Le origini dei disturbi alimentari: l’anorexia sancta.
I disturbi del comportamento alimentare sono spesso percepiti come malattie tipicamente contemporanee, legate alla pressione sociale, ai modelli estetici e alla cultura dell’immagine. Esiste invece una storia dei disturbi alimentari, se di storia si può parlare, che è molto antica, con comportamenti che ricordano in qualche modo quelli osservati oggi nell’anoressia o in altri disturbi alimentari, ampiamente documentati nei secoli passati, ma per lungo tempo interpretati in modo completamente diversi da quello attuale.
Nell’antichità e nel medioevo il rifiuto del cibo non veniva considerato una patologia, ma assumeva il significato religioso o morale dell’ascesi o della volontà di avvicinarsi al divino. Numerosi testi medievali raccontano di donne che praticavano digiuni estremi come forma di ascetismo spirituale. Il digiuno era interpretato come un modo per purificare il corpo, rafforzare la fede o avvicinarsi al divino. In alcuni casi questi comportamenti venivano addirittura interpretati come segni di santità, una “anoressia sacra”, fenomeno che presenta alcune somiglianze con l’anoressia moderna ma che si inserisce in un contesto culturale completamente diverso. In queste esperienze il controllo del corpo e dell’alimentazione era legato alla dimensione religiosa e alla ricerca della perfezione spirituale. Al di la delle motivazioni molto differenti, molti studiosi contemporanei riconoscono in questi comportamenti alcuni tratti che ricordano i disturbi alimentari odierni: il rifiuto del cibo, la disciplina estrema del corpo e l’idea di purezza associata alla magrezza.
Anche il digiuno comandato e temporaneo, prescritto nelle norme e nelle tradizioni era associato a motivazioni religiose, spesso coincidenti con motivi legati alla salute e al contesto.
Da Richard Morton, la “consunzione nervosa”, alla prima diagnosi…
Il primo tentativo di descrivere clinicamente un disturbo simile all’anoressia risale alla fine del XVII secolo, nel 1689 il medico inglese Richard Morton pubblicò un trattato in cui descriveva due pazienti affetti da un grave dimagrimento senza cause organiche evidenti. Morton parlò di una forma di “consunzione nervosa”, osservando che il deterioramento fisico non era dovuto a malattie del corpo ma sembrava avere un’origine legata alla mente. Nel suo resoconto comparivano alcuni elementi che oggi sono riconducibili ai sintomi tipici dell’anoressia: una perdita di peso estrema, il rifiuto del cibo e un progressivo indebolimento dell’organismo. Per molto tempo il fenomeno continuò a rimanere marginale nella medicina ufficiale. I casi di dimagrimento estremo venivano attribuiti a malattie fisiche non diagnosticate oppure interpretati come manifestazioni di isteria o debolezza nervosa. Solo nel XIX secolo la medicina iniziò a riconoscere l’esistenza di un quadro clinico specifico: nel 1873 il medico britannico William Withey Gull presentò una serie di casi di giovani donne gravemente emaciate e coniò il termine “anoressia nervosa”. Nello stesso periodo il medico francese Ernest Charles Lasègue descrisse una condizione simile, che chiamò “anoressia isterica” a sottolineare il ruolo dei fattori psicologici e delle dinamiche familiari tra le cause della patologia. Le osservazioni di Gull e Lasègue segnarono una svolta decisiva perchè per la prima volta il rifiuto del cibo veniva interpretato come un disturbo autonomo e non come un semplice sintomo di altre malattie. Da quel momento l’anoressia iniziò a entrare stabilmente nella letteratura medica.
La nascita di questa nuova categoria clinica e di una letteratura specifica riflette i cambiamenti culturali dell’Europa dell’ottocento. In quel periodo la medicina sviluppava le nuove discipline dedicate allo studio della mente e del comportamento umano che avrebbero poi dato origine alla psichiatria moderna. La storia delle prime descrizioni dell’anoressia mostra quanto il modo di interpretare il corpo e l’alimentazione sia derivante da processi culturali complessi strettamente legati al contesto sociale ed economico. Ciò che in un’epoca poteva essere considerato un atto di devozione religiosa o una stranezza individuale, in un’altra viene riconosciuto come un disturbo medico. Questa evoluzione rappresenta il punto di partenza per la comprensione contemporanea dei disturbi alimentari.
La nascita della psichiatria dei disturbi alimentari: l’anorexia nervosa
Dopo le prime descrizioni cliniche dell’Ottocento, l’anoressia nervosa iniziò lentamente a essere riconosciuta come una specifica condizione medica la cui interpretazione restava incerta ed oscillante tra spiegazioni neurologiche, psicologiche e morali. Veniva spesso collegata all’isteria, una diagnosi molto diffusa nella medicina europea ottocentesca e applicata soprattutto alle donne. Secondo molti medici il rifiuto del cibo rappresentava una manifestazione di conflitti emotivi o di tensioni familiari, interpretazione questa che rifletteva il contesto sociale dell’epoca nel le malattie femminili venivano spiegate con la sensibilità o la presunta fragilità psicologica delle donne.
All’inizio del ‘900 l’interesse scientifico per l’anoressia aumentò gradualmente. Alcuni medici iniziarono a osservare che la perdita di peso non era semplicemente il risultato di una mancanza di appetito, ma il prodotto di un comportamento volontario e complesso. Il controllo dell’alimentazione appariva strettamente legato alla percezione del corpo e alla costruzione dell’identità personale.
Un contributo importante allo studio psicologico dell’anoressia fu dato nel seconod dopoguerra dalla psichiatra Hilde Bruch, che nei suoi lavori descrisse tre caratteristiche centrali del disturbo: la distorsione dell’immagine corporea, la difficoltà nel riconoscere i segnali interni del corpo e un forte bisogno di controllo. Le sue ricerche diffuse negli anni ‘70 contribuirono a spostare l’attenzione dalla semplice perdita di peso alla dimensione psicologica e relazionale del disturbo. In questo periodo anche la psichiatria iniziò a sviluppare sistemi di classificazione più precisi. Nel 1952 l’anoressia nervosa comparve nella prima edizione del manuale diagnostico pubblicato dalla American Psychiatric Association, il celebre DSM che rappresenta ancora oggi uno degli strumenti principali per la classificazione dei disturbi mentali. Negli anni Settanta e Ottanta la ricerca fece un ulteriore passo avanti con l’identificazione di altri disturbi alimentari.
La bulimia nervosa
Nel 1979 lo psichiatra britannico Gerald Russell descrisse ufficialmente la bulimia nervosa, caratterizzata da episodi ricorrenti di abbuffate seguiti da comportamenti compensatori, come il vomito autoindotto o l’uso eccessivo di lassativi.
La scoperta e la classificazione della bulimia cambiò profondamente il modo di comprendere i disturbi alimentari e divenne chiaro che l’anoressia faceva parte di uno spettro più ampio di condizioni caratterizzate da un rapporto disfunzionale con il cibo e con il corpo.
Nel corso del tempo la ricerca ha mostrato che questi disturbi sono il risultato di una complessa interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali. La predisposizione genetica, i tratti di personalità come il perfezionismo, le esperienze traumatiche e le pressioni culturali legate all’immagine corporea possono tutti contribuire allo sviluppo della malattia.
Questa prospettiva multidimensionale non solo ha cambiato la prospettiva di osservazione e di studio, ma ha portato anche a un cambiamento nel trattamento e nella cura. Oggi i disturbi alimentari vengono affrontati attraverso interventi integrati che coinvolgono medici, psicologi, nutrizionisti e psichiatri, il cui obiettivo non è solo il recupero del peso corporeo, ma anche la ricostruzione di un rapporto “sano” con il proprio corpo ed il cibo.
La diffusione globale dei disturbi alimentari
Per gran parte del Novecento i disturbi alimentari furono considerati una malattia tipicamente occidentale. I casi documentati provenivano soprattutto dall’Europa e dal Nord America, cosa che sembrava suggerire un legame diretto con i modelli culturali delle società industrializzate.
Molti studiosi hanno poi messo in relazione la diffusione dell’anoressia e della bulimia con i cambiamenti sociali del secondo dopoguerra. In particolare con la crescita dei mass media, con la pubblicità e con l’industria della moda, che ha contribuito a promuovere un ideale estetico basato su una magrezza sempre più estrema, ed in cui il corpo è diventato un elemento sempre più centrale dell’identità sociale e personale.
A partire dagli anni Ottanta i ricercatori iniziarono però a osservare casi di disturbi alimentari anche in paesi che fino ad allora ne erano stati quasi privi. Segnalazioni cliniche provennero dall’Asia orientale, dal Medio Oriente e dall’America Latina, una diffusione inaspettata che portò a riconsiderare l’idea che i disturbi alimentari fossero esclusivamente occidentali.
Oggi la ricerca internazionale mostra che queste patologie sono presenti in molte regioni del mondo, anche se con differenze culturali significative. In alcuni paesi, ad esempio, i sintomi possono manifestarsi senza una forte preoccupazione per la magrezza, mentre in altri il desiderio ossessivo di perdere peso rimane un elemento centrale. L’abbassarsi dell’età di insorgenza rappresenta un altro fattore molto importante. I disturbi alimentari compaiono più frequentemente durante l’adolescenza e la prima età adulta, una fase caratterizzata da profondi cambiamenti fisici e psicologici in cui la costruzione dell’identità e il confronto con gli altri possono rendere il rapporto con il proprio corpo particolarmente delicato.
Sebbene per molto tempo i disturbi del comportamento alimentare siano stati considerati una malattia quasi esclusivamente femminile, negli ultimi decenni è aumentata anche la diagnosi tra gli uomini. Questo cambiamento ha contribuito a superare alcuni stereotipi e ha favorito una maggiore attenzione alla dimensione di genere nella ricerca.
L’influenza dei social media
Negli ultimi dieci anni ha preso forma un filone che indaga sui nessi tra la malattia psichica e l’influenza dei social media. Le piattaforme digitali hanno intensificato la circolazione di immagini corporee idealizzate e reso il confronto sociale disintermediato, continuo e iper competitivo, spinte da logiche di competizione e performance che per alcuni individui possono amplificare l’insoddisfazione, non solo corporea, e contribuire allo sviluppo di comportamenti problematici.
Non esiste comunque una causa unica dei disturbi alimentarie derivano dall’interazione tra predisposizione biologica, esperienze psicologiche individuali e contesto sociale. Comprendere questa complessità è fondamentale per sviluppare strategie di prevenzione efficaci e per evitare interpretazioni semplicistiche che riducono il problema a una questione di moda o di vanità.
Il confine tra comportamento e patologia
Uno degli aspetti più complessi ed interessanti nello studio dei disturbi alimentari riguarda la definizione del confine tra comportamento problematico e vera e propria patologia.
Nella vita quotidiana molte persone sono influenzate dai modelli estetici dominanti o sperimentano una certa preoccupazione per il peso corporeo o per l’alimentazione. Diete temporanee, attenzione alle calorie o episodi occasionali di alimentazione emotiva sono relativamente comuni e non rappresentano necessariamente un disturbo. Un capitolo a parte poi consiste nell’uso della chirurgia per modellare il corpo o correggerne eventuali imperfezioni.
Per parlare di disturbo alimentare è necessario che siano presenti alcune caratteristiche specifiche. La prima è la persistenza del comportamento. Nei disturbi alimentari il rapporto problematico con il cibo non è episodico, ma diventa stabile e dominante nella vita della persona e nel quotidiano. Il disturbo inizia a interferire con la vita sociale, scolastica o lavorativa. Le attività quotidiane vengono progressivamente organizzate intorno al controllo dell’alimentazione, del peso o dell’esercizio fisico.
Un secondo elemento è la distorsione cognitiva. Nelle persone affette da anoressia nervosa, ad esempio, la percezione del proprio corpo è spesso profondamente alterata: la persona continua a percepirsi come sovrappeso anche quando il suo peso è pericolosamente basso, o a temere l’aumento di peso, cosa che spesso comporta un rifiuto delle cure.
Infine, un terzo elemento, decisivo, consiste nelle conseguenze fisiche e psicologiche della malattia, che vanno dalla malnutrizione alle alterazioni ormonali, dall’osteoporosi ai problemi cardiovascolari, o ad altri organi. Lo stesso vale per la bulimia e il disturbo da alimentazione incontrollata. Di conseguenza i disturbi alimentari sono tra le patologie psichiatriche con il più alto tasso di mortalità, non solo per le complicazioni mediche legate alla malnutrizione ma anche per la presenza associata di altri disturbi psicologici, come la depressione e i comportamenti autolesivi.
Negli ultimi decenni la comunità scientifica ha sviluppato criteri diagnostici sempre più precisi per distinguere tra comportamenti alimentari problematici e “veri” disturbi clinici, definendo un confine fondamentale non solo per i medici, ma anche per la società nel suo insieme. Sulla base di questi principi è più semplice il riconoscimento precoce dei segnali di rischio e la possibilità di diagnosi precoci che aumentano in maniera significativa le possibilità di recupero. O ancora programmare attività di prevenzione, di educazione alimentare e di consapevolezza culturale partendo dal presupposto che i disturbi alimentari non sono semplicemente problemi di volontà o di disciplina, ma condizioni complesse che coinvolgono il corpo, la mente e l’ambiente sociale in cui una persona vive.











