AUTONOMIE CIVICHE EUROPEE: UNA SPERANZA PER TUTTI, NON PER POCHI

di Mauro Vaiani

Ci rivolgiamo a coloro che vivono, lavorano, fanno volontariato, s’impegnano nella propria comunità locale. Essi non hanno bisogno di lezioni sui fallimenti politici e morali del bipolarismo muscolare. Conoscono bene i fallimenti delle destre, delle sinistre, dei tecnocrati e dei populisti che si sono succeduti al potere in questo primo quarto di XXI secolo.

Sulla base delle esperienze fatte con la famiglia politica europea delle autonomie (la EFA), della rete italiana Autonomie e Ambiente, di altre reti civiche territoriali come la nascente “Cuore d’Italia”, queste comunità locali di cittadini attivi potrebbero essere ancora in grado di fermare l’erosione della democrazia, l’usura della trama della coesione sociale, il declino culturale, l’impoverimento economico.

Invece che parole sui nostri valori civici, autonomisti, riformisti, che per una volta daremo per scontati, segnaleremo dei volti di alcuni sindaci italiani: Alessandro Rapinese di Como; Matteo Biffoni di Prato; Chiara Frontini di Viterbo; Vincenzo Voce di Crotone. Sono figure molto diverse, con storie diverse, cresciute in territori diversi, che citiamo perché le conosciamo da tempo e sappiamo che hanno in comune almeno questo: di essere state elette grazie all’apporto determinante di movimenti civici indipendenti. Sono autentici leader locali, che ovviamente non possono piacere a tutti, ma dai quali nelle loro realtà non si può prescindere.

Chi avesse occasione di guardare da vicino il loro lavoro amministrativo si accorgerebbe che ciò che conta per le persone e le comunità locali che li hanno eletti o rieletti non è la loro vicinanza (o lontananza) dalle piramidi nazionali del centrosinistra o del centrodestra, ma la loro empatia con la propria gente, l’impegno diligente perché vadano meglio le cose di tutti i giorni, il coraggio di coltivare qualche buon progetto di sostenibilità ambientale e innovazione economica, per il bene delle generazioni future.

Non sono simulacri, come i politici del famoso romanzo di Philip K. Dick (1964). Sono piuttosto delle icone di speranza, come quelle dell’altrettanto famoso libro di Frederick Forsyth (1996).

Per quanto i media siano dominati da feroci logiche di personalizzazione e verticalizzazione del potere politico, la nostra Repubblica e la nostra Europa ne hanno ancora migliaia di amministratori locali come loro.

Sono quel tipo di persone che riesce a tenere in piedi ciò che resta della coesione sociale, al contrario di quei leader mediatici che appaiono in televisione (alcuni da decenni), ripetendo gli stessi slogan consunti, annunciando per l’ennesima volta mitologiche promesse di cambiamento. Promesse spesso fatte con insopportabile leggerezza, se non con improntitudine, da figure che non hanno la minima contezza di come siano fatte le amministrazioni centrali e periferiche che essi annunciano di voler cambiare.

I leader mediatici dello stato italiano (e di gran parte degli stati europei, e delle stesse istituzioni europee e internazionali) si dimostrano sempre più spesso impotenti e respingenti. Coloro che aspirano a sostituirli attraverso la dialettica mediatica populista sono quasi sempre più ciarlatani di coloro che ambiscono a sostituire.

Le parole più importanti e più cruciali del discorso pubblico europeo e occidentale, parole come solidarietà e sussidiarietà, autonomie e federalismo, sono diventate impronunciabili a causa del loro ripetuto fallimento.

Ambientalismo, autonomismo, socialismo riformista, liberalismo, popolarismo, cioè in pratica tutte le nostre radici politiche più antiche, più radicate, più onorevoli, sembrano essere diventate sterili, a causa della fallacia dei leader mediatici che le rappresentano sugli schermi dei cellulari e dei computer.

Intanto però crescono altre concentrazioni di potere finanziario, mediatico, tecnologico, farmaceutico, agroalimentare, militare-industriale, che nessuno ha eletto, che nessun “mercato” può giudicare, che nessun media riesce a raccontare, che nessun giornalismo d’inchiesta (tanto meno nessun organo giudiziario) riescono a inchiodare alle loro responsabilità.

Come ci ha ricordato di recente un mentore del civismo e delle autonomie in Toscana, Pierluigi Piccini, in un suo intervento sul Forum 2043 di Autonomie e Ambiente, l’astensionismo non è solo una secessione silenziosa di cittadini impigriti e disillusi dalla vita politica, ma è anche causato dalla percezione che le decisioni reali vengano prese altrove.

C’è una frattura tra la vita concreta e l’impotenza della politica sulle forze reali che la determinano. Energia, acqua, rifiuti, cibo, mobilità, lavoro, comunicazioni, cultura e divertimento, ci vengono resi disponibili attraverso processi su cui non esiste alcun tipo di controllo democratico dal basso. Le democrazie restano formalmente in piedi, ma stanno diventando “mediacrazie” viste da fuori, “democrature” se viste da dentro. Regimi a rischio di non essere poi molto migliori delle autocrazie che disprezziamo nel resto del mondo.

Del resto, se abbiamo il coraggio di unire i trattini, realizziamo con chiarezza che una via d’uscita mediatica dalla crisi della democrazia mediatica non è impossibile, ma nemmeno probabile. Nella politica europea ci sono sufficienti concentrazioni di potere mediatico, capaci di sorvegliare, prevedere e persino orientare i nostri consumi più intimi. È non solo pensabile, ma difficilmente evitabile che veniamo orientati anche verso leader mediatici che l’establishment consideri meno rischiosi di altri.

Per questo sono importanti le nostre icone, i nostri leader locali, insieme ai movimenti civici che li hanno sostenuti. Nella comunità locale votiamo persone che conosciamo, che sappiamo dove e di che vivono, con cui possiamo confrontarci e anche scontrarsi personalmente, “in presenza”, non solo “online”.

Le autonomie civiche europee non devono essere valorizzate e potenziate solo perché rappresentano la miglior tradizione di autogoverno locale responsabile della nostra storia moderna. Non si tratta più – non solo – di vedere i nostri territori meglio amministrati, ispirandoci alla Svizzera o al Trentino.

Le nostre comunità locali devono anche vedersi restituito il potere di selezionare il personale politico per le istituzioni superiori. Devono tornare a essere le “costituencies” in cui scegliamo i nostri rappresentanti, con leggi elettorali semplici e giuste. Un obiettivo da far tremare i polsi, considerando che in Italia se ne discute da almeno trent’anni, ma irrinunciabile.

Nelle istituzioni superiori, come i consigli regionali, i parlamenti, il Parlamento europeo, si devono innescare coraggiosi processi di sussidiarietà per restituire alle comunità locali i poteri e le risorse necessarie per la ricostruzione di autonomie personali, sociali, territoriali.

Le persone e le comunità hanno bisogno di economie locali forti, di beni pubblici ben custoditi, di servizi pubblici di prossimità, di identità e di sicurezza, beni universali che possono essere garantiti solo territorio per territorio.

I civismi locali devono prendere l’iniziativa con coraggio, perché senza di essi, senza prossimità, sussidiarietà e solidarietà, senza una democrazia fondata sulla stretta di mano, cioè sulla fiducia tra ciascuna comunità e i propri leader locali, il futuro potrebbe davvero essere sinistro.

Qualunque iniziativa civica e politica si prenda nel nostro tempo, non importa se in una grande capitale o in un piccolo comune, non siamo più davanti alla scelta fra le destre e le sinistre del secolo scorso, ma a un bivio ben più cruciale, quello tra il centralismo tecnocratico autoritario stile Palantir e la strada lunga, difficile, tortuosa, per disarmare poteri alti, lontani, disumanizzanti, per assicurare alle generazioni future una vita che sia ancora di magnifica umanità.

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