AL DI LÀ DEI CONFINI. LA STORIA ANTICA CHE NON CONOSCEVAMO

di Giuseppe Costigliola

«Quando inizia la storia?» «Chi viene escluso, e di conseguenza che cosa viene omesso, dalle nostre narrazioni storiche?» Con queste domande si apre lo studio di Owen Rees Ai confini degli antichi imperi. Una nuova storia delle civiltà del passato, edito da Bollati Boringhieri (pp. 299, € 28), nella traduzione di Bianca Bertola. Ricercatore di storia greca classica alla Birmingham Newman University, Rees ha fatto della verifica critica dei luoghi comuni sull’antichità una vera e propria vocazione intellettuale, convinto che la storia antica venga continuamente fraintesa o piegata alle esigenze del presente, e questo volume ne è frutto.

Nell’introduzione l’autore fissa le coordinate del suo lavoro: per preistoria intende il periodo antecedente ai primi lavori di indagine storica in Occidente, quelli di Erodoto di Alicarnasso e dei suoi contemporanei nella Grecia del V secolo a.C. L’oggetto di ricerca è però inusuale: i gruppi umani che vivevano ai margini dei grandi imperi e dei centri culturali dell’Egitto e dell’Asia occidentale – le società nomadi e pastorali dell’Africa nordorientale, i piccoli regni autonomi del Levante – le cui vicende mostrano come le comunità sapessero adattarsi e sopravvivere all’ascesa di poteri politici e militari, e come «le nostre tradizionali narrazioni di egemonia culturale e superiorità tecnologica siano fin troppo semplificate».

Rees parte da una scena letteraria: il poeta Ovidio, esiliato nell’8 d.C. dall’imperatore Augusto, che dal porto di Tomi, sul gelido Mar Nero, scrive lettere lamentose e supplichevoli, convinto di essere precipitato in un mondo incomprensibile ai limiti della barbarie. La domanda che ne discende – aveva ragione Ovidio? Era davvero così orribile vivere ai confini del mondo conosciuto? – percorre l’intero volume. La risposta è no, e per sostenerla l’autore conduce il lettore in un viaggio attraverso tre continenti e secoli di storia: le periferie degli antichi imperi non erano i deserti della civiltà tramandatici dalle fonti classiche, bensì spazi multiculturali vivaci, dove i confini tra «civilizzato» e «barbaro» si assottigliavano, le culture si mescolavano attraverso matrimoni misti, le tribù nomadi costruivano le proprie città.

La narrazione procede per tappe, e ogni sosta smonta un pregiudizio consolidato. Scopriamo che Massalia, la moderna Marsiglia, insediamento greco fondato intorno al 600 a.C., intratteneva buone relazioni con i Galli e che a lei si deve l’introduzione del vino in Francia. Olbia, sulla costa settentrionale del Mar Nero vicino alla Crimea, era una fiorente città-stato greca che aveva assorbito elementi della cultura scitica. Aksum, nell’odierna Etiopia, era un regno di prim’ordine, dotato di una propria forma di cristianesimo e di un importante centro commerciale, Adulis, sul Mar Rosso. Taxila, nell’attuale Pakistan, all’estrema periferia delle conquiste di Alessandro Magno, divenne un polo di irradiazione del buddismo. Il caso più sorprendente è forse quello del Vietnam: il nome di una città identificabile con l’antica Oc Eo, sulla costa sudoccidentale del paese, compare nelle fonti geografiche antiche come Cattigara, e i ritrovamenti di gioielli e medaglioni con l’effigie di imperatori romani ne confermano i legami con le rotte del commercio mediterraneo.

La tesi di fondo – che la storia antica sia sempre stata una storia globale, checché ne dicano i nostri libri di testo – si inserisce in un filone ormai consolidato, quello della svolta postcoloniale, cui appartengono studiosi quali Sheldon Pollock, Christopher Beckwith e Walter Scheidel. L’originalità di Rees non sta nella premessa, ma nell’angolo visuale: anziché ragionare per grandi sistemi, rotte commerciali o flussi demografici, l’autore privilegia il dettaglio umano, il personaggio minore, l’episodio locale, nella tradizione della microstoria. Accanto alle figure canoniche di Cleopatra e Cesare compaiono gli individui comuni che abitavano le terre di confine: una prostituta intraprendente nella Naucrati egiziana, soldati giocatori d’azzardo lungo il Vallo di Adriano, un monaco greco-buddista originario delle rive del Gange. I pregi di un tale approccio sono evidenti: si ha tra le mani un libro coinvolgente, capace di destare curiosità.

Vi è tuttavia una comprensibile asimmetria nell’approfondimento: i capitoli sulle zone di confine del mondo romano e greco risultano solidi quanto ad argomentazione e fonti storiografiche; altri, in particolare quelli dedicati alle civiltà africane subsahariane e all’Asia sudorientale, risentono della scarsità di fonti primarie e si reggono prevalentemente sull’evidenza archeologica. L’ambizione revisionista non intacca però il rispetto delle testimonianze, e la conclusione che ne emerge è netta: i custodi ideologici del passato hanno plasmato la trasmissione della storia, e al lettore spetta il compito di superare le semplificazioni che dividevano il mondo antico in categorie rigide. Non si tratta di rovesciare un pregiudizio, di celebrare le periferie contro i centri, ma di capire il meccanismo attraverso cui quei confini venivano costruiti e legittimati.

Il volume si raccomanda a chiunque cerchi un aggiornamento intellettualmente onesto sul modo in cui la storiografia contemporanea sta ripensando l’antichità: non più un insieme di civiltà isolate e gerarchizzate, ma un sistema di interazioni, scambi, ibridazioni che si estende ben oltre le Colonne d’Ercole, il Danubio o l’Indo. Un libro che invita a rimettere in discussione la mappa mentale con cui continuiamo a figurarci il passato remoto. Quella mappa, come a Ovidio sfuggiva quando si imbarcò per Tomi, era più angusta della realtà.