A PROPOSITO DI FAMIGLIA

di Dalisca

Si può brindare con l’acqua?

Si può brindare con il tè?

Si può brindare…

Queste frasi che da sole non hanno molto senso, lo avranno per coloro che vorranno recarsi al cinema per assistere alla proiezione del film Father, Mother, Sister, Brother.

Questo film del regista Jim Jarmusch in programmazione in questi giorni in più sale ha vinto il Leone d’oro , quest’anno, alla mostra del cinema di Venezia, premio meritato così come meritato è il plauso anche per gli attori tra cui spicca (anche se quasi irriconoscibile) Cate Blanchett.

Il film  è diviso in tre parti, una parte dedicata alla figura del padre, la seconda a quella della madre ed infine la terza dedicata ai fratelli in questo caso e non a caso (scusate il gioco di parole) fratelli gemelli. Molto perspicace la scelta del regista  nel dividere la famiglia in tre parti quasi che gli stessi appartenenti la vivessero in modo diverso non solo per il ruolo che ognuno di essi svolge nello stesso ambito, ma piuttosto  come persona singola che vive la sua realtà in  modo solitario ed egoistico considerando questo aggettivo nel senso più nobile della parola.

La prima scena si apre con una visione squallida: laghi fermi, attorniati da un bosco silente e tutto intorno ghiaccio tanto che la macchina da presa si sofferma su di un’automobile in bilico su di un sentiero innevato che rischia talvolta di scivolare in quel limbo creato da atmosfere ambigue e insidiose. Due figli si stanno recando a bordo di quella macchina dal proprio padre che abita in una casupola nel bosco abbandonata tra gli alberi spogli; la casa è estremamente  disordinata con suppellettili miste a panni sporchi, lattine vuote e ad ogni genere di cose inutili.

Alla vista di tanta sciatteria i due figli rimangono sconvolti, ma alla fine entrambi cercano una motivazione per giustificarla e non vedono l’ora di  abbandonare il tutto quanto prima.

L’episodio si conclude con una beffa da parte del “povero padre” infatti…

Il tempo passa inesorabile ma le persone non fanno mai abbastanza  tesoro delle esperienze passate; pertanto, quell’ego cui ho fatto riferimento precedentemente, spesso, come nel nostro caso, prende il sopravvento lasciando lo spettatore spiazzato  in preda ad una verità solitaria che non può negare a sé stesso.

Il secondo episodio prende in esame” la madre” colei che ci ha messo al mondo e che mai noi rinnegheremmo per nessun motivo, la nostra appartenenza antropologica non ce lo consente: mater semper certa est (almeno fino a questo momento) in seguito con l’avvento delle varie manipolazioni genetiche anche questa certezza svanirà!

Una madre si incontra con le figlie che non si vedono da tempo; da un incontro così ci si aspetterebbe da parte del gruppo tanta voglia di stare insieme per raccontare la propria vita, le vicissitudini che ne sono scaturite, in una parola raccontarsi senza veli certe di essere comprese (cum prese) e rassicurate dall’amore materno. Nulla di tutto ciò; ognuna è una monade, chiusa nella sua realtà con i suoi problemi e amarezze che non si confidano neppure alla propria madre.

La terza parte riguarda due fratelli gemelli, i quali sì incontrano dopo la morte dei genitori. Anche qui lo squallore la fa da padrone; la macchina da presa ci introduce in una casa fredda, svuotata di ogni cosa, niente mobili, niente sedie ove sedersi tanto che i protagonisti si stendono sul pavimento per iniziare, foto alla mano a raccontarsi la loro storia ed esaminando i vari documenti ritrovati tra le vecchie foto, scoprono realtà diverse da quelle di sempre restando così delusi da tante bugie dette dai loro genitori…

Per rincuorarsi e per ritrovare qualcosa che potesse, in qualche modo, appagare i loro sentimenti, si recano in uno scantinato ove sono contenute cose che appartenevano alla loro casa di famiglia.

Cose, oggetti ormai che non interessano più, ma che essi non hanno il coraggio di disfarsene.

Quando gli affetti quelli  più cari vengono a mancare ci si aggrappa ad ogni cosa  al feticcio che in sé non ha alcun valore ma che colma il vuoto lasciato dai sentimenti traditi.

Nel libro Locus Desperatus di Michele MARI secondo al Premio Campiello 2024, gli oggetti assumono una particolare proprietà; infatti, essi ripercorrono percorsi dimenticati dalla comune memoria per rievocare sensazioni perdute sconfiggendo così il logorio del tempo che passa nella speranza di ritrovare se stessi e la propria identità.

P.S. “C’è del marcio in Danimarca”, sostiene il Grande Bardo e non si sbagliava, ma  la “Danimarca” è dentro di noi, fa parte del nostro essere!

L’ego è qualcosa di irrinunciabile anche volendo non possiamo respingerlo; in fondo, grazie ad esso e ai suoi campanelli di allarme, l’uomo si difende dai pericoli restando vigile e presente a sé stesso, tenendo così la barra diritta per continuare al meglio il suo viaggio.