudine. Come ti dicevo in teoria questo era possibile. L’uomo, da quando osserva il cielo, ha redatto diari precisi delle sue osservazioni che sono diventate tavole con i valori delle grandezze astronomiche periodiche, tali strumenti permettono la previsione di eventi e la determinazione in anticipo della posizione dei corpi celesti da un determinato punto di vista. Sono la risposta alla prima sfida degli uomini al cielo, costruire un modello attraverso il quale tenere sotto controllo il movimento degli astri conosciuti. Tavole molto particolareggiate erano state redatte in Mesopotamia, dai Babilonesi e poi via via sempre più precise per estrapolare la previsione delle eclissi, ma sarebbero state inutili in quella traversata, le eclissi di sole e di luna sono eventi troppo rari per essere utili al calcolo della longitudine in una navigazione di qualche mese.

E Galileo che c’entra? Un centinaio di anni dopo, erano i primi anni del 1600 dalla sua terrazza di Padova Galileo osservava il cielo ed in particolare la luna, scoprì i crateri, le montagne, per la verità le ipotizzò sulla base di un ragionamento talmente elegante e sofisticato da essere considerato il momento in cui la speculazione scientifica sperimentale sia nata, ma di questo ci occuperemo un’altra volta. Durante quelle stesse notti di osservazione Galileo passò a guardare con attenzione Giove e si rese conto, ripetendo molte volte l’osservazione, che il pianeta aveva quattro satelliti che gli giravano intorno a velocità crescente: lenti quelli su di un’orbita più esterna e più veloci quelli con un’orbita interna. Si affacciò immediatamente una idea, risolvere il problema della longitudine che conosceva molto bene pur non essendo uomo di mare. Sarà stato certamente un problema filosofico molto sentito, ma il vero punto di attrazione era un vitalizio stanziato dal re Filippo III di Spagna nel 1598 e ancora non assegnato che il grande pisano cercava di accaparrarsi. Con quattro satelliti che girano intorno ad un pianeta così grande di eclissi ce ne sono parecchie in un anno, Fu così che si mise al lavoro, studiò le orbite, i periodi e costruì uno strumento meccanico, una specie di calcolatore analogico che metteva in relazione la posizione dei satelliti e quella del sole. Ebbe successo, osservando contemporaneamente Giove attraverso un telescopio e il sole con l’altro occhio sarebbe stato possibile ricavare la longitudine riferita ad un meridiano origine. Fatto sta che il vitalizio non gli fu assegnato perché nonostante la teoria fosse geniale e funzionasse sulla sua terrazza, non avrebbe mai potuto funzionare dalla tolda di una nave soggetta a beccheggio e rollio. A terra funzionò perfettamente tanto  che permise ai cartografi, di riscrivere in modo preciso le mappe delle terre conosciute che fino a quel tempo, come abbiamo visto, erano abbastanza imprecise. 

In conclusione se Galileo e Colombo si fossero parlati la confusione sarebbe stata ancora maggiore e potrei azzardare l’ipotesi che il grande navigatore Genovese non sarebbe partito. Meno che mai se avesse avuto conoscenza della vera conformazione geografica del mondo conosciuto. Il calcolo della longitudine a terra ha permesso di sapere che la distanza tra Lisbona e Tokyo la distanza è di 150° e non 230° come sulla mappa di Toscanelli, se Galileo lo avesse detto a Colombo il mare sconosciuto da percorrere sarebbe stato di 210° e non 130°, distanza impossibile da percorrere con i mezzi dell’epoca.

Sia Colombo che Galileo insegnano una lezione in più: non sapere spinge a non esporsi parlando a sproposito. Ciascuna epoca vive della tecnologia e della scienza che ha prodotto come conseguenza della civiltà, del pensiero e della libertà di espressione. Se si fossero incontrati sarebbe stato un disastro.

Sarebbe successo quello che Troisi imputa a Benigni che propone di diventare ricchi nel quasi 1500 costruendo la lampadina: sapisse fa na lampadina tu? A volte non sapere è meglio.

La nostra tecnologia del GPS ci permette di prevedere, conoscere evitando i naufragi, confondere i fondamenti della storia quando si pretende di guidare la cultura italiana garantisce il naufragio del paese.

Con immutato affetto

Tuo 

Aldo


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