ALLA RICERCA DELL’ISOLA PERDUTA: LA SICILIANITÀ IN PIERO CHIARA

di Filippo Scimè 

“Non sarei più dovuto tornare in Sicilia, con tanti posti dove andare a passare una vacanza, come la Francia, la Spagna, la Svizzera o anche Venezia e il Trentino. Meglio scegliere una località di acque salutari, alla mia età, per disintossicarmi e riposare in quei paradisi del fegato e dell’intestino che danno anche un tono a chi ci va da uomo posato, giustamente interessato ai propri organi. Mio padre, pur senza suggerirmi altre mete perché alla sua età di novanta anni passati era contrario ai viaggi, cercava di distogliermi dall’idea di un ritorno in Sicilia, al suo paese, dove eravamo sempre andati insieme, fino a trent’anni prima. Se aveva rinunciato lui a rivedere le sorelle e i nipoti, e anche i luoghi, non c’era ragione che mi mettessi io a rinfocolare la passione di quei ritorni, di quegli arrivi e di quelle partenze. Invece a una certa età, che dev’essere proprio la mia età, viene la tentazione di ritornare nei luoghi della gioventù e dell’infanzia, come gli ex combattenti che tornano venti o trent’anni dopo sul Carso o sul Montello e portano la moglie e i figli a vedere le posizioni dove avevano combattuto: ‘Qui’ dicono ‘eravamo noi. Là c’erano gli austriaci’. Ma i figli non vedono altro, che sassi e un po’ d’erba, si annoiano e tirano ad andar via. Anche il reduce a un certo punto si accorge che non era il caso di ritornare”.

Con queste parole comincia il racconto più lungo, parte di una silloge narrativa di Piero Chiara, tra le più famose e degne di analisi, Con la faccia per terra e altre storie. L’opera a sorpresa, dopo il grande esordio letterario, aprì per la prima volta una breccia sulla questione delle origini siciliane del narratore lombardo. La silloge, dapprima plaquette edita da Vallecchi nel 1965, fu pubblicata da Mondadori, ma non riuscì a garantire un soddisfacente numero di vendite, né del resto a ottenere un giudizio lusinghiero dalla critica (qualora la medesima ne abbia riservato qualcuno alla prosa di Chiara).

Al di là del valore dell’opera, il cui giudizio spetta sin dai tempi più antichi al lettore, le pagine affrontano nel racconto iniziale – che dà il titolo all’intera raccolta Con la faccia per terra – il primo (e unico) resoconto autobiografico del narratore lombardo sulle proprie origini. Infatti quantunque Chiara si ritenga universalmente il grande narratore del lago Maggiore, le radici del grande albero che abbiamo potuto ammirare tra gli anni ‘60 e gli anni ‘80, sono siciliane. Il padre, Eugenio Chiara, nacque in Sicilia, precisamente a Resuttano (la Roccalimata del primo racconto). Dunque il narratore, come un novello Erodoto, decide di ripercorrere l’antico viaggio di gioventù – un viatico tra tappe di maturazione e riti apotropaici – e discendere in Sicilia, abbandonando l’aria del Continente.

Riaffiorano così nella memoria dello scrittore barbagli di luce, sogni, incubi, rappresi negli occhi impastati di buio e confusi dal suono delle rotaie che si dilungano nelle notti oscure e dove appare impossibile alcun punto di approdo. Ma il nuovo viaggio, mentre quello onirico va dissolvendosi chilometro dopo chilometro, è rischiarato dalla luce della maturità che lo conduce con un lungo pellegrinaggio automobilistico, districandosi tra le polverose strade dell’interno dell’isola, nei medesimi luoghi dove sono seppelliti i suoi ricordi primitivi, una lenta e continua privazione estratta dal baule della vita ormai spenta, forse proibita; altrove, parafrasando il suo pensiero, egli dirà che aver ceduto al piacere del ritorno in Sicilia, come del resto a qualsiasi ricordo del passato, è come aver messo il dito nella bocca dei morti – disfida da non replicare; una concezione che ci appare diametralmente opposta ad esempio da quella di Gesualdo Bufalino, fautore del proustiano “memini ergo sum”.

Proprio quando però il narratore penetra nella Sicilia più rocciosa, portandosi alle spalle il l’effluvio marino della falce zanclea, la riscoperta delle proprie origini, condotta con mezzi scari e approssimativi, quasi da mondo neolitico (talmente rurale da far apparire il Fogazzaro del Piccolo mondo antico futuro utopistico), diventa perdita di sé stessi. Non è nemmeno disincanto, ma disfacimento della spazialità umana e geografica: è abbandono anche della vox clamantis in deserto.

I personaggi che deliziano questo primo racconto, dove i tratti della cronaca si mischiano abilmente a quelli della novella, sembrano fuoriusciti dalle pagine verghiane; il clan familiare che si para innanzi al narratore (stentoreo richiamo alla malora fenogliana), afferente a una comunità agro-pastorale, è chiuso nel suo silenzio gretto e nella sua spontaneità contadina, priva di furbizia e di sapidità alcuna, fatta di gesti semplici: un letto sistemato, una colazione servita di buon mattino, la lenta commemorazione di un ramo genealogico perduto a partire dal capostipite, e la visita al parente più importante della famiglia – a ogni famiglia è riservato un parente che si è distinto nella società – e che funge da intermediario nelle visite importanti. Si tratta in questo caso di un prevosto del luogo, che biasima la radicale proliferazione del comunismo in una terra irrimediabilmente destinata a rimanere seppellita nella sua miseria (come è da sempre, Tomasi di Lampedusa docet). È l’invito del parente-prete a vedere questi nuovi rivoluzionari “con la faccia per terra”, perché fautori del nuovo cambiamento. Pertanto le pagine diventano un lieto melodramma, che celebra il distopico tentativo di soffocare il “vecchio” (che in realtà farebbe meno danno dell’attuale) strozzando la speranza di portare la luce laddove da sempre si è radicato il buio.

In questo e negli altri racconti (Era d’inverno, Fino a mezzanotte, Sull’ultimo cammello) delizioso fil rouge in onore della memoria paterna, si affronta per la prima volta uno degli aspetti meno approfonditi della narrativa chiariana: la sua sicilianità, la quale ha poi spodestato in tutte le forme della narrativa di Chiara, sebbene, come è stato di recente sostenuto ad esempio da Mauro Novelli o da Massimo Perrotta, “i romanzi e i racconti di Piero Chiara appassionano grazie al loro caratteristico radicamento geografico quello lacustre”. Ma evitando i classici stereotipi delle identità culturali, le pagine di Chiara sembrano frutto di una trasposizione orale che acquista nuova veste sotto la forma scritta, e l’oralità è il frutto della pianta materna che ha dato vita all’innesto più bello, uno dei rami più prolifici della letteratura italiana. E mentre possiamo incaponirci su come l’isola-rompicapo appaia per lui incomprensibile, biasimando, o meno, l’unica soluzione possibile ovverosia “la decisione del siciliano di andarne fuori per sempre, di sposare una donna d’altra specie e di aver figli in altra terra” – la stessa che aveva intrapreso il padre -, ecco solo allora possiamo dire che questo figlio, fuoriuscito per un guizzo paterno d’anguilla, è figlio nostro, figlio di un’oralità scritta che ha trasformato il gesto in racconto, che ha recuperato un sostrato profondo, nascosto, ma evidente. Chiara non è geograficamente un narratore siciliano, ma lo è nell’indole, debitamente acquisita dal sangue, da quel legame che non ha reciso mai.

Nel momento in cui l’acqua del suo lago avanza, la Sicilia prorompe in maniera silenziosa nella stentorea stenografia della vita, che poi non è tanto dissimile dal Brancati, anche egli narratore prediletto dal cinema. Non ritengo quindi che Chiara abbia voluto rinnegare le sue origini siciliane – mai nascoste peraltro -, come più volte ha testimoniato uno dei suoi amici, il poligrafo Mauro della Porta Raffo; al contrario egli ha semplicemente voluto raccontare quel mondo che conosceva meglio, fatto di ritorni difficile da digerire, ma che forse sono utili a capire le partenze. Il resoconto che ne offrono le pagine sono solo gli appunti di un lettore attento, il quale non vuole offrire un’appropriazione geografica legittima, bensì ideale.

Però, se anche lo stesso Pampaloni, scrivendo in una sua memorabile prefazione dal titolo: Una goccia di sangue più scuro, si raccomandava affinché lo scrittore lombardo mantenesse appunto quella goccia di sangue più scuro (conservare memoria del brivido malinconico e turbato da cui è stato sfiorato nel suo contatto fugace con l’ombra della storia), ritengo che qualcosa sotto la cenere delle pagine si sia consumata. Tutt’al più credo che l’abbia sempre mantenuta quella goccia, mai dimentico del suo pater familias, dal quale apprese la sacra arte del racconto (antico connubio di un crocevia culturale mediterraneo e di derivazione omerica), che non smette ancora di farci emozionare tra un tradimento d’amore che si consuma al fuoco di un lanternino e un’altra storia da raccontare.