BENEVOLENZA? NON FA AUDIENCE

di Gian Guido Folloni

Benevolenza in politica? La mente corre alla definizione che diede Carlo Donat-Cattin: «La politica? Sangue e merda». I genitori deportati, la lotta al fascismo, membro del CLN, operaio all’Olivetti, tra i fondatori della Cisl, poi autorevole esponente della Democrazia Cristiana e ministro. Erano gli anni ‘80 e Donat-Cattin non lesinava i giudizi più severi alla corruttibilità dell’azione politica.

Quella sua invettiva stride con le parole di San Paolo nella lettera ai Galati (5,22): «Il frutto dello Spirito (…) è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé». Doti, queste, che dovrebbero caratterizzare il politico, cioè chi si occupa – deve, dovrebbe farlo – del benessere della comunità da lui amministrata. Chi cerca sui dizionari la parola benevolenza la trova sempre associata a bontà: entrambe si riferiscono all’atteggiamento favorevole verso il prossimo, indicano un desiderio attivo di riconoscere e soddisfare i bisogni degli altri.

Che ci azzecca la benevolenza con la politica? È quella la politica? Lo è oggi?

Se si facesse un sondaggio di opinione, bontà, benevolenza e tutte le belle parole di san Paolo, farebbero, come un’aureola, da corona alla politica e ai politici contemporanei?

Anton Maria Salvini, abate, grecista, settecentesco Accademico della Crusca, è citato da Niccolò Tommaseo, nel suo mai eguagliato Dizionario della Lingua Italiana: «La benevolenza dei cittadini è miglior guardia delle guardie medesime armate. Per esercitare, nel vedersi insieme, una certa civile concordia e benevoglienza. C’è una benevolenza universale, più in potenza che in abito, la quale viene da indole naturale, coltivata però con buoni sentimenti e pensieri; e abbraccia gli uomini tutti anco ignoti, anco spiacenti ai più, o avversari». La benevolenza del Salvini prende le mosse dal basso, dai cittadini. Da loro si dilata volta a tutti, ignoti, avversari e nemici compresi, per divenire universale. In questo senso essa esercita l’azione che fonda la civile concordia. È ciò che, un secolo più tardi, Antonio Rosmini chiamerà benevolenza sociale.

L’abate roveretano dedicò molto del suo lavoro a esplorare i fondamenti di ciò che chiamiamo società: i criteri, le signorie e le forze che in essa operano, le dinamiche, i vincoli che si formano e i fini suoi propri. Le società e il loro governo. La politica, ossia il governo delle cose, lo appassionò fin dagli anni della laurea e del sacerdozio. Siamo nel 1822. Antonio ha ventisei anni e per due anni ha raccolto e divorato tutto ciò che di politica riesce a trovare. Redige Politica I, ma l’opera gli cresce tra le mani. Per quindici anni, tra Roma, Milano, Trento e alla fine nell’eremo di Domodossola, continua la ricerca: la conoscenza, la morale. Frutto di questo periodo è una pubblicazione il cui titolo, suggeritogli da Alessandro Manzoni, è «Nuovo saggio sull’origine delle idee». Ma è nel 1837 che egli pubblica la sua Filosofia della politica ¹, dove nel Libro Primo alla benevolenza sociale dedica il capitolo V. Lo titolò «Della benevolenza sociale e dell’amicizia», iniziando con lo spiegarne la differenza. Distinzione importante dalla quale egli farà derivare, in radice, ciò che lega benevolenza e politica.

L’amicizia, dirà Rosmini, è qualcosa di più puro. «L’amico dimentica se stesso per l’amico…senza alcuna considerazione al bene proprio, talora anche con sacrificio di questo». Altro è la benevolenza: «Il membro di una società, come tale, vuole il bene della società cui appartiene». Lo vuole per tutte le persone, lui compreso, che formano questo corpo: «Si ama come membro della società. …si associa coll’altre persone…pel vantaggio che prevede dovergli venire». Ama il bene comune della società pel bene suo proprio. Si colloca dunque a mezza via tra il vicolo di signoria e l’amicizia.

Le società, le unioni umane, concluderà, debbono reputarsi più felici e più virtuose, quanto più l’amicizia primeggia e la socialità sovrasta i vincoli di proprietà o di dominio. Ragionando di politica, a questa ordinata gerarchia Rosmini arriva in forza delle conclusioni cui era pervenuto negli anni dedicati alla filosofia e alle radici del pensiero. Il capitolo con cui apre la Filosofia della politica inizia con una trattazione titolata: Della sommaria cagione per la quale stanno e rovinano le umane società. «Si miri a conservare e fortificare ciò che costituisce l’esistenza o sostanza della società anche a costo di dover trascurare ciò che ne forma l’accidentale finimento». Così riassume quello che per lui è la prima norma, il primo criterio, di una sana politica e con un sofisma spiega che quando la si dimentica o la si smarrisce inizia il decadimento: Se la carne salada fa bere, non si disseta distribuendo carne salada.

Come si degrada dalla buona alla cattiva politica? Come si governano o si mandano in rovina le società? Rosmini descrive quelle che definisce le quattro età di ogni società umana. La prima è l’Età sociale, la fase nascente, in cui si bada alla sostanza. Fondazione, Costituzione e legislazioni ne sono gli elementi costitutivi.

La seconda che egli chiama: l’età fiorente. L’esistenza è assicurata. Dalla premura per la sostanza l’attenzione passa agli accidenti. Conscia di sé, si arricchisce di adornamenti d’ogni maniera. Brilla di tutto lo splendore.

Terza età è quella nella quale gli uomini abbagliati dalle esteriorità vanno perdendo di vista tutto quello che è sostanziale. «Manifestasi nello spirito pubblico un tuono di leggerezza e di fidanza, e già è l’epoca dello scadimento e della corruzione».

Quarta età. I cittadini, i componenti il corpo sociale, nella ricerca degli accidenti, di frivoli oggetti, gustano e scarificano i solidi fondamenti costitutivi sui quali è fondato l’edificio sociale. «In questo rilevantissimo periodo di tempo, lo stato subisce indubbiamente una crisi, o sia grande mutazione».

Per quanto schematiche, le quattro età di Rosmini le ritroviamo contemporanee. L’individualismo denunciato da Papa Ratzinger lascia poco spazio alla benevolenza. Il bene per me sovrasta quello della comunità, l’individuale il sociale. L’interesse di gruppo o di etnia si dedica a costruire recinti al di la dei quali la benevolenza non si applica più. In fin dei conti possiamo riconoscere in questa deriva gli inconfessati umori, le gelosie, gli egoismi che soggiacciono alla spinta verso certi autonomismi regionali. E, più in generale, scorgervi certa cripto xenofobia che illumina la ricerca di collocazione altrove, purché da noi lontano, dello straniero. Per non parlare del fisco. Benevolenza vorrebbe che ogni cittadino amasse pagare la sua parte. Ma se così non è, la politica, il suo governo, con condoni, aliquote, esenzioni, bonus, nel migliore dei casi come Sisifo rincorre la benevolenza che sta precipitando giù dal monte. Al contrario, dove c’è benevolenza, lo straniero non esiste. Con essa la società si dilata e la politica si dedica a ricercare il più grande, allargato, bene comune.

Si può attribuire la colpa ai governanti ma è ipocrisia gridare al governo ladro, o incapace e mal volente, se, come nella quarta età descritta da Rosmini, la società decade nella cattiva politica per il venir meno della benevolenza sociale che, prima che dai loro rappresentanti, muove dai cittadini.

In quale delle quattro età siamo oggi? Come società italiana, come Europa, come Occidente? Se, come ci ha descritto Zygmunt Bauman, siamo nella società liquida, dove l’uomo non ha più radici ma àncore ² e nella ricerca individualistica del bene solo per sé, le leva le e mette, cambiando da un porto e da una famiglia all’altra, è giusto ricercare un nesso tra politica e benevolenza? Quest’ultima esiste ancora se, come egli aggiunge, siamo sempre meno persone e cittadini (sempre meno siamo interessati a partecipare al voto) ma siamo ormai visti e stiamo diventando solo consumatori? E se il nesso s’infrange che succede alla politica? In quale delle quattro età ci dovremmo collocare?

Tra il 380 e il 370 a.C. Platone scrive la Repubblica ³. Nei dialoghi con Adimanto e Glaucone, per rispondere a queste due domande egli usa il famoso esempio di quel che accade su una nave. Val la pena di rileggerlo ancora una volta. Pur senza troppo forzare l’analogia con quel che accade oggi, vi si trova tanto dell’affanno che riempie il dibattito politico che a noi arriva dai talk show televisivi contemporanei.

Scrive Platone:

«Il rapporto che le persone più oneste hanno con la propria città è così difficile da non avere l’uguale, ma per farne un quadro e prendere le loro difese bisogna raccogliere molti elementi, come i pittori, mescolando specie diverse, dipingono ircocervi e altri animali simili. Immagina che su molte navi o su una sola accada un fatto di questo genere: da una parte un capitano che supera per statura e forza fisica tutto l’equipaggio, ma è un po’ sordo, ha la vista corta ed è provvisto di scarse conoscenze nautiche, dall’altra i marinai che litigano tra loro per il governo della nave, poiché ciascuno è convinto di dover stare al timone anche se non ha mai imparato l’arte della navigazione e non è in grado di indicare né il proprio maestro né il periodo in cui l’ha appresa, e per giunta sostengono che quest’arte non si può insegnare, anzi sono pronti a fare a pezzi chi dica il contrario. Essi stanno sempre attorno al capitano, pregandolo e facendo di tutto perché affidi loro il timone, e se talvolta riescono a persuaderlo altri invece che loro, li uccidono o li gettano giù dalla nave, e dopo aver reso innocuo il buon capitano con la mandragora, con l’ebbrezza o in qualche altro modo, si mettono al comando della nave consumando le provviste e navigano tra bevute e banchetti, com’è logico attendersi da persone simili. Inoltre lodano con i nomi di marinaio, timoniere ed esperto di nautica chi è bravo ad aiutarli nel comando usando sul capitano la persuasione o la forza, mentre biasimano come inutile chi non si comporta in questo modo; e non hanno neanche idea che il vero timoniere deve preoccuparsi dell’anno, delle stagioni, del cielo, delle stelle, dei venti e di tutto quanto concerne la sua arte, se realmente vuole essere un comandante, anzi sono convinti che, senza sapere né in teoria né in pratica come si guida una nave a prescindere dal volere della ciurma, sia possibile imparare quest’arte nel momento in cui si prende in mano il timone. Se sulle navi accadessero fatti del genere, non pensi che il vero timoniere sarebbe chiamato dall’equipaggio di navi così combinate acchiappanuvole, chiacchierone e inutile?». 

Non è giusto, anche se forte è la tentazione, dare nomi e cognomi dei giorni nostri ai marinai e ai timonieri di Platone. Il filosofo greco, per la verità, fu meno esitante e rivolto ai suoi interlocutori proseguì: «Ma non ti sbaglierai paragonando gli uomini politici attuali ai marinai di cui abbiamo parlato poco fa, e quelli che essi chiamano inutili e acchiappanuvole, ai veri timonieri». Platone metteva a paragone il politico, che si deve occupare del benessere della comunità da lui amministrata con il filosofo. Insegnava che la conoscenza più grande è quella dell’idea del bene. E poiché i filosofi sono formati per mirare alla disciplina più alta, per questo spetta loro governare. Nel benessere del popolo potere civile e filosofia convergono nella stessa cosa. In un certo senso Platone anticipa di oltre duemila anni le considerazioni di Rosmini su ciò che per il benessere sociale lega sostanza e accidenti. Anzi, dice il roveretano, benevolenza, più sostanza e meno accidenti.

Se anche oggi il dialogo di Platone sembra calzante, occorre guardare all’intero equipaggio. A tutti i cittadini. Alla fin fine, gli ufficiali in comando sono comunque il loro specchio.

La società italiana è fotografata dal 58° Rapporto del Censis ⁴. Leggendolo, scopriamo che la nostra società è avanti nel percorso rosminiano delle quattro età. Anche il Rapporto si destreggia tra sostanza e accidenti del tempo contemporaneo. Parla di sindrome nella quale l’Italia è intrappolata, nel contesto di quel che accade nel mondo: le guerre (quella combattuta alle porte dell’Europa o il cruento conflitto scoppiato in Medio Oriente), i vincoli imposti da Bruxelles, la strisciante crisi politica che ghermisce l’Unione Europea, le migrazioni, le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina, gli stravolgimenti prodotti dalle innovazioni tecnologiche.

Galleggiamo.

«Ci flettiamo come legni storti e ci rialziamo dopo ogni inciampo, senza ammutinamenti. Anche nella dialettica sociale, infatti, la sequela di disincanto, risentimento, frustrazione, senso di impotenza, sete di giustizia, brama di riscatto, smania di vendetta ai danni di un presunto colpevole, così caratteristica dei nostri tempi, non è sfociata in violente esplosioni di rabbia».

Inoltre, osserva il Rapporto, all’erosione dei percorsi di ascesa economica e sociale del ceto medio si sta accompagnando la messa in discussione dei grandi valori unificanti del passato modello di sviluppo (il valore irrinunciabile della democrazia e della partecipazione, il conveniente europeismo, il convinto atlantismo).  

Un primo segnale è il ritrarsi dalla vita pubblica.  Le astensioni alle recenti elezioni europee del 2024 sono state pari al 51,7%. Livello mai prima raggiunto nella nostra Repubblica (nel 1979, alle prime elezioni del Parlamento europeo, l’astensionismo fu del 14,3%). C’è poi una diffusa indifferenza verso gli strumenti di mobilitazione collettiva: il 55,7% degli italiani considera inutili le manifestazioni di piazza e i cortei di protesta.

Secondo segnale rilevato dal Censis è la sfiducia crescente nei sistemi democratici: l’84,4% degli italiani è convinto che ormai i politici pensino solo a se stessi e il 68,5% ritiene che le democrazie liberali occidentali non funzionino più.

Terzo. Guardiamo all’Unione europea come a un guscio vuoto, inutile o dannoso: 71,4% degli italiani è convinto che, in assenza di riforme radicali e di cambiamenti sostanziali, sia destinata a sfasciarsi definitivamente.

Quarto. Gli italiani tendono a non riconoscersi più nelle grandi matrici valoriali unificanti del passato: il 70,8% esprime un più o meno viscerale antioccidentalismo e imputa le colpe dei mali del mondo ai Paesi dell’Occidente. Il presunto universalismo dei nostri valori ci ha resi arroganti, fino a voler imporre il nostro modello economico e politico agli altri.

Quinto conseguente segnale. Il 66,3% degli italiani attribuisce all’Occidente ‒ USA in testa ‒ la responsabilità delle guerre in corso in Ucraina e in Medio Oriente (solo il 31,6% si dice d’accordo con il richiamo della NATO sull’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil) e il 51,1% è persuaso che l’Occidente sia destinato a soccombere economicamente e politicamente dinanzi all’ascesa di Paesi come la Cina e l’India.

Vasta e articolata è l’analisi che il rapporto dedica alle insicurezze e alle crescenti paure degli italiani. Mentre la società italiana è segnata da una significativa mutazione morfologica (l’Italia si colloca al primo posto tra tutti i Paesi dell’Unione europea per numero di cittadinanze concesse)si va radicando la convinzione che esista – così la chiama il Rapporto del Censis – una identità distintiva.

Il 57,4% degli italiani considera come una minaccia chi vuole radicare (o chi importa, n.d.r.) nel nostro Paese regole e abitudini contrastanti con lo stile di vita italiano consolidato: sono esplicitamente indicati la separazione di uomini e donne negli spazi pubblici o il velo integrale islamico.

Allo stesso modo, è sentito come minaccia dal 38,3% chi vuole facilitare l’ingresso nel Paese dei migranti. Di poco inferiori sono le percentuali di chi (29,3%) considera nemico chi ha ed è portatore di una concezione della famiglia divergente da quella tradizionale, di chi (21,8%) prova ostilità verso persone che professano un’altra religione e di chi prova inimicizia verso persone appartenenti a una etnia diversa (21,5), verso chi ha un diverso colore della pelle (14,5%), di chi (11,9%) ha un orientamento sessuale diverso.

Come se la Benevolenza sociale, per Antonio Rosmini alla base della buona politica, s’infrangesse, frammentata, nella separazione tra i nostri (l’italiano vero) e gli altri. E mentre egli considerava che «le unioni umane debbonsi reputare più felici e virtuose, più che domina in esse l’amicizia sopra gli altri due vincoli, e di poi più che domina il vincolo della socialità sopra quello della proprietà e del dominio», ecco che il Rapporto riscontra il disagio e una crescente infelicità. Propri di una società chiusa… intrappolata in se stessa…che si ripiega, aspetta.

Questa condizione, rileva il Rapporto, colpisce soprattutto le generazioni più giovani. Chi ha meno di 35 anni per il 51,8% dichiara di soffrire di stati d’ansia o depressione, percentuale che scende, pur rimanendo elevata, al 40,8% per le persone di età compresa tra i 35 e i 64 anni per scendere decisamente al 19,0% per gli

ultrasessantacinquenni. Stesso trend per chi dichiara di soffrire di attacchi di panico con percentuali al 32,7% per la fascia d’età compresa tra i 18 e i 34 anni, al 23,8% per gli adulti e del 4,2% degli anziani.

Inoltre il 18,3% dei giovani, il 12% degli adulti e l’8,2% degli anziani esprimono con il corpo il proprio malessere e denunciano di soffrire di disturbi del comportamento alimentare, come anoressia e bulimia. L’analisi sociologica del Censis evidenzia tuttavia che non si deve considerare fragili le intere nuove generazioni. Alla fine la maggioranza studia, lavora, si mette in gioco. Ma resta che un giovane su tre – il 29,6% – è ricorso allo psicologo, 17,9% per gli adulti e 1,9% per gli anziani. E tra i giovani il 16,8% assume sonniferi o psicofarmaci.

Insicurezza e timori si rispecchiano in un altro aspetto del vivere: in un decennio i reati sono calati ma il senso di insicurezza aumenta.  Più strumenti di difesa e più armi. Il 43,6% considera legittimo sparare a un intruso entrato per rubare. Tra i disagi sociali il Rapporto considera anche la solitudine. Soprattutto gli anziani, che sono in aumento, vivono la rarefazione dei rapporti. Le pareti domestiche sono sempre meno luogo di relazione.

Eccoci allora collocati nella terza età, la dove s’incaglia la benevolenza sociale, dove degrada la politica (non solo i politici), dove inizia – dice Rosmini – il decadimento di società e imperi. Qui, passati gli splendori del boom economico, si collocava l’invettiva di Carlo Donat-Cattin. L’Italia– sintetizza il Censis – è un paradosso, più politico che sociale. Non ha funzionato «La via di una società ultrademocratica in cui si governa … si concertano le scelte con i grandi soggetti collettivi». Le tante forme di autogoverno sono rimaste come fumo in aria. Allo stesso modo, non hanno funzionato i governi per carisma, per sovrabbondanza di poteri, per esercizio di capipopolo. «In mezzo, le abbiamo provate tutte: i governi tecnici, dei migliori o di transizione; i governi sovranisti o populisti; la devoluzione dei poteri e l’autonomia differenziata; l’antipolitica asfaltante. Si sono alternati miti e speranze della programmazione e delle riforme, senza rimuovere le incrostazioni del passato». In una società fragile e slabbrata, il corpo tende a riportare a regime l’ingovernabile motore della crescita e dello sviluppo».

Crisi della benevolenza sociale e della politica? Se nulla interviene, spiega Rosmini, il decadere può essere protratto nel tempo ma precipita. Che cosa fare nella crisi? Eugenio Borgna ⁵, morto il 4 dicembre 2024, psichiatra di fama mondiale, poco incline ai clamori della fama, uno di quei veri timonieri che dalla mal combinata ciurma sulla nave di Platone forse sarebbe stato considerato inutile acchiappanuvole, così sintetizzava: «Nella crisi, fare comunità». Come Marcello Buiatti ⁶, genetista, altro luminare italiano internazionalmente famoso, e altro candidato acchiappanuvole, sempre a sentire i marinai di Platone. Anche lui invitava a vivere in amicizia e comunità la diversità dei viventi. Ma Buiatti e Borgna non comparivano nei talk show di tutte le reti televisive, dove invece, ogni giorno i marinai sono chiamati, lì a contendersi il timone. In un certo senso, i talk show sono un po’ la nave, e chi dalla ciurma è liquidato come acchiappanuvole non è invitato a bordo.

La benevolenza sociale farebbe buona politica, ma non fa audience.

  1. Antonio Rosmini, Filosofia della politica, Rusconi, 1985.
  2. Zygmunt Bauman, Capitalismo parassitario, Editori Laterza, 2009.
  3. Platone, Repubblica, Bompiani, 2009.
  4. CENSIS, 58°rapporto sulla situazione sociale del Paese 2024, Franco Angeli, 2024.
  5. Eugenio Borgna, Sull’amicizia, Cortina Raffaello, 2022.
  6. Marcello Buiatti, Il benevolo disordine della vita, UTET Università. 2004.