ARMANI, LO STILE NON MUORE MAI

di Gianluca Veronesi

Immagino che la moda sia sempre esistita.
Sarà cominciata con il coprirsi, difendersi dal freddo, usando quanto c’era a portata di mano, quanto la natura offriva spontaneamente a ciascuno.
Ma si affermò immediatamente una differenziazione “tra” popoli e “nei” popoli.

La prima esigenza era di mostrare la propria adesione a un gruppo, clan, chiesa (le tonache hanno portato un importante contributo); la seconda poi serviva a indicare le gerarchie all’interno di quelle appartenenze.
Quello che indossavi serviva ad identificarti, a marcare le diversità e le somiglianze con gli altri. Oggi lo definiamo esibizionismo.

Della moda si occupavano le donne, per sé e per gli altri.
Poi inventarono gli stilisti, quasi tutti uomini. Che credono di essere artisti.

Viviamo un tempo che sembra concentrato sulla parola “etica” (se ne parla ma non si pratica). Che bello quando invece si parla di “estetica”.
Anche se purtroppo l’occasione ce la fornisce un evento luttuoso: la scomparsa di Giorgio Armani.
Tutti conoscono la sua biografia e quindi non mi dilungo.

Pure per me (che non capisco nulla di moda) e’ stato un rivoluzionario. Può tuttavia apparire curioso che sia toccato a lui, paladino della misura, della sobrietà, del decoro.
Diventa comprensibile se si considera che le sue novità sono state tutte “a togliere, semplificare, pulire”.
Sia chiaro! Quella laicizzazione dell’indossare ha necessitato tuttavia di una faticosa sapienza artigianale e di una ossessiva ricerca della qualità dei materiali.

Le giacche destrutturate hanno contribuito più dell’illuminismo, della rivoluzione francese e del sessant’otto a “liberare” l’uomo (e la donna) dalla armatura della tradizione, del conformismo, dell’abitudine.

Vedendo le vecchie fotografie e i primi filmati muti, assisti ad un brulicare di formichine
tutti vestite di nero. I più coraggiosi si spingevano fino al grigio.
Obbligatorio il cappello: serviva solo a scappellarsi incrociando le belle signore e le “autorità”.

Armani, negli ultimi venti anni, è rimasto identico fisicamente e psicologicamente.
Niente interviste, nessuna apparizione mondana, evitare pettegolezzi.
Ma alla stampa interessavano solo gli utili in bilancio e i probabili sviluppi ereditari dell’impero.

Qui troviamo la vera sua rarità: essere il manager unico, che si occupa di tutto.
Credo che in nessuno altro atelier, straniero o italiano, il “padrone” governa direttamente la parte economica-gestionale e quella creativa-artistica.
Già dai primi anni dell’avviamento (1975) il successo fu strepitoso grazie anche al socio Sergio Galeotti prematuramente scomparso e impossibile da sostituire.

Armani era piccolo di statura e per ironia della sorte era circondato da modelle altissime e da colossali giocatori di pallacanestro della squadra che sponsorizzava.
Paradossalmente vestiva sempre modestamente: scarpe bianche e pullover blu, una sorta di divisa.
Sicuramente voleva comunicare qualcosa. Forse un ammonimento: l’eleganza, lo stile, la classe non dipende dall’involucro ma unicamente dalla personalità di chi lo indossa.

Finisco con la considerazione più importante. Tutti noi legittimamente ci sopravvalutiamo e aspiriamo a essere ricordati per qualche nostra qualità.
Resteremo tutti delusi tranne Re Giorgio.
Dimenticheranno il suo nome, scomparirà dalle enciclopedie, ma sarà presente in tanti piccoli particolari, accessori, sfumature di colori, taglio di vestito, trama di tessuto.