ANZIANI: TUTTI A CASA (QUASI)



di Giorgio Fiorentini

Oggi 4,5 milioni di anziani sono non autosufficienti e una parte rilevante necessita di assistenza 24 ore su 24; in RSA ci sono solo circa 300.000 posti.

Se dovessimo rispondere con la residenzialità per tutta la differenza (4.500.000 – 300.000), dovremmo costruire tra i 70 e i 100.000 km² di strutture: ci vorrebbe un nuovo piano urbanistico.

Il welfare italiano deve, comunque, affrontare la sfida dei bisogni della popolazione anziana (over 65), che si dibatte fra la “quasi soluzione” del “tutti a casa (quasi)” e l’incremento dell’offerta di servizi di assistenza sociosanitaria tramite l’istituzionalizzazione nelle RSA e nelle case di riposo (sindrome di istituzionalizzazione).

Con la variabile indipendente delle badanti: circa 1,1 milioni, di cui 800.000 in nero.

Le RSA rappresentano l’istituzionalizzazione top-down dell’assistenza sanitaria e sociale degli anziani (si veda, in progress, la svolta con la riforma sanitaria della L. 833/1978, l’art. 20 della L. 67/1988, che ha finanziato la realizzazione di strutture sanitarie residenziali per anziani non autosufficienti, nonché la Legge 8 novembre 2000, n. 328, “Legge quadro per il sistema integrato di interventi e servizi sociali”).

Le case di riposo sono state prodromiche delle RSA, con un approccio bottom-up su base religiosa e caritatevole.

Ora il “quasi tutti a casa”, anche in compliance con la normativa europea, tende a porre la soluzione abitativa come prioritaria (ageing in place) per la vita degli anziani, al fine di rendere il periodo “silver” più confortevole e meno traumatico rispetto alla residenzialità e all’istituzionalizzazione in RSA e case di riposo. Tutto questo ritardando o evitando l’istituzionalizzazione.

A queste forme si è affiancato il senior housing, che consiste nell’abitare nella propria casa con alcuni servizi (non continuativi sul piano sanitario), capaci di creare relazioni per contiguità abitativa e servizi comuni di intrattenimento, nonché per spirito cooperativo e comunitario e per la libertà di mobilità.

In Italia, la coerenza in termini di compliance e target con la Commissione europea si è attivata e si è colta la proposta politico-sociale.

In realtà, se si osserva cosa accade a chi accede ai servizi domiciliari per anziani, si nota che le ore medie per caso sono diminuite rispetto al passato e, di fatto, la scelta del nostro sistema socio-assistenziale e sanitario “silver” è stata quella di ampliare il numero di persone prese in carico, riducendo progressivamente l’intensità assistenziale. Quindi si dà poco a molti, invece che molto a chi ha bisogni maggiori e profilati.

Una scelta di compliance, ma non di efficacia e impatto, in una logica di profilatura “uti singuli” come persone, piuttosto che come entità amministrative. Il solito nodo: la popolazione è composta da “clienti”, non da sudditi.

Con il PNRR e altre risorse, ci si interroga su quanto siamo stati efficaci, oltre che efficienti, anche per alleggerire il carico delle famiglie nell’organizzazione delle cure.

L’“ageing in place”, cioè il “quasi tutti a casa”, è collegato alla diffusione delle badanti che, senza distinzione geografica, superano il milione (tra regolari e irregolari). La spesa privata associata è di circa 7,6 miliardi l’anno (2024, Osservatorio Domina), in larga parte fuori da circuiti regolati, con evidenti criticità di appropriatezza.

Si tratta di una quota molto rilevante, che però resta in gran parte esterna ai sistemi istituzionali.

Alcuni dati sul 2025 indicano che l’88% dei ricavi del settore deriva da servizi accreditati con il pubblico e il 61% dalle RSA. Oltre la metà del fatturato delle RSA proviene da finanziamento pubblico, un terzo dalla compartecipazione delle famiglie e il 12% da spesa privata su posti non accreditati.

L’83% dei gestori (RSA e case di riposo) integra l’intera filiera sociosanitaria, offrendo continuità tra assistenza domiciliare e servizi residenziali.

Sul fronte della spesa pubblica, a fronte di bisogni crescenti, si registra una dinamica opposta: nel 2024 si attesta all’1,18% del PIL. Oltre la metà è assorbita dall’indennità di accompagnamento, lo 0,43% dalla componente sanitaria e lo 0,22% da altre prestazioni socio-assistenziali.

Il welfare pubblico appare quindi sempre più residuale, con risorse in contrazione e un’occasione in parte mancata nel rafforzare l’assistenza domiciliare.

I gestori mantengono un approccio prevalentemente conservativo, spesso concentrato sulla residenzialità, che resta una risposta importante ma non esaustiva rispetto alla pluralità dei bisogni.

Si può tuttavia delineare una tassonomia dei modelli abitativi alternativi. Tra questi, i villaggi Alzheimer, che replicano contesti di vita quotidiana come dispositivo terapeutico; i modelli comunitari, con appartamenti e spazi condivisi; le soluzioni cooperative, con proprietà diffusa e governance partecipata; gli spazi intergenerazionali, che contrastano isolamento e solitudine; i modelli temporanei, utili in fasi post-ospedaliere; e i modelli semi-abitativi, con team territoriali multidisciplinari.

Il “tutti a casa (quasi)” rappresenta quindi una componente del welfare a protezione variabile, legata alla realtà dei bisogni e alla capacità delle famiglie di sostenerlo. Senza il loro intervento, resta un’utopia.

Per aspera ad astra.